Maistus: appunti per la relazione inaugurale

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 26th, 2009

La storia di questa bella e preziosa collezione è affascinante, e inizia in Sardegna. Il collezionista racconta di aver scoperto l’amore per i coltelli qui sull’Isola, comperando a metà degli anni Settanta una pattadesa. Amore a prima vista, che è durato nel tempo e col tempo ha reso grande e preziosa la collezione in mostra, grazie ad esemplari cercati e raccolti in ogni parte del globo, soprattutto africani, che sono qui esposti nel numero di oltre 120 pezzi, provenienti da ben 27 paesi su 53 stati sovrani del grande continente a noi vicino, eppure per certi versi ancora così lontano e percepito come “diverso”, sebbene sia solo il mare nostrum a separarci dalle sue coste settentrionali.

guigoni

Cos’è un collezionista privato? Sicuramente un amante del bello, ma anche della storia, della cultura, una persona che cerca di capire il mondo attraverso la raccolta minuziosa di manufatti, di oggetti culturali dotati di un’estetica, di un “senso” spesso estraneo alla cultura d’appartenenza del collezionista, che tuttavia desidera capire l’alterità, l’Altro, anche attraverso quegli oggetti. Un collezionista getta ponti verso l’Altro. Quando poi il collezionista consente la fruizione della propria collezione al pubblico la sua raccolta viene valorizzata perché passa dalla dimensione privata a quella pubblica, consente la contemplazione della bellezza dell’oggetto e della maestria di chi l’ha pensato e poi prodotto. E oggi è una giornata particolare anche perché questa collezione viene esposta al pubblico per la prima volta.

feticcio_maistus

I primi strumenti da taglio appartengono alla preistoria dell’uomo, erano in selce e ossidiana e venivano usati per una svariata quantità di operazioni pratiche legate alla caccia e alla raccolta di prodotti selvatici. Si può dire che il coltello sia l’attrezzo per eccellenza dell’homo sapiens. La lama ha accompagnato l’uomo nel corso della storia; sino a non molti decenni fa gli uomini giravano armati di lama, lunga o corta, anche in Occidente, la lama era parte integrante dell’abbigliamento maschile. L’etimologia della parola coltello ha radici molto lontane, deriva tramite il latino cultellus addirittura dall’antico sancrito.

lama

Il coltello come gli altri strumenti da taglio è il principio attivo che modifica il principio passivo; nelle più diverse regioni il coltello ha il potere di allontanare le influenze maligne probabilmente perché lo si ricollega al simbolismo del ferro; il simbolo del coltello è collegato alla giustizia ma anche alla vendetta, all’esecuzione e al sacrificio.

Il fabbro è una figura davvero ambivalente, un demiurgo ma anche una creatura che ha rapporti col mondo delle viscere (da cui provengono i metalli) e il fuoco (che è fonte di pericolo) dunque è imparentato con la stregoneria e la magia; per questo i fabbri godono di rispetto ma anche di timore, e in alcune società africane sono emarginati, in altre sono regali.

Il fabbro nelle società africane tradizionali aveva un  ruolo importantissimo perché attraverso la foggiatura dei coltelli, e delle altre lame da taglio, consentiva a guerrieri, cacciatori, raccoglitori, contadini e pastori di svolgere il loro lavoro. Spesso la moglie del fabbro è vasaia e condivide con lui i segreti del fuoco.

L’arte di lavorare il ferro è talvolta considerata un segreto regale o sacerdotale; i fabbri hanno spesso occupato cariche politiche, in particolare presso i Tuareg, venivano scelti come primi ministri.

Nella cosmologia Dogon il fabbro è uno degli otto geni (detti nommo) o spiriti degli antenati; secondo il mito egli si ruppe le articolazioni del corpo quando scese sulla terra con un’arca contenente i semi e gli antenati di uomini e animali; perciò spesso è raffigurato zoppo, con straordinaria somiglianza col nostro Efesto (Vulcano) della mitologia greca e romana. Presso i Dogon il fabbro è anche indovino, mediatore tra il mondo umano e quello divino; é un demiurgo che va riverito, perché potenzialmente pericoloso.

La metallurgia in Africa è avvolta nel mistero, il fabbro è potente ma anche temuto, i luoghi in cui esercita la sua arte sono nella realtà e anche nei molteplici miti che circondano questo mestiere, appartati e sacri.  Come Efesto opera all’interno di un Vulcano e costruisce armi che sono magiche così i fabbri sono operatori del sacro, e i capi tradizionali spesso sono anche fabbri, il titolo è foriero di onori.  Il fabbro africano richiama anche il nostro mito di Prometeo, l’eroe greco punito per aver donato il fuoco agli uomini, è un eroe culturale insomma, che fa progredire il genere umano. La sacralità e la segretezza che circondano il fabbro si riflettono anche sui suoi strumenti (martello, incudine, mantice) e sulla fucina. Anche la ricerca e l’estrazione del minerale si svolgono nel più grande segreto e in condizioni di purità sessuale. Inoltre quasi sempre la tecnica è ereditaria e appartiene a determinate famiglie, prima di poter iniziare l’apprendistato da neofabbro occorre sottoporsi ad una vera e propria cerimonia iniziatica.

L’artigiano africano come spesso accadeva anche da noi sino a non molti decenni fa, è anonimo, nel senso che -sebbene per molti versi sia a pari del cosiddetto “artista”- egli non firma la propria opera; degli uomini che hanno prodotto i capolavori che vedremo non sappiamo; mentre al giorno d’oggi finalmente l’artigianato è uscito dall’anonimato ed espone orgogliosamente i propri artefatti, forse anche grazie al sistema di comunicazione mondiale, alle nuove tecnologie, che hanno reso il pianeta un villaggio globale.

Queste lame ci parlano di mondi altri e di altre culture, ma anche di altri sensi del bello, e ci raccontano di come la categoria del “bello” sia particolare ma anche universale, affascinante e terribile insieme: stiamo parlando di armi da taglio in fondo, che con le loro impugnature e le loro lame ci parlano di storie complicate di vita e di morte, intrecciate insieme sul grande palcoscenico della vita.

Purtroppo le lame non possono raccontarsi e raccontarci sino in fondo: a cosa servivano, chi le maneggiava, quando, in quali contesti sociali? Sappiamo che spesso le lame avevano scopi rituali, magico-religiosi, o erano di ornamento, di orpello, a capi politici e religiosi, a operatori del magico; altre invece avevano scopi bellici, legati alle piccole e grandi guerre combattute in quelle regioni, o erano legate alla caccia e alla pastorizia; le lame usurate, i manici consumati mostrano la durata del loro uso.

Le lame, come si vedrà, sono raggruppate per aree geografiche, da nord a sud, da oriente a occidente.

Esistono numerosi proverbi africani sul ferro, sul fabbro ma il proverbio qui più significativo a mio parere non riguarda la professione e i suoi utensili, né i manufatti, bensì una considerazione più generale:

“Ti accorgi dell’acqua quando il pozzo è vuoto”, un proverbio etiopico, con tutta probabilità.

Sovente succede che ci si accorga dell’importanza del patrimonio artistico, artigianale, enogastronomico, paesaggistico quando questo è agli sgoccioli, compromesso o quasi desueto, dimenticato, residuo di una tradizione. Invece con molto piacere ho notato nel corso degli anni che l’arte della coltelleria in Sardegna ha una attiva, viva e importante tradizione, tradizione che la globalizzazione non è riuscita a estirpare o omologare; una tradizione che persiste e resiste, ed è anche grazie a lei che oggi siamo qui a Maistus.

Bibliografia consultata

Ernesta Cerulli, Le culture arcaiche oggi, Roma, Utet, 1986.

Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei  Simboli, Milano, BUR, 1987. Voce coltello, fabbro, ferro.



 Per una antropologia del grembiule d’asilo

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 20th, 2009

di Alessandra Guigoni

Ogni anno lo stesso rito; ai genitori di  bambini compresi tra i 3 e i 5 anni tocca l’annoso e costoso acquisto dei grembiuli per l’asilo, in versione maschile o in versione femminile, in un numero abbastanza elevato da consentire il ricambio quotidiano per almeno metà settimana, poi segue lavatrice.

L’acquisto, si sa, è una regola non scritta ma risaputa, va effettuato ad agosto, quando in occasione degli ultimi saldi compaiono nei negozi gli invenduti dell’anno precedente, che hanno di bello di avere il prezzo dell’anno prima. Non sono all’ultima moda ma di solito i treenni li potete fregare. Un cinqueenne vi metterebbe in crisi dicendo “perché Marietto, Luchino e Fra hanno i gormiti sul grembiule e a me sono toccati i puffi?”

La precipua caratteristica del grembiulino, come di tutto ciò che riguarda i prodotti per l’infanzia, è che non conosce crisi, né sconti: è carissimo, carissimo senza appello.

Nonostante la crisi i prodotti per neonati ma anche per i bambini fascia 3-6 anni sono sempre carissimi, spesso inutilmente infiocchettati e fintamente utili. Non so quanti acquisti sbagliati o superflui ho effettuato, preferisco non tenere il conto. é una specie di potlach che si fa in onore della piccola divinità appena nata, una specie di follia per ringraziarla di essere venuta al mondo, ma anche un segno tangibile dell’amore genitoriale: ormai siamo abituati a monetizzare anche i sentimenti, dunque spendere molto per X vuol dire amare molto X. In un tempo in cui la spiritualità si è tramutata in pellegrinaggio nelle cattedrali dei consumi con relativo shopping, in cui ci si prende cura di sé comperando comperando comperando… in cui le merci sono un feticcio da adorare e in cui riconoscersi, un marcatore di identità… anche il grembiulino gioca un ruolo importante.

Di grembiulini ne esistono molti tipi, ma io ne ho individuate quattro varianti principali, sulla scorta della teoria dello shopping di Mary Douglas: grembiulini tradizionali, naturali, moderni (o tecnologici) ed eclettici.

gremb scuola spid crazymodapesaro
000266 G TABLEAUTAB_606_DPAM

Da sinistra in alto: A) grembiule d’asilo tradizionale con spiderman; B) naturale di un’azienda pesarese,  in puro cotone, ricamato; c) tecnologico; d) eclettico di Du pareil au meme.

Si va dai grembiulini moderni o tecnici che pur essendo spesso di poliestere al 65% e cotone 35% come  tutti gli altri (basta leggere l’etichetta interna) vengono venduti come tecnologicamente avanzati, dunque traspiranti e idrorepellenti, e antimacchia, e dunque smerciati ad una cifra che oscilla tra il 25 ed i 35 euro, circa il doppio di un grembiule tradizionale (tra i 12 e i 20 euro); ai grembiulini eccentrici, che disdegnano le fantasie dei grembiulini tradizionali a quadrettini azzurri con motivi di supereroi e macchinine sopra, e colletto a mo’ di camicia del papà, e quelli a quadrettini rosa, con fate alate e fiori ricamati, nonché un colletto in fintissimo pizzo sangallo.

Sin dalla più tenera età i grembiulini dei bambini parlano e comunicano l’appartenenza di maschi e femmine a due tribù opposte e inconciliabili: quella dei “manovratori di trenini” i maschi, quella di “disegnatrici di casette” le femmine. Così il rosa finisce col diventare il colore preferito delle femmine, dico finisce perché la colonizzazione dell’immaginario è fatta anche di quadrettini, si comincia di lì insomma… e i maschietti dicono di prediligere l’azzurro, forzati in una scelta di campo dalle scelte di consumo dei loro genitori.

Invece i grembiulini eclettici (ad esempio quelli di du pareil au meme) non hanno scacchi, non hanno colori canonici, ma fantasie molto ironiche. Ma non se ne vedono molti negli asili italiani dove i quadrettini prevalgono.

Che tipo di grembiule rimane? Ma il naturale! Conosco diverse genitrici che cuciono da sé i grembiuli o li ordinano presso alcune aziende che solitamente sono sparse tra Carpi, Modena e Pesaro, e confezionano però grembiuli su misura, in puro cotone, con gli automatici invece degli odiosi bottoni (sfido chiunque ad allacciarne 6 in pochi secondi col bambino in perenne movimento alle 8 del mattino) anche serigrafati, con le iniziali del pargolo ricamate, una scelta chic, che sconfina dal naturale all’eclettico, e forse anche all’eccentrico.

Personalmente credo che l’adozione del grembiule a scuola sia ancora peggio dello sfoggio di griffe paventato dalla ministra Gelmini qualche tempo fa. Perché per me le divise sono sempre stupide: solo teoricamente rendono uguali i diversi, soffocando invece l’estro insito nell’abbigliamento, in quanto linguaggio e veicolo potentissimo di comunicazione. Inoltre massimizzano i luoghi comuni e gli stereotipi, reificano i concetti, ed elevano a canone dei dettami di buon senso e buon gusto (non sfoggiare, essere modesti, puntare all’understatement) sino a svuotarli di significato. In ultima analisi non è coprendo una griffe con un grembiule a quadrettini che si elimina la differenza tra ricchi e poveri, tra lo spreco ostentato e il risparmio forzato, la si eclissa semplicemente, ma il dislivello esiste comunque, e forse sarebbe meglio imparare a conoscerlo, anziché far finta che non sia importante, che non conti, anche a scuola, per potersene occupare e ridurlo (pensiero fuori moda, ma mi va di scriverlo, mi fa bene).

Per approfondire: Mary Douglas, Questioni di gusto. Bologna: Il Mulino, 1996 (trad.it);


 le tribù del ferragosto: apocalittici e integrati

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 13th, 2009

di Alessandra Guigoni

Ogni anno a Ferragosto o Mesaustu come si dice in Sardegna, che poi è considerato, giustamente, una specie di Capodanno, che segna simbolicamente ma anche concretamente la fine del vecchio e l’inizio di un nuovo anno agricolo e pastorale, si fronteggiano due tribu’ dalla filosofia di vita opposta e inconciliabili: gli apocalittici e gli integrati del Ferragosto appunto. Ci sono poi anche le minonanze, ovvio, coloro che adottano comportamenti compromissori tra le due anime della festa, ma non fanno massa critica, non sono trendy, lasciatemelo dire, dunque ci concentreremo solo sulle tribu’ principali.

Gli apocalittici sono un po’ snob, in misura diversa a seconda dello status sociale, economico e culturale; rifuggono gli eventi, le mode e i cibi nazional popolari, si concentrano su tutto ciò che è consapevolemente e inequivocabimente “di nicchia”, meglio se sconosciuto a tutti tranne che ai soliti noti. Dunque a Ferragosto niente pranzi in agriturismo stile capodanno, niente pranzi al grand restaurant con i nonni, niente barbecue in giardino con  amici e parenti stretti, nessuna gita fuori porta, se non per andare a trovare l’amico che ha aperto un B&B con orto biodinamico annesso e allevamento di ovaiole certificato. A Ferragosto l’apocalittico può anche leggere sotto l’ombrellone ma in una spiaggia irraggiungibile dai più,  e naturalmente leggere la traduzione italiana di uno sconosciuto giallista danese o uzbeco, o le poesie di un lappone emigrato in Turchia, oppure (vedi sopra) trascorrere la mattina raccogliendo uova nel B&B dell’amico biodinamico. Al limite prenota una stanza per la famiglia a Milano Marittima, ma lui/lei rimane chiuso nel suo studio a fumare e a fare teleconferenze oltre oceano o a fare sudoku in bagno.

Gli integrati invece aderiscono entusiasticamente alle proposte familiari e amicali più strampalate, pericolose, costose e dannose: andare al mare partendo da Bologna alle 11 del mattino, pranzare nell’agriturismo più caro della provincia di Cuneo insieme a 49 amici del liceo che non si vedono da 20 anni, il cui risultato sara’ una gastrite,  o fare una gita in canoa nello specchio di mare di Chia (Ca) non sapendo assolutamente nuotare ne’ pagaiare, fare la maratona dal villaggio Valtur a quello Med in Tunisia, promosso dai cosiddetti animatori (sciroccati), con 40 gradi all’ombra nel primo pomeriggio. Gli integrati partono dal presupposto che Ferragosto va festeggiato, e ce la mettono tutta per farlo alla grande. La serata degli integrati si conclude in tre modi: o al pronto soccorso per un lieve malore, o in coda al ritorno dai laghi, dal mare o dalla montagna, o davanti ai fuochi artificiali in paese (la più auspicabile, ma la meno comune). La serata degli apocalittici si conclude litigando con il/la coniuge che ha dovuto sopportare il più triste Ferragosto della sua vita (parole sue), e/o davanti ad una camomilla tiepida e un film di Totò.

L’idolo degli apocalittici e’ Camilleri ma anche Nanni “Sacher” Moretti, i suoi film a Ferragosto sono un cult, l’idolo degli integrati e’  Briatore (per i soldi e la di lui moglie) e anche Corona (per la di lui fidanzata), ma va forte anche Schumacher, anche se per viltade fece il gran rifiuto di tornare sulla Rossa.

Attenzione che la dicotomia destra/sinistra non funziona come uno spartiacque sicuro: ad esempio ci sono molti apocalittici centristi e parecchi integrati di sinistra.

La tenuta dell’apocalittico medio è la maglietta bianca con pantalone al ginocchio, il rayban modello aviator e La repubblica sotto braccio, l’integrato ha la maglietta Fred Perry color fragola, shorts di marca, il marsupio D&G o cinese e La settimana enigmistica che sta fa capolino dal marsupio. L’apocalittico femmina o apocalittica compra spesso griffato ma solo ai saldi o nella boutique della cognata, i suoi colori sono il beige, il verde marcio e il nero, una specie di mimetica insomma, in borsa ha l’iphone e il burrodicacao senzaprofumosenzacolorantisenzaconservanti, l’integrata adora indossare tuniche dei colori più sparati e sgargianti, ne ha una cinquantina in valigia, d’estate usa solo borse di paglia e fa la french anche alle unghie dei piedi. In borsa ha almeno un libro della Kinsella e un lucidalabbra glitter che più glitter non si può.

Aldo Fabrizi lo considero un apocalittico ante litteram che per ragioni pratiche doveva integrarsi.

Aldo_Fabrizi

E buon Ferragosto a tutti!


 L’Aventino della gru e il ritorno coatto alla contadinanza

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 12th, 2009

di Alessandra Guigoni

Tra le tante notizie sui quotidiani di oggi mi hanno colpito due eventi: gli operai della fabbrica in crisi scesi dalla gru e i cassintegrati di Prato che torneranno a zappare la terra, la terra incolta attorno alle fabbriche in crisi, su suggerimento di politici e sindacati locali.

La crisi è più profonda di quello che si pensava e più duratura. Così le industrie vanno in crisi, e la contadinanza torna in auge.

Leggo entrambe le notizie di cronaca paragonandole al famoso ritiro sull’Aventino della plebe romana, stufa dei soprusi e dell’oppressione da parte del patriziato e della sua condizione di subalternità. Incrociarono le braccia e dissero che cosi non si poteva andare avanti in quel modo. Boicottarono il funzionamento della città intera:  se vengono a mancare i servi, i padroni da soli non sanno fare nulla: ne’ coltivare, ne’ fare il pane, ne’ spazzare le strade, ne’ insegnare ai propri figli, ne’ guidare i carri o lavarsi le vesti.

Boicottare e’ un buon sistema per farsi sentire…la ritirata sull’Aventino fu uno sciopero ante litteram. Purtroppo sappiamo come andò a finire… arrivò il solito politico, Menenio Agrippa, che con un apologo affascinante convinse il popolo a tornare a lavorare per l’élite. Sino ad oggi in pratica.

Ora pare che l’Innse si salverà, la Camozzi ha comprato tutto e ha riassunto i 49 dipendenti in mobilità. Per una storia che finisce bene in questo periodo ne sento 100 che sono sospese, in attesa…

I quattro operai ed il sindacalista sono scesi dall’Aventino, ma con uno spirito diverso dai Romani di 2500 anni fa, tra le dichiarazioni ho letto: “Questa vicenda ha dimostrato che abbassando la testa non si va da nessuna parte”. Già speriamo.

E a Prato? Beh, lì hanno proposto di tornare a coltivare una serie di ortaggi di antica memoria e di sicura presa, per chi si può permettere prodotti biologici certificati, consultando anche il presidente di Slow Food di Prato, Venturi che ha detto:

“Siamo convinti di poter dare lavoro a più di cinquecento persone perché sono molti i gruppi interessati all’acquisto di prodotti biologici di qualità. Penso a una particolare varietà di cavalo nero, o al melone “retato” pratese, straordinario per realizzare marmellate, mostarde e sorbetti. E ancora varietà autoctone di pomodori, zucchine, albicocche, ciliegie. E anche alla produzione dello zafferano, che a Prato veniva coltivato sino dal medioevo”.

Così gli ex operai coltiveranno la terra dei loro avi per produrre squisitezze per le mense della borghesia in un progetto definito ecosolidale dal sindaco di Prato.

Spero che quegli ex operai si costituiscano in cooperativa, si facciano regalare la terra su cui coltiveranno e diventino imprenditori, padroni di se stessi e non più dipendenti, subalterni.  Altrimenti si fa come 2500 anni fa sull’Aventino, quando Menenio Agrippa spiegò che il corpo funziona bene se le braccia (la plebe) nutrono lo stomaco (l’aristocrazia). Menenio disse che non portare cibo alla bocca in segno di protesta alla lunga affama non solo lo stomaco, ma indebolisce anche le braccia, il corpo tutto, che deperisce e muore.

Ma credo che la contrattazione, la mediazione, le rivendicazioni e la libertà non debbano mai venire meno, altrimenti si avra’ un corpo dello Stato sempre più pingue, sbracato, onnivoro, e le sue membra id est i suoi membri saranno sempre più deboli e imbelli.375px-Ubu-Jarry


 come eravamo (sul web)…

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 12th, 2009

di Alessandra Guigoni

Per chi volesse fare dell’archeologia di Internet senza pala ne’ picconcino ma con la fantasia l’indirizzo da salvare nei segnalibri (o nei preferiti che dir si voglia) e’: http://web.archive.org

Di qui si accede a qualcosa come 150 bilioni di pagine…

Il mio sito e’ online dal 1 gennaio 1998,  ricordo che avevo iniziato a pensarlo dal 1997, ma per qualche motivo archive.org non lo ha preso in carico sino al 2001):

http://web.archive.org/web/*/http://www.etnografia.it

allora l’indirizzo era http://aguy.freeweb.supereva.it/ ossia ero ospitata gratuitamente sui server di Supereva, che allora era un astro nascente fiorentino, ancora la società era Aspide, con i webmaster ci si dava del tu, e poi e’ diventata la Dada, quotata in borsa e tutto il resto. Dada ha cancellato tutti i vecchi siti ospitati sul freeweb, in un moto di superficialita’ secondo me. Dunque del vecchio sito non rimane niente. Peccato, Dada e’ stata una delle prime aziende della new economy a dare voce e corpo, seppur digitale, a quanti come me volevano comunicare su Internet, conoscere e farsi conoscere.

Ho trovato invece il vecchio sito del CRS4, che ricordo bene, perche’ e’ lì che ho conosciuto la Rete. Gira voce che sia stato il primo sito italiano, sarebbe interessante capire se e’ cosi…

Questo snapshot è del 1997:

crs4

Ancora più interessante una delle prime pagine de La repubblica, datata 1996:

repubblica

Infine il sito di slowfood.it nel 1999, prima del boom:

slow


 etnografia del “popolo dell’autostrada”

 Archiviato in: ARTICOLI PUBBLICATI — Alessandra Guigoni @ ago 8th, 2009

di Alessandra Guigoni

I giornalisti (non tutti) a volte sono troppo forti. Dopo aver inventato l’espressione/etichetta qualunquista e strapaesana vu cumprà, che ha furoreggiato per anni sui quotidiani, ecco che da qualche anno, ogni estate, puntualmente compaiono i titoloni tormentone de il popolo della notte (quelli che vanno in Discoteca), e udite udite il popolo dell’autostrada.

Su questi due pilastri si reggono gli articoli del fine settimana dei maggiori quotidiani cartacei ed elettronici. In particolare si sprecano i consigli e i servizi televisivi su come fare partenze intelligenti e su come sostentarsi in viaggio: in una parola cibo e bevande, evitando colpi di calore, disidratazione e malnutrizione, come se si dovesser compiere un’attraversata eroica nel Deserto del Sahara insomma.

Come se la pratica di compiere un tragitto in automobile per alcune centinaia di kilometri ogni estate per andare in vacanza (ossia in ferie, che è l’assenza accordata dal datore di lavoro al  dipendente  non per motivi di salute ma di diletto) bastasse a etnicizzare una massa di persone che spesso in comune tra loro hanno davvero poco: chi va in montagna, chi al mare, chi torna a casa, molto spesso da nord a sud o da est a ovest del bel paese; chi viaggia leggero e chi pesante, chi da solo e chi in famiglia, chi in Volvo e simili e chi ripiega su di una utilitaria.

Ma tant’e'… Il popolo dell’autostrada sceglie le ferie in massa sempre agli inizi di Agosto, e viene regolarmente redarguito dai principali mass media italiani. Addirittura col bollino nero, che  anche visivamente mette tristezza e induce nei più scaramantici ad una serie di opportune e apotropaiche pratiche anti iattura…E ritorna sempre il 16 agosto o giù di lì, quando sulle autostrade si formano gorghi gorgonici, quando i computer degli aeroporti vanno in tilt, quando le ferrovie traballano…

vacanze

Del resto se l’Industria o ciò che ne rimane chiude ad agosto… l’Operaio ad agosto va in ferie, che altro deve fare?

E così oggi sul Corriere.it veniamo a scoprire una serie di utili informazioni che certo allieteranno chi legge: il libro più acquistato in quei paradisi di sciocchezzai che sono gli autogrill (e luoghi simili) sono Scusa ma ti voglio sposare di Moccia, insomma trionfa il soap opera style of life, ma dopo Camilleri e Faletti, già cult, al sesto posto troviamo Smettere di Fumare e Avvocato di me stesso, due titoli che ci raccontano di quanto nervosismo ci sia nel popolo dell’autostrada… Nei CD trionfa Michael Jackson, come era comprensibile, e a seguire i Successi dell’estate, compilation sempre diverse sempre uguali che il popolo dell’autostrada immagino spararsi in vena nelle lunghe code o nelle brevi soste nelle apposite aree attrezzate… insieme alla Pausini e al Liga.

Veniamo al cibo: il caffe’ è l’articolo più venduto negli autogrill. E ora chi lo racconta al popolo dell’autostrada che il caffe’, il rito del caffe’ intendo, non e’ di origine italiana bensì arabo?  Dal Vicino Oriente tramite la Turchia giunse in Europa nel corso del XVII secolo dove si spartì col the indiano il vecchio continente: chi beve the, come gli Inglesi, chi beve caffe’, come noi. Già mi immagino qualche purista dell’italica cultura gastronomica cercare una bevanda autoctona da sostituire all’esotico caffe’, magari dell’idromele, purche’ bevuto in rudi tazze di legno.

Veniamo ai panini: trionfano il Rustichella, e poi noblesse oblige il Camogli e il Capri, mai che un panino si chiami Quarto Oggiaro o Sesto Fiorentino, mentre tra le pizze al trancio ci sono al top la Margherita, la Superdiavola e la Provolina verdure. Presumo che la Superdiavola sia molto piccante, spesso nomina sunt consequentia rerum, anche se non sempre, e i commercianti tendono a semplificare esemplificando in modo da non doversi dilungare nelle spiegazioni al popolo dell’autostrada.

Anche sulla pizza ci sarebbe da ragionare, è un prodotto assolutamente geniale, frutto dell’incontro tra l’antica e mediterranea pita con l’americanissimo pomodoro e la squisita mozzarella a dimostrazione che la mescolanza è creatività. Un prodotto moderno però, un piatto codificato e pienamente incorporato nella cultura gastronomica italiana nell’Ottocento, a partire da Napoli.

Le aree di servizio dove ci si ferma di più a mangiare sono Sasso Marconi, Anagni e Fiorenzuola: quasi come cattedrali per il cosiddetto popolo dell’autostrada, stazioni di servizio oggetto di culto popolare, dove rifocillarsi ma anche dove andare appositamente per ritrovarsi e riscoprirsi “popolo”, collettività, anche se non ci sono i mondiali di calcio. Meglio di niente.

mapdata


 il “cattivo selvaggio” e il “bravo ecologista”

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 7th, 2009

di Alessandra Guigoni

La notizia sta facendo discutere: gli aborigeni australiani non vogliono che le loro terre diventino un gigantesco parco naturale, dove le attività economiche locali sarebbero vietate o comunque fortemente compromesse. Da una parte ci sono gli ecologisti bianchi, dall’altra i nativi.

La cosa non stupisce affatto, spesso per difendere l’ambiente (entità astratta) si dimenticano le persone che di quell’ambiente ci campano da millenni, pescando, cacciando, coltivando, allevando bestiame ecc., e si studiano leggi e soluzioni per proteggere e salvaguardare piante e animali senza interpellare, dialogare, venire a più miti consigli con i nativi. Come se la biodiversità non comprendesse anche le persone. Assurdo ma succede. Succede là, succede qua.

Già gli Aborigeni: una etnia superstite (appena il 2% della popolazione australiana) che solo dal 1967 il governo australiano ha riconosciuto degna di essere ritenuta con pari diritti dei colonizzatori che invasero le loro terre poco più di 2 secoli fa…  una cultura che è conosciuta per il boomerang, per la musica del didgeridoo ed è stata utilizzata spesso come pietra di paragone del “buon selvaggio”,  dell’uomo primitivo docile, mansue o, amante della natura, saggio e ingenuo come un bambino. Immaturo ma tanto carino: da fotografare, filmare, merchandizzare. Succede là, succede qua.

E invece gli Aborigeni non ci stanno. Rivendicano il loro diritto ad usare la terra. La userebbero male, pensano e dicono gli ecologisti. Può essere: del resto noi fratelli occidentali abbiamo esportato sin lì un modello di sviluppo assurdo, irrazionale, basato sullo sfruttamento delle risorse umane e naturali , dunque può essere che inizialmente faranno male come abbiamo fatto noi. Ma non siamo nè i loro padri nè i loro padrini, e loro non sono bambini.

La libertà ha un prezzo, oltre che un bellissimo sapore e odore; personalmente sono certa che faranno buon uso della loro libertà, visto che i nostri sbagli li conoscono benissimo e cercheranno di tenersene alla larga.

Il leader della prote­sta è l’avvocato Noel Pe­arson, impegnato fin da­gli anni ’90 in difesa dei nati­vi. «Con dieci fiumi protetti, scompariranno anche le coltiva­zioni necessarie al sostentamen­to — spiega —. Vogliono condan­narci ad aiuti sociali perpetui». Già.

Spesso succede che la soluzione “Ghetto dorato” sia la più gettonata dai governi con le minoranze etniche, linguistiche, sociali. Li si rimpinza di aiuti economici ma li si rende ancora più deboli e dipendenti, passivi, bisognosi.

Perchè dare autonomia, indipendenza, libertà costa, sopratutto se non si hanno veramente a cuore, come molti Governi nazionali  di ogni parte del globo, gli interessi e il futuro dei propri “protetti”.

Per saperne di più consiglio l’incisivo articolo pubblicato su The Australian.


 il principe e la ballerina

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 6th, 2009

Alla fine sono i luoghi comuni che trionfano sui quotidiani, specie d’estate. Mi riferisco alla storia caramellosa tra la Canalis, soubrette, e Clooney, uno dei re di Hollywood. Se ne sta parlando molto, anzi troppo. Mentre la nostra produzione industriale sta andando a picco su tutti i maggiori quotidiani ci sono foto e video di una delle coppie più paparazzate (sic, che termine orribile, che richiama altri luoghi comuni triti e ritriti) del momento.

Lei ballerina, lui principe. Principe azzurro lui, Cenerentola della TV lei. Una favola. Una soap opera dal copine scontato, scritto a tavolino forse.

La domanda è: in questo momento di profonda crisi abbiamo bisogno di favole o di fatti concreti? di notizie semifarlocche o di analisi economiche e programmi politici concreti e possibilmente lungimiranti?

Pare tirino di più le favolette, ecco.

Al.G.


 nella tela del ragno

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 5th, 2009

di Alessandra Guigoni

Dal fumettistico Spiderman alla bellissima Lullaby dei Cure, dalla greca Aracne al postmoderno World Wide Web il mito del Ragno e della Ragnatela non conosce confini geografici e storici.

La rete del ragno è una metafora potente delle potenzialità dell’intreccio, dell’abilità della tessitura di relazioni positive ma anche di trame pericolose. Ogni disegno complesso contiene dei punti di forza e dei punti deboli, ogni relazione può diventare una Liaison Dangereuse.

Con l’espansione dei social network, Facebook in primis, a cui tutti sembrano iscritti (me compresa, sic) a mio parere gli aspetti vischiosi e guardoni della Rete, l’altra faccia dell’intelligenza collettiva e connettiva, si sono espansi e sono diventati particolarmente pericolosi per la privacy delle persone.

Ad esempio ci sono mille banali trucchi per conoscere gli amici degli amici, e dunque risalure al milieu sociale, economico, personale del malcapitato al centro della ragnatela dello spione di turno. E inoltre nei social network le informazioni sulla vita privata, le informazioni cosiddette sensibili e riservate si sprecano…ossia dove lavoriamo, che facciamo, dove andremo in vacanza, di chi siamo amici, chi ci abita vicino, quali sono i nostri orientamenti sessuali, politici, religiosi. Tutte cose che pensiamo di dire agli amici nel segreto di una pagina web, e invece le stiamo urlando al mondo.

Quando entriamo in una chat, in un forum, su facebook, pensiamo di essere in un bar a chiacchierare, o ancor meglio nel nostro salotto, e non ci accorgiamo di essere in una stanza che ha pareti trasparenti e in cui il nostro sussurro e’ amplificato da mille microfoni, da centinaia di videocamere sempre accesi.

Le relazioni face to face declinano in favore delle amicizie cosiddette virtuali, inutile far finta che non sia così. Forse ciò accade perchè si e’ sempre più soli ma anche sempre più incapaci, per mancanza di tempo, di luoghi adatti, di occasioni, di stringere conoscenze. Una volta c’era la piazza, l’agorà. Ora c’è Internet, il villaggio globale (mai definizione fu più azzeccata, a mio modesto parere). Così il virtuale ossia la vita online diventa una valvola di sfogo, un’alternativa, in certi casi l’alternativa con la A maiuscola alla vita off line.

E’ più facile trovare in rete persone che condividano con noi certe passioni, certe idee, certe esperienze grazie alla comunità virtuali basate su interessi, relazioni, esperienze affini, piuttosto che cercarle nel mondo reale, col lanternino, dove le affinità elettive sono rare, e vanno coltivate con pazienza e dedizione.

Invece la relazione su Internet è in tempo reale, scorre velocissima, e in pochi giorni sembra di conoscere una persona da una vita. é il tempo su Internet, non lineare, piuttosto ciclico, più vicino al mito e ai suoi stilemi che alla vita quotidiana con le sue miserie lineari.

Internet ti permette di far scorrere in tempo in un modo diverso, piegandolo in apparenza ai tuoi desideri e bisogni: sembra che non passi mai il tempo, che sia sempre hic et nunc.

In realtà non ci si accorge di trascorrere parecchie ore davanti ad uno schermo battendo forsennatamente la tastiera. Si fa sera e ci si accorge di non aver combinato nulla; é successo a tutti: esperti e neofiti felici prigionieri della tela digitale del ragno.

Non sto demonizzando alcunche’, perche’ continuo a pensare che Internet sia una delle maggiori invenzioni del XX secolo, e’ versatile, policentrica, un po’ guascona, c’e’ tutto e il contrario di tutto; personalmente mi piace poter scrivere ai miei amici messicani e leggere le loro risposte dopo pochi secondi, chattare con i miei ex compagni di scuola, vedere le foto dei loro figli e dei loro giardini lontani, e leggere dallo schermo articoli e notizie da tutto il mondo; mi piace poter vedere video buffi o commoventi su youtube, e poter ascoltare la mia musica preferita mentre scrivo; continuo a stare nella tela, ma non do più le spalle al ragno, lo guardo in faccia.


 sugli incendi in sardegna

 Archiviato in: FRIENDS — Alessandra Guigoni @ ago 3rd, 2009

Lascio la parola a Giulio Angioni, mi pare che l’intervista che ha rilasciato a Ercole Olmi per Liberazione domenica 2 agosto sia quanto di più sensato possibile sull’argomento.

Roghi in Sardegna,  la teoria del complotto blocca la prevenzione

di Ercole Olmi
Più o meno da trent’anni uno studioso sardo tenta di spiegare che gli incendi ricorrenti nell’isola non sono sempre e necessariamente causati da criminali incendiari. Tenta di spiegare che ragionare esclusivamente in questa direzione, sull’onda dell’emozione, fa perdere di vista la prevenzione.
Il cuore della faccenda, secondo Giulio Angioni, è che quando si accusa il fantomatico incendiario automaticamente
si scarica la coscienza e la responsabilità di tutti: «È un vecchio problema: quando c’è il male è facile pensare che qualcuno lo abbia causato. E costui assume nel tempo il volto del nostro peggiore nemico». Angioni parla qualche ora prima dell’arresto del bracciante Victor Paun, accusato secondo la ricostruzione fornita dal Corpo forestale, di incendio colposo. Una scintilla sarebbe volata dal motore del suo trattore causando il rogo che ha devastato 3700 ettari in Gallura lo scorso 23 luglio. La difesa nega che quel giorno il bracciante abbia utilizzato il mezzo agricolo. Stesso discorso vale per i fuochi dell’Oristanese. Sono quattro le persone ritenute dagli inquirenti responsabili di incendio colposo: due imprenditori edili che hanno dato alle fiamme una catasta di carta e il proprietario di un oliveto che inavvertitamente avrebbe trasmesso troppo calore alle sterpaglie con la sua macchina operatrice. Per il momento nessun dolo e nessun complotto sebbene sulle prime si fosse parlato di esche e vandali del cerino. Angioni è un antropologo e uno scrittore di fama. Autore di romanzi di successo e docente all’Università di Cagliari.

Il fuoco nella sua opera letteraria si incontra spesso: «Lo ammetto, ma si tratta di una scelta involontaria». In Assandira un incendio divora un agriturismo, in Le fiamme di Toledo, storia di Sigismondo Arquer, campeggia nel titolo. Angioni smonta e ribalta il luogo comune sull’incendio boschivo a partire dalla responsabilità dei pastori: «Proprio loro non c’entrano. Il contadino e il pastore sono abituati a trattare col fuoco. Un tempo in caso di incendio nelle campagne si mobilitava la comunità con le abilità e le conoscenze tradizionali. Oggi non si può più fare affidamento su questo, non c’è più l’abitudine». La tecnica del “taglia e brucia” è universale, utilizzata da sempre, fin dalla preistoria, per concimare il terreno una volta esaurito, pulire i campi, stanare le prede. «Il fuoco non è sempre assassino», spiega Angioni, «sebbene l’uso dell’incendio  controllato nell’agricoltura e nell’allevamento abbia sempre meno importanza. È anche perché non si praticano più queste tecniche antiche che gli incendi sono così devastanti.

L’allevamento non è più allo stato brado con la richiesta di grandi estensioni ma si è trasferito in stalla e l’agricoltura è limitata a piccoli spazi». L’ossessione del dolo è una varietà dell’ideologia del complotto che cancella la responsabilità di ciascuno e adagia il senso comune. La teoria della cospirazione o la mafia dei mangimi, secondo Angioni, «sono tutti ragionamenti che svelano solo una parte della realtà e generano altri guai. Le spiegazioni sociocriminali a volte sono ridicole. Ricordo che a Guasila, il mio paese, ai tempi della guerra fredda si ritenevano responsabili degli incendi i comunisti». La contemporaneità dei roghi in tutto il bacino Mediterraneo nei giorni caldi della scorsa settimana fa riflettere ulteriormente. Continua l’antropologo: «Evidentemente si tratta di un problema anche ambientale e non solo
criminale». È facile intuire che una terra come quella della Sardegna, d’estate con temperature elevate e vento forte, si trasformi in un pagliaio che può andare a fuoco in qualunque momento.

La Protezione Civile aveva segnalato il rischio con anticipo. Se allora non si tratta solo ed esclusivamente di dolo, il problema degli incendi secondo Angioni si dovrebbe risolvere in buona parte con una importante campagna di prevenzione. «Propongo uno slogan», sorride provocatoriamente il professore: «Ricorda che anche tu puoi essere un incendiario in qualsiasi momento».

E a proposito di pregiudizio e untori Angioni conclude citando la Storia  della colonna infame. «A dimostrazione del fatto che complotti e incendiari criminali riflettono un atteggiamento antico, ricordo l’opera di Alessandro Manzoni».Nelle prime righe l’autor ede I promessi sposi spiega che quando gli incendi erano divenuti così frequenti nella Normandia del Seicento, «cosa ci voleva perché un uomo ne fosse subito subito creduto autore da una moltitudine?» Bastava essere il primo che si trovava nelle vicinanze, essere sconosciuto, «e non dar di sé un conto soddisfacente». Per Angioni le parole di Manzoni sono illuminanti: «Il sospetto e l’esasperazione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla carità, hanno la trista virtù di far prender per colpevoli degli sventurati».