la cura e l’incuria (di se’)

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 31st, 2009

di Alessandra Guigoni

Mi sono spesso chiesta quale sia la formula per una vita sostenibile, ecocompatibile, che dia benessere, senza stravolgere la vita delle persone, senza deupaperare la spiritualita’, senza scimmiottare dei modelli estranei a quello mediterraneo a cui sento di appartenere.

Si è parlato di pensiero meridiano e del saper vivere di noi Mediterranei. In fondo lo siamo un po’ tutti, anche chi non si ritiene tale, ma comunque parla un dialetto neolatino e ha ancora saperi e pratiche che provengono da una storia comune, quella dell’Impero romano prima, dell’Età dei comuni e delle signorie poi, e infine del comune Risorgimento.

Mi sono anche chiesta se l’Isola che non c’e’ in realtà esista o sia una costruzione mentale degli scienziati sociali, sia la fortunata congiuntura di tanti fattori, troppi, che nella realtà fattuale non ci sono.

Faccio outing: per me la cura del pubblico (strade, parchi cittadini, uffici e mezzi pubblici ecc.) coincide con la cura di sè e non so quanto questo sentimento e atteggiamento sia comune.

Se lordo un’aiuola o infango un bus è come se sporcassi la mia casa e la mia anima.

Credo che se ritenessimo ciò che è DI TUTTI statale, pubblico, comunale, chiamatelo come preferite DAVVERO anche NOSTRO l’incuria che intristisce le nostre città, le campagne e anche le spiagge scomparirebbe come d’incanto.

Chi tratta male il suo ambiente tratta male anche se stesso: lo fa vivere in un posto sporco, negletto, senza storia, senza attrattive, senza prospettive e senza futuro.

Non lascia nulla di intatto, di bello, di incontaminato ai posteri, lascia solo spazzatura e degrado, che sono il contrario della memoria, del ricordo, della tradizione delle cose importanti (valori ma anche beni materiali, come un paesaggio, un monumento) alle generazioni future.

Probabilmente chi lascia bruciare un bosco o un campo vede la sua vita in quel modo lì, come qualcosa che è bruciata, e non vale la pena di aggiustare, di rimettere in sesto, di ricucire. Mi spiego solo così l’attonita stupidità nel vedere andare in fumo un patrimonio senza fare nulla…

Ho scelto questa foto perche’ mi ha colpito la cura nel riparare una vecchia staccionata di montagna, la bellezza del nuovo che si fonde col vecchio, la continuità degli elementi, e il senso di tradizione, nel senso di trasporto di ciò che del passato ci piace nel futuro che promana nella sua semplicità e linearità. Credo che a volte un’immagine valga più di mille parole. Mi piacerebbe che le persone avessero cura delle cose che li circondano, così forse avrebbero più amore e rispetto verso se stessi e i propri cari.

In conclusione infatti credo che la cura o l’incuria di se’ determinino anche il destino di ciò che ci circonda, ma che si possa anche imparare a volersi bene prendendosi cura di una semplice pianta o, come in questo caso, di una recinzione di legno.

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 A cosa servono le ghiandole mammarie?

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 28th, 2009

di Alessandra Guigoni

Dal Corriere.it sondaggi del 28/7/2009

Una donna è stata invitata a uscire dalla sala da pranzo di un albergo di Madonna di Campiglio perché nutriva al seno la sua bimba. Siete d’accordo con la decisione dell’hotel?

  • No 75.0%
  • 25.0%

Gulp. Periodicamente sui quotidiani escono articoli e sondaggi su questo tema. Ossia sull’opportunità di allattare in pubblico, specie in bar, ristoranti e simili. Come donna, come mamma non capisco. Ben il 25% ritiene offensivo, o scarsamente decoroso, o indecente che una donna allatti in pubblico la propria prole.

Se c’e’ una cosa che pare naturale alle mamme è l’allattamento al seno. Certo ci sono donne che quasi si nascondono per allattare ma per lo più le femmine dell’homo sapiens sapiens espongono il seno mentre il poppante sugge il latte.

Del resto allattare non espone il capezzolo en pleir air, ma il seno rimane quasi nascosto dalla testolina del poppante. Si tratta di esporre pochi cm di mammella e e per pochi minuti.

Ma si sa che da sempre la religione e il comune senso del pudore in qualsiasi contesto geografico, sociale,  economico, discutono o impongono diktat su ciò che del corpo si può esporre e ciò che va velato, coperto o assolutamente nascosto in pubblico.

Per me vale sempre il vecchio adagio Omnia munda mundis e la malizia sta in chi guarda non certo in chi fa (allatta).

A seconda dei contesti storici, culturali, sociali ed economici l’allattamento viene vissuto in modo diverso. Può essere vissuto come un arricchimento o una perdita, un completamento o una privazione: della propria femminilità del proprio ruolo e status in seno alla famiglia e alla società, del proprio ruolo nel mondo, persino nelle dinamiche di potere.

Al giorno d’oggi c’e’ un controllo ossessivo del proprio corpo e di quello altrui e dei liquidi anzi delle secrezioni che da corpo fisiologicamente fuoriescono, non parlo solo di urina e sudore,  stigmatizzate a dovere dall’opinione pubblica,  ma persino del latte materno. Tutto è sottoposto al vaglio del buon gusto, anche ciò che è naturale come l’allattamento.

E sicuramente il fatto che il seno sia un topos dell’erotismo, per i mass media e l’immaginario collettivo occidentale dico, contribuisce notevolmente a sminuire il suo ruolo “altro”, ossia di produttore di nutrimento per lattanti.

Un ruolo considerato secondario, quello della mamma, e scomodo per chi vorrebbe le donne come delle barbie sempre assenzienti, eternamente giovani e disimpegnate civilmente e politicamente, ma vestite sempre alla moda e dedite allo shopping.

Nei mass media tradizionali e nuovi vanno di moda le escort, basta vedere le parole più taggate nei blog più à la page, un po’ meno  le mamme.

Purtroppo spesso noi donne accettiamo di aderire a certi cliche’ per sentirci accettate.

Alla fine la taglia 42 diventa il nostro burqa e se la nostra identità femminile deve essere rappresentata simbolicamente da reggiseni imbottiti, french manicure, tinte per capelli e tacchi cm. 12 credo che ci sia poco da stare allegre.

Ma che ci sia poco da stare allegre anche nel nostro magnifico Occidente dalle magnifiche sorti e progressive si era capito da un pezzo.


 le streghe di castelrotto

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 21st, 2009

di Alessandra Guigoni

Quando arrivi a Castelrotto, provincia di Bolzano, ti colpiscono, oltre alle Dolomiti, i fienili e le stalle dei bovini, che qui d’estate alpeggiano abbastanza liberamente, soprattutto all’Alpe di Siusi, un paradiso naturalistico e forse il più esteso altipiano d’Europa.

Sulle stalle/fienili di legno le aperture per ricevere luce sono intagliate a forma di animale, volpe o cervo, non mancano le cifre iniziali di nome e cognome dell’antico proprietario o l’anno di costruzione. Ma più spesso sono ritagliate a stella a otto punte, un antico simbolo di luce di sapore orientale ed esoterico, in epoca cristiana divenuto il simbolo dei Re Magi, che qui sono venerati con particolare devozione.

A tal punto che ancora adesso, non si sa se con una continuià senza interruzione o per una sorta di revival di pratiche desuete, nel periodo natalizio, ma soprattutto il 6 gennaio, si usa segnare col gesso le iniziale dei 3 Magi (C. M. B.) e le cifre dell’anno in corso, sugli stipiti delle porte e delle attività commerciali, con chiaro intento di protezione contro le malignità altrui e forse anche il Maligno in persona.

La scritta a gesso non  va cancellata, pena la perdita della fortuna/protezione/beneaugurio, e di fatti ho visto diverse sigle dei Magi sugli stipiti superiori delle porte nei paesi della Valle, da Fie’ a Siusi a Castelrotto: 20 C.M.B. 09

Questa pratica della segnatura a gesso, a cui gli altoatesini sono chiaramente affezionati, è descritta nei depliant degli uffici del turismo così come nei siti web delle proloco, perché ormai in quelle valli pubblico e privato sono fusi, e le persone recitano ogni giorno per se stesse e per i turisti la parte dei montanari altoatesini con risultati eccellenti devo dire per noi turisti, che ci sentiamo protagonisti di una favola bella, fatta di malghe pulite, di abeti centenari, di abitanti in costumi colorati, di speck e strudel, di sentieri nel bosco, di mucche al pascolo…

La mia amica Elena Moreddu mi rammenterebbe che la Disneyzzazione del turismo ormai ha assunto dimensioni globali e articolazioni insospettabili e insospettate. Così ritrovo un pezzo di Disneyworld in questo angolo di mondo che prima della moda dell’alpinismo e degli sport invernali faceva una gran fame. Provo a immaginarmi il Tirolo 100 anni fa. Ma faccio fatica, perchè ora è tutto magnificamente lucente, nitido, pulito e ricco, in modo discreto ma evidentissimo a chi proviene come me da una regione a statuto speciale ma assai meno ricca, la Sardegna.

Tornando alla stella mi chiedo perchè la intaglino ancora così ossessivamente sulle stalle… i contadini mi dicono che è una tradizione, che i loro nonni lo facevano, è un modo come un altro per fare entrare luce nelle stalle, tutto qui.

Ma la spiegazione che cerco è sotto i miei occhi…nel vicino Castello di Presule  (Prosels in tedesco) tra il 1506 e il 1510 si svolse una delle peggiori cacce alle streghe dell’Alto Adige. Otto donne innocenti morirono a causa delle torture inflitte o bruciate sul rogo, naturalmente dopo regolare processo.

Anna J., Anna M., Juliane, Katharina H., Katharina, la sagrestana di San Costantino, Anna, Magdalena, Kunigunde, questi i nomi. Fu giudice il governatore del sud Tirolo Leonhardt Peysser, che graziò una delle nove donne perchè in dolce attesa. Per le altre la sorte è nota.

Le streghe oltre a praticare il cannibalismo e a rapire bambini, facevano sortilegi e “magie del latte”… mungevano a distanza le mucche, togliendo il latte ai contadini, rubavano il burro o lo facevano inacidire, facevano ammalare il bestiame bovino e via discorrendo.

Sino ad un secolo fa in queste valli le vacche da latte erano la prima fonte di sostentamento delle popolazioni. Il latte e i suoi derivati, insieme al pane scuro erano il vitto quotidiano. Se mancava il latte mancava tutto. Ecco perchè le magie del latte erano così temute. E si proteggevano le stalle con segni apotropaici, invocando la protezione della luce della stella dei Magi contro l’oscurità del Male.

Mille leggende, superstizioni sono state tramandate sino a nostri giorni sulle streghe della zona, codificate nei libri patinati di miti e fiabe che si vendono nei negozi di souvenir, streghe che sarebbero state in passato molte e potenti e ancor oggi superstiti, a tal punto che nei paesi vicini si sussurra sorridendo che a Castelrotto le streghe ci siano ancora.

Ciò che sorprende e fa riflettere è che la stregoneria e le streghe ora sono state patrimonializzate e rese un elemento portante del turismo della zona: così ad esempio esiste la Notte delle streghe a Castelrotto, dedicata allo shopping, e effigi di streghe sono disegnate, intagliate un po’ ovunque. Nei masi turistici streghette in legno e stoffa sono appese qua e là, streghe  bonarie o minacciose, a cavallo della scopa, sono dipinte sui muri degli esercizi commerciali.

La strega è diventata un’icona, no, di più, è un logo.

Però si continuano caparbiamente a intagliare nel legno delle stalle le stelle a otto punte a mo’ di protezione,  un tempo usate contro le fatture stregonesche, per quel gioco di compresenza degli opposti e di contraddizioni che evidentemente non è solo un rovello della città postmoderna, ma appartiene anche a questi luoghi disneyani, un tempo periferici, ora oggetto di pellegrinaggio da parte dei metropolitani europei in cerca di esperienze bucoliche  e di autenticità idilliache.

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 Festival Storia @ Iglesias

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 20th, 2009

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24-25-26 LUGLIO ::: Festival della Storia di Iglesias :::

C’era una volta il Medioevo. Divagazioni serie e spiritose su gola, lusso, costume, Villa di Chiesa, Dante e il famigerato Conte Ugolino.
Si parlerà anche di cucina sarda nel Medioevo…


 biodiversità coltivata

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 2nd, 2009

di Alessandra Guigoni, tratto da Antropologia del mangiare e del bere, Pavia, ALTRAVISTA, 2009.

PER FARE TUTTO CI VUOLE UN FIORE: RIFLESSIONI SULLA BIODIVERSITÀ COLTIVATA

PREMESSA
L’emozione, la memoria sono temi legati a doppio filo al cibo. Il mio interesse per la biodiversità coltivata è un fatto emozionale, oltre che un interesse da studioso. Nasce dal ricordo dello sciroppo di rosa che preparava mia nonna, un sapore inesprimibile, dall’orto in campagna che innaffiavo ogni sera da bambina, sino a che arrivavano le prime lucciole, dal divertimento di bagnare pomodori, fagiolini, fiori di patata, basilico, immergermi nell’odore dell’erba bagnata, in tutte le sue tonalità, da quelle rosse pungenti delle foglie di pomodoro a quelle dolci e aromatiche del basilico di Prà. Nasce dall’aver visto la creazione del burro sbattendo a lungo il latte appena munto da parte di una contadina che ci affittava casa a S.Bartolomeo di Vallecalda.

Quel burro, quello sciroppo, gli effluvi dell’orto di famiglia, sono le mie madeleines.
Dopo tanti anni compiendo una ricerca sul terreno, ecco che un orto di un anziano contadino mi riporta alla mente tutto ciò che sapevo, ma che avevo dimenticato, su me stessa e sul mio interesse per la campagna e per i contadini che, bambina di città, osservavo per ore mentre lavoravano nei campi o nelle stalle, durante i mesi di villeggiatura estiva, quando con le nonne da “bambina da appartamento” diventavo “bambina campagnola”.

Ricordo, sono passati quasi sei anni, quando un anziano contadino di Gavoi, Salvatore, mi portò nel suo orto, piccolo, per l’autoconsumo, mostrandomi poi a casa i fagioli trighine che conservava di anno in anno. Ne conservo ancora uno a casa. Sapevo, prima di accedere all’orto di Salvatore, novantenne che vive solo e che è la memoria storica e culturale di Gavoi, che il cibo non è mai un argomento neutro, ma ogni scelta alimentare è un fatto sociale, culturale, legato all’identità, all’etnicità anche, di un certo gruppo.

Perciò smettere di coltivare un certo tipo di grano o di allevare un certo tipo di capra, o continuare a farlo o desiderare di farlo, o ricominciare a farlo, è una scelta non solo economica, ma anche politica, in senso ampio, che incide profondamente sulla cultura tutta del gruppo di riferimento e non solo.
L’orto di quel contadino era piccolo, circondato da alti muri di pietre e con una pesante porta di legno. Sembrava il passaggio, la soglia ad un altro mondo, e infatti lo era.

Tratto da Antropologia del mangiare e del bere.

un particolare dell'orto di Salvatore, il sostegno dei fagioli

un particolare dell'orto di Salvatore, il sostegno dei fagioli


 Il pane in Sardegna

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 2nd, 2009

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Bello da vedere, buono da mangiare.

Una forma di artigianato al femminile centenario, una forma d’arte in alcuni casi.

Oggi ero a vedere (e a fotografare, e a filmare, e a chiedere) come si fa il pane a Settimo San Pietro, a casa Dessy, per il progetto intercomunale Dae sa terra a sa mesa. Le maestre e i loro allievi hanno dato prova di una bravura ineccepibile.

Per sapere di più del progetto… www.ilmestieredeisapori.it


 frutta brutta ma buona

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 2nd, 2009

di Alessandra Guigoni

La frutta che non è tonda, levigata, brillante non piace… piace la frutta da esposizione si dice sempre, quella che sembra di cera o di plastica da tanto è lucida e perfetta.

Eppure esistono un bel po’ di varietà locali di frutta che sono straordinariamente buone anche se hanno un aspetto stravagante, fuori dai canoni estetici a cui ci ha abituato negli ultimi 30 anni la grande distribuzione.

Qualche esempio? In inverno nei mercati di Cagliari si trova la mela che viene definita scherzosamente brutta ma buona (brutta bona), acciaccatiella alla vista, opaca anche, ma di una dolcezza squisita e che si conserva a lungo.

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E a fine giugno compare nei banchi dei mercatini la pesca galletto (su pressiu gallettu) dalla forma schiacciata ai poli, a pasta bianca, pesca che ricorda forse i bargigli dei galli, semplicemente squisita. Non e’ dissimile dalla pesca tabacchiera coltivata tradizionalmente in Sicilia.

Tagliata a fettine eccompagnata da una spolverata di zucchero di canna e un bicchiere di moscato è un ottimo dessert.

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Nei giardini del cagliaritano poi c’è ancora una varietà di limone che va scomparendo, la Santu Ghironi (che Adrea Manca dell’Arca nella sua opera tardo Settecentesca sull’Agricoltura di Sardegna denomina  limone di San Girolamo) allungata, con una buccia aromatica meravigliosa, che infatti veniva usata grattugiata per la composizione di numerosi dolci campidanesi.

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E l’elenco dei prodotti della biodiversità coltivata locale potrebbe continuare…


 Scrivo dunque sono

 Archiviato in: ARTICOLI PUBBLICATI, NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 1st, 2009

Ricordo che anni fa un collega, Ugo Fabietti, scrisse: tutto ciò che è analogico verrà dimenticato, tutto ciò che è digitale verrà ricordato, mi pare di aver parafrasato fedelmente.

Allora sembrava un’esagerazione, la Rete era nata da poco e muoveva i suoi primi passi, non era un’adolescente piena di potenzialita’ (ma anche di complessi) come è adesso.

Anni dopo ho scritto una piccola cosa sulla memoria, colpita durante un volo aereo dal dialogo tra i due piloti, era prima dell’11 settembre, quando si poteva stare nelle cabine appolaiati dietro ai piloti, e bearsi della sensazione di volare, davvero.

mi pare che sia ancora in rete quella cosa, Memoria e conoscenza oggi. Un’ouverture.

Dicevo pressapoco:

Ritenzione e oblio sono i due poli della nostra memoria che l’invenzione della scrittura e via via degli altri dispositivi mediatici (stampa, fotografia, filmato) hanno modificato nelle loro dinamiche. Infatti la scrittura in quanto memoria esteriorizzata permette un’enorme espansione della facoltà di riprendere gli atti comunicativi e le informazioni memorizzate in precedenza; nello stesso tempo d’altro canto conduce ad un’atrofizzazione delle capacità mnemoniche naturali; come ci ricorda Assmann: “Con l’esteriorizzazione del senso, si schiude una dialettica del tutto diversa: alle forme nuove, positive della ritenzione e della ripresa anche a distanza di millenni, corrispondono in negativo le forme dell’oblio mediante l’archiviazione e quelle della rimozione mediante la manipolazioni, la censura, la distruzione, la riscrittura e la sostituzione” [Assmann 1997: XIX].

http://www.analisiqualitativa.com/magma/0000/articolo_01.htm

Parlavo di due ordini di problemi: del fatto che ormai siamo avviati nolenti o volenti ad un life long learning, e che le conoscenze di oggi saranno sicuramente insufficienti domani,  ma anche al fatto che ormai abbiamo affidato la nostra memoria a dispositivi esterni alla nostra mente: cellulari, palmari, macchina fotografica digitale, videocamera, personal computers, ecc. ecc. ecc. depositiamo le conoscenze lì… e ricordiamo a memoria sempre di meno e sempre meno volentieri.

siamo già cyborg, uomini_macchina, senza forse esserne completamente consapevoli.

dopo altri anni trovo questa frase, ad incipit del blog digg.it

Se non lo scrivo lo dimentico. Se lo scrivo qualcuno me lo ricorderà.

Giusto e sensato per un blogger del XXI secolo.

Il mio calembour viene naturale:

Scrivo dunque sono. Se non scrivo mi dimentico chi sono. Se scrivo qualcuno mi ricorderà.

In realtà dai poemi omerici ai canti Lakota, dall’epopea di Gilgamesh all’Infinito di Leopardi scrivere è sopravvivere a se stessi.

Solo che oggi invece di farlo su di una tavoletta d’argilla spalmata di cera o su di una pergamena…


 Exaptation

 Archiviato in: CONVEGNI & SEMINARI — Alessandra Guigoni @ lug 1st, 2009

Oltre l’adattamento

Che cos’è questa parola un po’ misteriosa? E’ la capacità dei sistemi (da quello sociale a quello economico) di arruolare risorse disponibili e sottoutilizzate per riattivare i processi di sviluppo. Questa è l’exaptation, termine mutuato dalla biologia moderna per indicare i meccanismi di adattamento innovativo. L’appuntamento “Dall’adattamento all’exaptation” conclude il ciclo di riflessioni di metà anno del Censis proponendo una chiave di lettura della società attuale inedita, assunta dalla biologia evoluzionista. In quest’ottica emergono riserve di energia impreviste (le donne, gli anziani, le aziende innovative, gli imprenditori immigrati) che costituiscono le premesse per rilanciare la crescita attraverso il superamento di una società puramente adattiva.

Quando: Mercoledì 8 luglio – ore 10.30; Dove: Censis, Piazza di Novella 2- Roma

Effettivamente sono stufa di dovermi sempre adattare al peggio dell’Italia :)   (N.d.R.)

 

 voyeurismo mediatico

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 1st, 2009

“Più lo spettatore è al sicuro e più grande è il pericolo che vede, tanto più si interessa allo spettacolo. Questa è la chiave di tutti i segreti dell’arte tragica, comica, epica”. Ferdinando Galiani, Dialogues sur le commerce des bleds, 1770.

Così nei forum virtuali quando scoppiano le flame ci si accomoda a godersi lo spettacolo invece di cercare di sedare gli animi, così esiste il turismo sui luoghi di terremoti, disastri ferroviari e via discorrendo,  così in autostrada quando c’e’ un incidente grave gli automobilisti rallentano per cercare di vedere qualcosa, così anni fa si faceva la fila per assistere al processo della Franzoni, o si andava a Cogne a vedere la villetta o si andava a letto a notte fonda per vedere il plastico della suddetta villetta illustrato dal “bravo presentatore” Bruno Vespa.

de gustibus EST disputandum dopo tutto.

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