Per una antropologia del grembiule d’asilo
di Alessandra Guigoni
Ogni anno lo stesso rito; ai genitori di bambini compresi tra i 3 e i 5 anni tocca l’annoso e costoso acquisto dei grembiuli per l’asilo, in versione maschile o in versione femminile, in un numero abbastanza elevato da consentire il ricambio quotidiano per almeno metà settimana, poi segue lavatrice.
L’acquisto, si sa, è una regola non scritta ma risaputa, va effettuato ad agosto, quando in occasione degli ultimi saldi compaiono nei negozi gli invenduti dell’anno precedente, che hanno di bello di avere il prezzo dell’anno prima. Non sono all’ultima moda ma di solito i treenni li potete fregare. Un cinqueenne vi metterebbe in crisi dicendo “perché Marietto, Luchino e Fra hanno i gormiti sul grembiule e a me sono toccati i puffi?”
La precipua caratteristica del grembiulino, come di tutto ciò che riguarda i prodotti per l’infanzia, è che non conosce crisi, né sconti: è carissimo, carissimo senza appello.
Nonostante la crisi i prodotti per neonati ma anche per i bambini fascia 3-6 anni sono sempre carissimi, spesso inutilmente infiocchettati e fintamente utili. Non so quanti acquisti sbagliati o superflui ho effettuato, preferisco non tenere il conto. é una specie di potlach che si fa in onore della piccola divinità appena nata, una specie di follia per ringraziarla di essere venuta al mondo, ma anche un segno tangibile dell’amore genitoriale: ormai siamo abituati a monetizzare anche i sentimenti, dunque spendere molto per X vuol dire amare molto X. In un tempo in cui la spiritualità si è tramutata in pellegrinaggio nelle cattedrali dei consumi con relativo shopping, in cui ci si prende cura di sé comperando comperando comperando… in cui le merci sono un feticcio da adorare e in cui riconoscersi, un marcatore di identità… anche il grembiulino gioca un ruolo importante.
Di grembiulini ne esistono molti tipi, ma io ne ho individuate quattro varianti principali, sulla scorta della teoria dello shopping di Mary Douglas: grembiulini tradizionali, naturali, moderni (o tecnologici) ed eclettici.
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Da sinistra in alto: A) grembiule d’asilo tradizionale con spiderman; B) naturale di un’azienda pesarese, in puro cotone, ricamato; c) tecnologico; d) eclettico di Du pareil au meme.
Si va dai grembiulini moderni o tecnici che pur essendo spesso di poliestere al 65% e cotone 35% come tutti gli altri (basta leggere l’etichetta interna) vengono venduti come tecnologicamente avanzati, dunque traspiranti e idrorepellenti, e antimacchia, e dunque smerciati ad una cifra che oscilla tra il 25 ed i 35 euro, circa il doppio di un grembiule tradizionale (tra i 12 e i 20 euro); ai grembiulini eccentrici, che disdegnano le fantasie dei grembiulini tradizionali a quadrettini azzurri con motivi di supereroi e macchinine sopra, e colletto a mo’ di camicia del papà, e quelli a quadrettini rosa, con fate alate e fiori ricamati, nonché un colletto in fintissimo pizzo sangallo.
Sin dalla più tenera età i grembiulini dei bambini parlano e comunicano l’appartenenza di maschi e femmine a due tribù opposte e inconciliabili: quella dei “manovratori di trenini” i maschi, quella di “disegnatrici di casette” le femmine. Così il rosa finisce col diventare il colore preferito delle femmine, dico finisce perché la colonizzazione dell’immaginario è fatta anche di quadrettini, si comincia di lì insomma… e i maschietti dicono di prediligere l’azzurro, forzati in una scelta di campo dalle scelte di consumo dei loro genitori.
Invece i grembiulini eclettici (ad esempio quelli di du pareil au meme) non hanno scacchi, non hanno colori canonici, ma fantasie molto ironiche. Ma non se ne vedono molti negli asili italiani dove i quadrettini prevalgono.
Che tipo di grembiule rimane? Ma il naturale! Conosco diverse genitrici che cuciono da sé i grembiuli o li ordinano presso alcune aziende che solitamente sono sparse tra Carpi, Modena e Pesaro, e confezionano però grembiuli su misura, in puro cotone, con gli automatici invece degli odiosi bottoni (sfido chiunque ad allacciarne 6 in pochi secondi col bambino in perenne movimento alle 8 del mattino) anche serigrafati, con le iniziali del pargolo ricamate, una scelta chic, che sconfina dal naturale all’eclettico, e forse anche all’eccentrico.
Personalmente credo che l’adozione del grembiule a scuola sia ancora peggio dello sfoggio di griffe paventato dalla ministra Gelmini qualche tempo fa. Perché per me le divise sono sempre stupide: solo teoricamente rendono uguali i diversi, soffocando invece l’estro insito nell’abbigliamento, in quanto linguaggio e veicolo potentissimo di comunicazione. Inoltre massimizzano i luoghi comuni e gli stereotipi, reificano i concetti, ed elevano a canone dei dettami di buon senso e buon gusto (non sfoggiare, essere modesti, puntare all’understatement) sino a svuotarli di significato. In ultima analisi non è coprendo una griffe con un grembiule a quadrettini che si elimina la differenza tra ricchi e poveri, tra lo spreco ostentato e il risparmio forzato, la si eclissa semplicemente, ma il dislivello esiste comunque, e forse sarebbe meglio imparare a conoscerlo, anziché far finta che non sia importante, che non conti, anche a scuola, per potersene occupare e ridurlo (pensiero fuori moda, ma mi va di scriverlo, mi fa bene).
Per approfondire: Mary Douglas, Questioni di gusto. Bologna: Il Mulino, 1996 (trad.it);







I bambini attuali a mio avviso, soprattutto nei contesti più urbani, sono sottoposti a molte attenzioni da parte dei genitori in merito al modo di vestirsi e al loro stile estetico. Ciò li rende in poco tempo molto sensibili sul modo di presentarsi e molto meno attenti invece a dimensioni più riflessive. Il punto non è tanto il fatto che essi diventino in tal modo consumisti o superficiali, quanto che questa connotazione sia percepita come uno stile e in quanto tale ricercato, apprezzato. La moltiplicazione delle possibilità estetiche cui i bambini possono attingere non è accompagnata da un eguale rigoglio di categorie etiche. O, forse, più semplicemente,l’unica etica è diventata l’estetica
Commento di Francesco — 20 agosto 2009 @ 12:55
sai penso che molti genitori siano intimamente convinti che se vestono i loro figli come principi e principesse da grandi la prole avrà quella lieta sorte; del resto nel matrimonio cattolico odierno anche gli sposi in chiesa sembrano usciti da una favola regale, il travestimento e’ palese eppure e’ comunemente accettato e perpetuato: i desideri di gloria e i luoghi comuni sono duri a cambiare
sono anche d’accordo quando dici che l’estetica si e’ fatta etica, metro di giudizio per le cose quotidiane, per la vita. un’estetica distorta, che ci pretende sportivi, snelli, produttivi, facoltosi, facondi e faceti… ah, e for ever young.
Commento di alessandra — 20 agosto 2009 @ 15:38
Molto, ma molto interessante questo tuo scritto, grazie.
E’ da un po’ che mi vado interrogando su queste problematiche e ora ho uno spunto in più.
Per quanto riguarda i *travistamenti matrimoniali*, la situazione è (se possibile) ancora peggiore di quella da te descritta. Nel senso che anche chi non sceglie il matrimonio religioso tende ad autotrasformarsi in un re/regina; anzi, forse lo fa in misura ancora maggiore di chi si sposa in chiesa, perchè lì il luogo di culto già serve in parte alla bisogna, mentre una spoglia aula comunale (per quanti affreschi ci siano e spesso ci sono) ha invece bisogno di ulteriori richiami simbolici.
Commento di moreno — 22 agosto 2009 @ 22:03
ciao Moreno ho visitato il tuo blog, veramente molto interessante, e ho visto che, come me, credi nelle potenzialità di internet per comunicare.
quando hai aperto il tuo blog su splinder? nell’altro commento mi ha scritto che eravate appena un centinaio… posso immaginare l’emozione ma anche i dubbi, mettersi in rete significa condividere-dialogare ma anche rinunciare ad una fetta di privacy, piu’ o meno grande: o almeno e’ cio’ che ho pensato io aprendo questo blog
sarei curiosa di conoscere le reazioni dei tuoi parrocchiani al blog, immagino i piu’ giovani in linea con te, per il fatto di avere dimestichezza con facebook, skype ecc., e anche parte degli anziani, che di solito avendo vissuto intensamente hanno una visione della vita meno manichea e rigida…forse l’eta’ di mezzo e’ quella in cui si prendono le posizioni più radicali, sento tanti quarantenni arroccati nelle loro torri d’avorio…
ciao, alla prossima
Commento di alessandra — 23 agosto 2009 @ 07:47
ma sai, Alessandra, in alcuni hanni di esperienza ormai(oddio mi sembra di essere un vecchio marinaio, a usare questo linguaggio, ma vabbè) ho visto che non è tanto una questione di età ma di approccio mentale.
Comunque a questa cosa della possibile *comunanza* tra giovani e anziani non avevo mai pensato e ti ringrazio per avermelo fatto fare.
Il blog su Splinder lo aprii nel 2002, eoni fa, webbianamente parlando. Poi la piattaforma è diventata una ciofeca e chi poteva è emigrato, attualmente wordpress è quanto di meglio offre il mondo del free.
Ma non sono ancora appagato e forse ci saranno novità… stay tuned…
Commento di moreno — 23 agosto 2009 @ 16:22
Non condivido affatto la “teoria delle differenze”celata o offuscata dai grembiuli!
Io non sposo la politica della Gelmini, ma mi trovo assolutamente in linea con la sua idea sull’uso del grembiule. In prima istanza per una questione igienica e perchè sono fortemente convinta che i bambini a scuola “lavorino”e che si “debbano sporcare”(è un po’ come andare in ospedale e vedere medici e infermieri senza i loro camici candidi e asettici).Poi, ben più importante,ne faccio una questione di decoro. Non vorrei fare la moralista, ma vedere bambine di dieci anni con sedere di fuori per adeguarsi alla moda mi suscita una certa tristezza.
Fermo restando che la scuola è un’importante agenzia educativa, proporrei l’uso del grembiule non solo per gli alunni di ogni ordine e grado, ma per gli stessi docenti che si presentano a scuola con abiti importanti, arricchiti da accessori preziosi, per il solo gusto di ostentare, e mi è capitato di sorridere nel sentire che certi abiti, rigorosamente firmati, siano finiti in lavanderia perchè l’insegnante si è seduta, nella migliore delle ipostesi, su una gomma da masticare lasciata cadere “per caso”, da un alunno, sulla sua sedia.
Il grembiule, che nei grandi magazzini ha un costo assolutamente a portata di tutti, ed è lì che viene acquistato prevalentemente dai “ricchi” (infatti credo che siano le categorie meno agiate che vanno alla ricerca del grembiule costoso per colmare il complesso e la sfrustrazione dell’essere “meno agiati” )consente ai bambini di non cogliere le differenze e non cogliendole imparano che si sta con gli altri per quello che sono e non per quello che possono sembrare.
I bambini sono portatori di quella spontaneità incontaminata che viene condizionata da noi adulti sciocchi, perchè vestire alla moda significa inviare agli altri dei messaggi impliciti di stupida appartenenza.
Temo che, ciò che accentua o cela la differenza non siano i grembiuli, ma la mentalità e la superficialità degli adulti. Questo pensiero non appartiene ai bambini… e credimi di bambini e di adolescenti ho una certa esperienza!
Commento di dami — 28 agosto 2009 @ 09:31
conosco un po’ di insegnanti griffate anch’io, ma temo che far indossare loro una cappa non basterebbe a insegnare loro che una persona vale per quello che e’ e non perche’ “e’ figlia di”. forse han sbagliato mestiere o ha sbagliato chi le ha messe dove sono, ex cathedra.
sono invece poco convinta che i bambini non percepiscano la dicotomia ricchezza/povertà, credo che dalle scuole elementari ai bambini, a causa degli adulti, ovvio, inizino a percepire le differenze di censo ma soprattutto a desiderare gli status symbol dei so called ricchi: zainetti, astucci, scarpe, giubbini, insomma tutto ciò che il grembiule non copre o meglio eclissa temporaneamente. e’ il cosiddetto circuito della moda che alimenta questi desideri e la distinzione si nutre anche di oggetti culturali elitari inarrivabili per le classi popolari.
quando un operaio riesce a comprare quell’oggetto lo snob lo ha gia’ abbandonato da un pezzo.
come la moda di hello kitty ad esempio che era per l’élite tre anni fa. ora e’ da auchan, ed essendo alla portata di tutti e’ già passata di moda.
un sistema perverso che si chiama Moda, e che e’ molto attento ai piccoli consumatori, molto.
ricordo con chiarezza la prima volta che percepii la differenza tra me e i possidenti del paese in cui andavo in vacanza. la loro villa era recintata da un muro coperto in cima di cocci di bottiglia, come nella poesia di Montale, che rammento sempre per quel motivo. Chiesi a mia madre il perche’, avevo 6-7 anni: per non fare entrare i ladri, fu la laconica risposta.
ecco da noi i ladri non saprebbero cosa rubare fu quello che pensai immediatamente facendo un rapido check di mobilia e suppellettili
alla prossima, buon we!
Commento di alessandra — 28 agosto 2009 @ 17:34
Questione intrigantissima questa del grembiule e sulla quale mi vado interrogando da un po’ senza però essere arrivato a una determinazione, però. Ma non importa: le domande, si sa, sono più importanti delle risposte (e anche più difficili da porre, aggiungo io).
Comunque, per tornare a noi, la cosa è interessante anche perché si ripropone para para pure in chiesa: i bambini come li vestiamo per la prima Comunione? E per al Cresima? Mentre nel secondo caso sembra si sia pervenuti allo “sciogliete le righe e fate come vi pare”, nel primo caso prevale ancora l’uniformità, e quindi vai con le vestine uguali per tutti.
Ripeto: non ancora le idee chiare, ma alcuni paletti mi pare di poter fissarli. Se è solo una questione pratica, allora ha ragione Dami. Anch’io (e mi scuso per il paragone, ma è il primo che mi viene in mente) quando piove e porto da mangiare ai miei cani, metto un grembiule perché saltandomi addosso dalla gioia (e sono sempre festosi) non mi imbrattino.
Ma non si può imporre la virtù per legge (e in questo ha ragione Alessandra) nel senso che le differenze di censo verranno comunque fuori dagli accessori. O dallo stesso grembiule che (lo sapete meglio di me) può essere di diverse fogge e prezzi. E allora perchè non far indossare una divisa anche agli sposi al matrimonio?
In generale, sono personalmente contrario alle uniformi o divise, tranne che in due casi ben specifici: la vita militare e la vita religiosa. Non appartenendo a nessuna delle due categorie, ne faccio volentieri a meno (tranne in ambito liturgico, ovviamente). E attenzione: anche nel secondo caso (la vita religiosa) l’abito è diventato un fattore di differenziazione solo in un secondo tempo. Due esempi distanti nel tempo per far capire il concetto: l’abito francescano ora è diverso per foggia da tutti gli altri, ma Francesco lo scelse proprio per l’opposto: perché era la veste del lavoratore tipo del suo tempo. Quella gran donna di Madre Teresa fece esattamente la stessa cosa 800 anni dopo: il sari è la veste tipica della donna indiana e solo in occidente distingue, mentre da loro no.
Va beh, basta che l’argomento mi intriga troppo
Commento di moreno — 28 agosto 2009 @ 21:27
Le divise scolastiche sono adottate da bambini e ragazzi in molti paesi del globo senza sollevare tante polemiche.Parlo di divise scolastiche in senso stetto, non di abbigliamento borghese, in tinta, utilizzato per salvaguardare il proprio abito, magari di tartan autentico, da eventuali effusioni d’affetto con il proprio cane nelle serate piovose “stile londinese”.
Dalla mia indagine emerge che in paesi quali Inghilterra,Australia, Irlanda, India e Giappone la divisa scolastica viene indossata e che chi la indossa la trova per certi versi “abbastanza alla moda”. Di recente è stato fatto un sondaggio in Germania dove è stato chiesto che cosa ne pensassero delle “school uniform”…Beh, vi è stato il gradimento del 40% (quasi) dei ragazzi che indosserebbero la divisa scolastica senza difficoltà.
Non voglio fare della filosofia spicciola, ma credo che con l’uso di una divisa scolastica, in questo caso, del grambiule,si possa “liberare il momento scolastico” dalle ineguaglianze sociali e sono convinta che tutto ciò possa essere pedagogicamente bello e corretto. Pensiamo poi al lato puramente pratico: il grembiule protegge l’abbigliamento, griffato e non, dalle macchie indelebili dei pennarelli o degli acrilici utilizzati per un pannello sui dinosauri realizzato dagli alunni di una comune scuola primaria.Ma non solo “libera”i genitori dalla scelta dell’abbigliamento alle 7.30 del mattino. Per non parlare delle macchie di sugo.. Si, perchè per quanto la Signora Ministra stia apportando delle sostanziali modifiche nella scuola, il tempo pieno, e con esso il tempo mensa, continua ad essere difeso con le unghie e con i denti…Quindi il grembiule ha anche il suo lato pratico..Ma non solo: preserva dalle psicosi adolescenziali, perchè credetemi, essere emarginati solo perchè “non si è alla moda”ovvero perchè non ci si può permettere il jeans costoso è veramente mortificante..
Lo ribadisco “l’individuo è il pensiero che ha,le azioni che compie, non la felpa che indossa!”
Sono consapevole del fatto che le differenze purtroppo esistano ed emergano, prima o dopo, ma almeno a scuola,agenzia formativa, aiutiamo quel momento che dovrebbe essere di condivisione, di socializzazione pura, a liberarsi da pregiudizi dettati dalla superficilaità.
In una scuola dell’infanzia di un piccolo paese di provincia hanno adottato una strategia educativa molto edificante per “limitare le differenze”: all’inizio dell’anno scolastico ogni famiglia riceve una lista con delle cose da acquistare, comprese le merende.
Una volta cosegnato, il tutto va riposto in un grande armadio e usato in comunione da tutti i piccoli alunni che non sanno se la propria madre ha acquistato matitoni faber-castell con impugnatura grossa da 12 euro o se invece i matitoni sono “faber e basta” acquistati nel discaunt del quartiere…Meravigliosa trovata che elimina stupide competizioni tra bambini innocenti…Ma poi è anche vero che fuori dai cancelli della scuola troviamo certe mamme che vanificano il lavoro scolastico millantando di possedere una casa con annesso il giardino fax simile del “royal botanic garden” e poi capita di scoprire che in realtà trattasi di aiuola incolta. Così i bimbi indifesi apprendono le differenze sociali anche dalla…. stupidità di certi genitori!
Commento di dami — 29 agosto 2009 @ 01:46
Ripeto, Dami, se si tratta di praticità, nulla di cui discutere. Del resto, nella scuola dell’infanzia e in quella primaria è *già* così.
Io volevo solo porre l’accento sul fatto che le differenze saltanp comunque fuori. Bellissima questa cosa degli acquisti comuni, ma con gli zainetti, per dire, come la mettiamo? Imponiamo un prezzo massimo per legge? La virtù (e mi ripeto, lo so) non si può imporre e il compito educatico delle famiglie non può essere sotituito da nessuno. Compito che purtroppo è spesso (ma spesso) disatteso, come dici anche tu sul finire del tuo commento.
Commento di moreno — 29 agosto 2009 @ 08:44
a Dami: non e’ detto che ciò che non solleva polemiche sia per forza giusto, no? esempio: noi donne per secoli siamo state considerate esseri inferiori o anche diabolici (vedi streghe) e nessuno o quasi sollevava dubbi o protestava… non e’ detto che cio’ che la maggioranza pensa in un dato momento storico o in una data area geografica sia eticamente e moralmente corretto. per fortuna esiste il libero pensiero e le rivoluzioni, altrimenti io e te in quanto donne non sapremmo neppure leggere ne’ scrivere e non potremmo discutere oggi.
a Moreno: le differenze esistono ma dobbiamo fare di tutto per colmarle o almeno alleviarle con leggi, norme, comportamenti, atteggiamenti e anche buon senso; credo che tu nel tuo piccolo abbia anche questa mission, io pure, anche se uso le parole piu’ delle azioni per via del mestiere. ma una buona parola può essere affilata come una spada, si sa
Commento di alessandra — 29 agosto 2009 @ 09:00
Norberto Bobbio in una mirabile sintesi diceva che di sinistra “…è quel modo di agire e di pensare che porta all’attenuazione delle differenze, di destra è quello che porta ad accentuarle…”. Che la Gelmini si faccia promotrice di un pensiero di sinistra mi sembra impossibile (se non per assecondare qualche perversione populista), perciò magari sarà sì alle divise, ma per distinguere chi frequenta certe scuole private per “ricchi” da quelli che frequentano quelle pubbliche. Un po’ come in Giappone e in Inghilterra dove bastano i colori di una cravattina regimental per segnare la differenza di classe. E in ogni caso questa delle differenze non potrà mai essere eliminata in quanto componente antropologica fondamentale dell’umanità (e siamo nel luogo giusto per discuterne). Si può solo lavorare per attenuarne gli effetti. Avendo amministratori-politici illuminati, ovviamente.
Commento di Salvatore — 29 agosto 2009 @ 12:50
aggiornamento: in gran Bretagna un’associazione invita a non comperare oggetti rosa per Natale a bambine e teen agers… con queste motivazioni:
http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/esteri/colore-rosa-gb/colore-rosa-gb/colore-rosa-gb.html?ref=hpspr2
Credo che il colore sia solo la punta dell’iceberg, che le stereotipizzazioni delle differenze di genere partano da molto piu’ lontano, ma che se ne discuta non puo’ che farmi piacere…
Commento di alessandra — 9 dicembre 2009 @ 16:20
Ogni iceberg ha le sue punte penso. Sicuramente partono da molto più lontano le stereotipizzazioni delle differenze di genere. Tutti abbiamo stereotipi, su questo non piove. Solo che certi stereotipi tendono a diventare trappole pericolose, pregiudizi insuperabili, modi di conoscere il mondo che fanno venire i brividi persino ad un vampiro.
Uso ora la dicotomia ricco-povero per facilità discorsiva.
Beh, perché no, un grembiule uguale, ma dico identico, per tutte e tutti ci potrebbe pure stare. Solo il grembiule, non il resto. Finché portano lo stesso grembiule ricchi e poveri sono uguali, almeno a scuola, l’ambiente che praticano per buona parte della giornata. Poi, ovviamente, si attivano i desideri dei bambini poveri quando vedono lo zainetto, l’astuccio o le scarpe del bambini ricchi. Bah!
E qui le cose diventano difficili da gestire. Cosa si potrebbe fare? Sinceramente non lo so, non mi viene in mente proprio niente, niente di niente, perché qualsiasi cosa mi viene in mente mi fa pensare che le famiglie ricche prendono al volo la decisione di mandare i proprio figli in scuole private.
Tornando al discorso delle stereotipizzazioni delle differenze di genere penso che ogni punta d’iceberg è uno stereotipo da sciogliere. Tutti abbiamo stereotipi, quindi punte d’iceberg.
Scusa se prendo spunto dalla tua metafora.
Cos’è un iceberg?
Dall mio collins:
An iceberg is a large tall mass of ice floating in the sea.
Beh, se davvero possiamo fare cose con le parole, penso che tu abbia usato quella giusta. Non sono un imbonitore, accipicchia. Mi hai fatto riscoprire una cosa che davo per scontata.
Un iceberg è un enorme massa di ghiaccio che fluttua nel mare. Matière a penser.
Prometto che i prossimi commenti saranno più strutturati.
A presto
Commento di Francesco — 14 dicembre 2009 @ 00:46
hi everybody
just registered and put on my todo list
hopefully this is just what im looking for looks like i have a lot to read.
Commento di Spanish John — 11 aprile 2010 @ 21:01