Maistus: appunti per la relazione inaugurale
La storia di questa bella e preziosa collezione è affascinante, e inizia in Sardegna. Il collezionista racconta di aver scoperto l’amore per i coltelli qui sull’Isola, comperando a metà degli anni Settanta una pattadesa. Amore a prima vista, che è durato nel tempo e col tempo ha reso grande e preziosa la collezione in mostra, grazie ad esemplari cercati e raccolti in ogni parte del globo, soprattutto africani, che sono qui esposti nel numero di oltre 120 pezzi, provenienti da ben 27 paesi su 53 stati sovrani del grande continente a noi vicino, eppure per certi versi ancora così lontano e percepito come “diverso”, sebbene sia solo il mare nostrum a separarci dalle sue coste settentrionali.

Cos’è un collezionista privato? Sicuramente un amante del bello, ma anche della storia, della cultura, una persona che cerca di capire il mondo attraverso la raccolta minuziosa di manufatti, di oggetti culturali dotati di un’estetica, di un “senso” spesso estraneo alla cultura d’appartenenza del collezionista, che tuttavia desidera capire l’alterità, l’Altro, anche attraverso quegli oggetti. Un collezionista getta ponti verso l’Altro. Quando poi il collezionista consente la fruizione della propria collezione al pubblico la sua raccolta viene valorizzata perché passa dalla dimensione privata a quella pubblica, consente la contemplazione della bellezza dell’oggetto e della maestria di chi l’ha pensato e poi prodotto. E oggi è una giornata particolare anche perché questa collezione viene esposta al pubblico per la prima volta.

I primi strumenti da taglio appartengono alla preistoria dell’uomo, erano in selce e ossidiana e venivano usati per una svariata quantità di operazioni pratiche legate alla caccia e alla raccolta di prodotti selvatici. Si può dire che il coltello sia l’attrezzo per eccellenza dell’homo sapiens. La lama ha accompagnato l’uomo nel corso della storia; sino a non molti decenni fa gli uomini giravano armati di lama, lunga o corta, anche in Occidente, la lama era parte integrante dell’abbigliamento maschile. L’etimologia della parola coltello ha radici molto lontane, deriva tramite il latino cultellus addirittura dall’antico sancrito.

Il coltello come gli altri strumenti da taglio è il principio attivo che modifica il principio passivo; nelle più diverse regioni il coltello ha il potere di allontanare le influenze maligne probabilmente perché lo si ricollega al simbolismo del ferro; il simbolo del coltello è collegato alla giustizia ma anche alla vendetta, all’esecuzione e al sacrificio.
Il fabbro è una figura davvero ambivalente, un demiurgo ma anche una creatura che ha rapporti col mondo delle viscere (da cui provengono i metalli) e il fuoco (che è fonte di pericolo) dunque è imparentato con la stregoneria e la magia; per questo i fabbri godono di rispetto ma anche di timore, e in alcune società africane sono emarginati, in altre sono regali.
Il fabbro nelle società africane tradizionali aveva un ruolo importantissimo perché attraverso la foggiatura dei coltelli, e delle altre lame da taglio, consentiva a guerrieri, cacciatori, raccoglitori, contadini e pastori di svolgere il loro lavoro. Spesso la moglie del fabbro è vasaia e condivide con lui i segreti del fuoco.
L’arte di lavorare il ferro è talvolta considerata un segreto regale o sacerdotale; i fabbri hanno spesso occupato cariche politiche, in particolare presso i Tuareg, venivano scelti come primi ministri.
Nella cosmologia Dogon il fabbro è uno degli otto geni (detti nommo) o spiriti degli antenati; secondo il mito egli si ruppe le articolazioni del corpo quando scese sulla terra con un’arca contenente i semi e gli antenati di uomini e animali; perciò spesso è raffigurato zoppo, con straordinaria somiglianza col nostro Efesto (Vulcano) della mitologia greca e romana. Presso i Dogon il fabbro è anche indovino, mediatore tra il mondo umano e quello divino; é un demiurgo che va riverito, perché potenzialmente pericoloso.
La metallurgia in Africa è avvolta nel mistero, il fabbro è potente ma anche temuto, i luoghi in cui esercita la sua arte sono nella realtà e anche nei molteplici miti che circondano questo mestiere, appartati e sacri. Come Efesto opera all’interno di un Vulcano e costruisce armi che sono magiche così i fabbri sono operatori del sacro, e i capi tradizionali spesso sono anche fabbri, il titolo è foriero di onori. Il fabbro africano richiama anche il nostro mito di Prometeo, l’eroe greco punito per aver donato il fuoco agli uomini, è un eroe culturale insomma, che fa progredire il genere umano. La sacralità e la segretezza che circondano il fabbro si riflettono anche sui suoi strumenti (martello, incudine, mantice) e sulla fucina. Anche la ricerca e l’estrazione del minerale si svolgono nel più grande segreto e in condizioni di purità sessuale. Inoltre quasi sempre la tecnica è ereditaria e appartiene a determinate famiglie, prima di poter iniziare l’apprendistato da neofabbro occorre sottoporsi ad una vera e propria cerimonia iniziatica.
L’artigiano africano come spesso accadeva anche da noi sino a non molti decenni fa, è anonimo, nel senso che -sebbene per molti versi sia a pari del cosiddetto “artista”- egli non firma la propria opera; degli uomini che hanno prodotto i capolavori che vedremo non sappiamo; mentre al giorno d’oggi finalmente l’artigianato è uscito dall’anonimato ed espone orgogliosamente i propri artefatti, forse anche grazie al sistema di comunicazione mondiale, alle nuove tecnologie, che hanno reso il pianeta un villaggio globale.
Queste lame ci parlano di mondi altri e di altre culture, ma anche di altri sensi del bello, e ci raccontano di come la categoria del “bello” sia particolare ma anche universale, affascinante e terribile insieme: stiamo parlando di armi da taglio in fondo, che con le loro impugnature e le loro lame ci parlano di storie complicate di vita e di morte, intrecciate insieme sul grande palcoscenico della vita.
Purtroppo le lame non possono raccontarsi e raccontarci sino in fondo: a cosa servivano, chi le maneggiava, quando, in quali contesti sociali? Sappiamo che spesso le lame avevano scopi rituali, magico-religiosi, o erano di ornamento, di orpello, a capi politici e religiosi, a operatori del magico; altre invece avevano scopi bellici, legati alle piccole e grandi guerre combattute in quelle regioni, o erano legate alla caccia e alla pastorizia; le lame usurate, i manici consumati mostrano la durata del loro uso.
Le lame, come si vedrà, sono raggruppate per aree geografiche, da nord a sud, da oriente a occidente.
Esistono numerosi proverbi africani sul ferro, sul fabbro ma il proverbio qui più significativo a mio parere non riguarda la professione e i suoi utensili, né i manufatti, bensì una considerazione più generale:
“Ti accorgi dell’acqua quando il pozzo è vuoto”, un proverbio etiopico, con tutta probabilità.
Sovente succede che ci si accorga dell’importanza del patrimonio artistico, artigianale, enogastronomico, paesaggistico quando questo è agli sgoccioli, compromesso o quasi desueto, dimenticato, residuo di una tradizione. Invece con molto piacere ho notato nel corso degli anni che l’arte della coltelleria in Sardegna ha una attiva, viva e importante tradizione, tradizione che la globalizzazione non è riuscita a estirpare o omologare; una tradizione che persiste e resiste, ed è anche grazie a lei che oggi siamo qui a Maistus.
Bibliografia consultata
Ernesta Cerulli, Le culture arcaiche oggi, Roma, Utet, 1986.
Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Milano, BUR, 1987. Voce coltello, fabbro, ferro.













