siamo con chi mangiamo: commensalità e stili alimentari

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 29th, 2009

di Alessandra Guigoni

Le ultime ricerche scientifiche sugli stili alimentari occidentali, specie su bambini e adolescenti, stanno sottolineando il grande ruolo che svolge la commensalità (mangiare con/insieme) sulle buone o cattive pratiche alimentari della gioventù, sia da un punto di vista nutrizionale ma anche di cultura del mangiare bene e dunque del saper vivere bene (wellness).

In realtà si tratta della scoperta dell’acqua calda: dice un vecchio adagio…dimmi con chi mangi e ti dirò chi sei.

I bambini mangiano bene o male, troppo o poco a seconda di chi hanno accanto. Se mangiano con l’amica sovrappeso tendono a consumare di più, se con l’amichetto vegetariano tendono a privilegiare le verdure… se mangiano in mensa imitano il comportamento di chi li circonda, modellando e calibrando i loro gusti e disgusti su quelli della comunità d’appartenza.

Non mi pare ci sia nulla di strano se non fosse che spesso i genitori fingono di ignorare che ormai i pasti principali sono destrutturati e consumati in modo atipico: la colazione spesso i bambini la fanno nel bar sotto casa o in macchina, mentre vanno a scuola; molti bambini non fanno colazione e direttamente merenda a scuola, con ciò che hanno portato da casa o acquistato ai famigerati distributori automatici.

La mania del distributore è particolarmente comune tra gli adolescenti, che consumano quantità di cioccolato e merendine ormai pari a quelli dei coetanei del nord Europa, notoriamente obesi o con problemi alimentari di varia entità e gravità. Un miliardo sono i obesi nel mondo. Solo un italiano su due è normopeso. E i piccoli? Un terzo dei bambini dai 9 agli 11 anni è sovrappeso in Italia, soprattutto nell’Italia meridionale.

Il pranzo dei piccoli avviene in mensa, con le modalità che poi si diranno. La cena viene consumata a casa con i genitori ma almeno due/tre volte a settimana dai nonni, o dagli zii, o fuori casa in pizzeria o ristorante. Niente di male, basta sapere che in questo modo i bambini sanno cos’è un menu già a tre anni, ma non sanno che la pizza si può cuocere nel forno casalingo e non è un pacco che solo il Pizza boy può consegnare a casa con la vespa.

Il risultato è che la tavola sta diventando un oggetto di antiquariato, e la commensalità non è solo o tanto familiare quanto diasporica. I piccoli nomadi dei pasti dai 3 ai 23 anni si spostano per città e paesi con prodotti dolciari nelle cartelle, bevande zuccherate e caramelline, consumando i pasti con coetanei in luoghi altri da casa.

Dunque nei bambini e negli adolescenti è in atto una grande, silente, forse sottovalutate rivoluzione in campo alimentare: come i loro coetanei mangiano sempre meno a casa, e sempre più fuori casa, nelle mense scolastiche o dei dopo scuola, a casa di parenti ed amici, fuori con i genitori.

Nonostante la crisi i pasti fuori casa si consumano con maggiore frequenza, lo dicono le statistiche, e il consumo di prodotti al bar e in pizzerie non è sceso, anzi. Sovente ad una famiglia media costa meno mangiare un hamburger che preparare un pasto a casa, e quando entrambi i genitori lavorano cenare in pizzeria o nei fast food o nella gastronomia sotto casa è ritenuto pratico ed economico.

A pranzo i genitori consumano il pasto nella mensa aziendale o al bar vicino all’ufficio, i bambini in età prescolare e scolare nelle vituperate (a ragione riteniamo, visto che il 30% secondo un’indagine di La Repubblica risulta essere fuori norma, carente dal punto di vista igienico e/o per la qualità degli alimenti) mense scolastiche, dove il pollo speziato (ma de che), il riso in bianco e la mela la fanno da padrona, spesso con una monotonia e un appiattimento dei gusti da far rimpiangere menu un po’ più etnici e locali.

Ci vorrebbe poco a trasformare un pollo insipido in una pietanza colorata e gustosa, e a rendere il riso appetibile, o a sostituirlo con un tipo di pasta locale (magari bio) specie se si sa ricorrere ai rimedi delle cucine delle nonne, abili a inventarsele tutte (la fame fa miracoli, aguzza l’ingegno) per rendere appetitoso un pezzo di carne sciapo o un pezzo di pane raffermo, o a ispirarsi alle tante cucine etniche che ormai hanno pacificamente invaso (e meno male, ci rallegrano la vista, il gusto e la vita) le nostre città.

Nel frattempo i media incolpano solo i genitori degli stili alimentari scorretti della loro prole, dell’aumentata obesità tra bambini e adolescenti, mentre la responsabilità è sociale e globale a mio parere; vivere con l’ansia dell’orologio per molte ore al giorno, lontano da casa, e fare una vita sedentaria tutti, grandi e piccini, è dovuto agli stili di vita occidentali che si stanno riproducendo con successo anche nei paesi emergenti.

Anche in India, in Messico, nelle metropoli cinesi ed africane nascono come funghi cliniche dimagranti e ci sono problemi di sovrappeso, aumentano le malattie del so called “benessere” ipertensione, diabete, colesterolo, tumori al fegato, all’apparato digerente ecc. ecc.

Lo slogan pro bimbi nelle metropoli italiane è “nati per camminare” , da Milano a Bologna si cerca di combattere l’obesità insegnando un corretto stile di vita, innanzitutto quello del muoversi, del camminare, dell’andare a scuola a piedi, nonostante lo smog, i pirati della strada, i tempi stretti, le macchine posteggiate sui marciapiedi… Un progetto lodevole, ma che continua a guardare l’albero dalle foglie, mentre forse lo si dovrebbe osservare dalle radici.

Sino a che non ci saranno orari flessibili per i genitori lavoratori, la possibilità concreta del part time, del telelavoro, dei nidi e degli asili aziendali, sino a che si continueranno a produrre macchine a benzina, senza cercare fonti di energia alternative in modo concreto, sino a che il car sharing ecc. sarà una pratica elitaria, sino a che i trasporti pubblici non saranno efficienti e capillari, sino a che si continuerà a pensare che possedere un’automobile e’ status symbol e non una necessità imposta da uno stile di vita calato dall’alto, a cui volentieri personalmente mi sotrarrerei se potessi… ecco secondo me sino a quel momento le buone piccole pratiche di resistenza produrranno dei piccoli risultati, ma non sposteranno di un centimetro l’industria automobilistica e il problema dello smog, dell’invivibilità delle città, della sedentarietà a cui per giocoforza siamo condannati tutti, grandi e piccini.

Ma è più facile mettere i nostri figli a dieta e far fare loro l’isolato a piedi di mattina che toccare gli interessi connessi al petrolio e all’industria dell’auto, no?

ObesitàBotero


 Il programma TV trash made in USA Hoarders

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 23rd, 2009

di Alessandra Guigoni

Accumulo, dal latino ad cumulum, in cima, al colmo. Sino in cima sino alla follia è ciò che ho pensato visionando le puntate del nuovo programma tv cult americano Hoarders sulla tv via cavo A&E.

Tutti noi abbiamo un parente o un vicino che ha il vizio di non buttare via nulla (potrebbe servire è la risposta) e la cui casa sembra il magazzino di un rigattiere: trattasi di una patologia, spesso non riconosciuta o sottovalutata, che conduce a collezionare oggetti.

I personaggi (veri, non è una fiction) scelti per le prime puntate sono da tragedia greca. La loro mania di accumulare oggetti inservibili, inutili, pericolosi, di conservare persino il cibo e la spazzatura li ha portati ad un passo dal baratro: chi si sta separando, chi ha perso la custodia dei figli, chi il lavoro, chi rischia la prigione. Storie dolenti di umanità con immagini scioccanti.

http://aetv.com/hoarders

Naturalmente il programma ha il suo profilo su Twitter: http://twitter.com/hoarderstv

E su facebook: http://facebook.com/hoarders

Ormai molti programmi televisivi si avvalgono dei social networks per incrementare l’interesse dell’audience e per fidelizzarla.

Il programma prevede la cura urto della pulizia della casa, ma gli autori raccomandano di non prendere alla lettera ciò che viene detto e mostrato nel programma e di rivolgersi a specialisti per la cura di questo disturbo ossessivo compulsivo ed elencano una serie di istituzioni e strutture a cui rivolgersi.

La Tv sta sostituendo il lettino dello psicoanalista ma non credo sia un bene: le persone sono convinte che mettere in scena i loro più intimi segreti li libererà, come se si trattasse di una trance mediatica a cui segue la purificazione o catarsi.

In realtà confidare le corna fatte alla moglie agli amici di un forum o scrivere che si detesta il collega d’ufficio può essere che aiuti a liberarsi di un peso, forse per questo i confessionali delle chiese sono sempre free, mentre i confessionali del GrandeFratello sono sempre occupati, come i bagni sugli aerei.

Ma liberarsi di un disturbo o dare la caccia al coniuge traditore (come nell’obrobrioso Tv show Cheaters: http://www.cheaters.com/) grazie alla tv credo sia un grosso misunderstanding sul ruolo di quel media e forse anche un sintomo della confusione e della solitudine delle persone oggi.

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 etnografia del calcio, una specie di autobiografia

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 15th, 2009

Genoa

di Alessandra Guigoni

A Genova la fede calcistica si eredita, come i vecchi mobili dei nonni e i monili della bisnonna. Così sono nata genoana, e non ho mai pensato di abiurare, anche se ho sempre avuto una passione molto tiepida per il calcio. Nata genoana e vissuta sino ai 25 anni in un quartiere sampdoriano, dove la domenica sera si ostentavano bandiere blucerchiate quasi ad ogni balcone e finestra se la Samp vinceva, come tante sindoni colorate, e le rare bandiere rossoblu sembravano asparagi selvatici in un mare d’erba.

Sono andata allo stadio Luigi de Ferraris meno di 5 volte nella mia vita, perchè lo stadio non era cosa da signorine, a meno che non si fosse allocate nei distinti o meglio in tribuna; negli ultimi 20 anni osservando le riprese televisive in campo ho scorto molte donne di ogni età negli stadi e mi sono convinta che le cose sono cambiate, anche se rimane sempre uno spettacolo più maschile che femminile, almeno ad oggi.

Per i casi della vita poi ho sposato un uomo della mia stessa fede calcistica, tifoso, con un padre e un fratello tifosi. Il calcio è cosi diventato un argomento di conversazione nella nostra famiglia allargata, un modo per rompere il ghiaccio nei momenti ufficiali, forse anche un minimo comune denominatore. Funzionale, dunque accettato anche dall’anima femminile della famiglia, che però è in parte sampdoriana, dunque amabilmente ironica durante le conversazioni: si tratta di un gioco, ovvio, ma portato avanti con impegno; una performance in cui il calcio veicola l’eterna lotta tra uomo e donna per la supremazia del telecomando di casa, del quotidiano intonso e della strisciolina di focaccia appena ritirata in panificio e ancora avviluppata nella sua carta.

Ora più che mai visto che il Genoa è primo in classifica se ne parla. Beh lo è anche la Samp prima in classifica, e la Juve, ma questo per me è secondario. Se chiudo gli occhi immagino la mia vecchia città tappezzata di bandiere e striscioni, il tifo a Genova fa fare follie tipo dipingere muri di caseggiati interi nei colori delle due squadre avversarie, ma anche panchine, scalinate (Genova è piena di scale, come insegna il poeta Caproni), alberi. Ciò che sembra vandalismo agli occhi del tifoso sembra un atto d’amore. Writerizzare un muro di rossoblu, magari scrivendo il nome del proprio calciatore preferito.

Mi ha colpito risentire un vecchio sketch televisivo di Vittorio Sgarbi che afferma che il calciatore è un artista, perché fa emozionare; per una volta sono d’accordo con lui, il calcio dà emozioni, emozioni forti, e purtroppo aggiungo io fa passare in secondo piano la vergogna dell’esosità di chi campa sul calcio: dai media agli allenatori, ai calciatori, alle società, ai procuratori ecc. ecc. ecc.

In tempi di crisi forse sarebbe meglio spendere diversamente i propri risparmi, ma tant’è gli abbonamenti agli stadi, ai canali a pagamento non mi sembrano poi così scemati, e i circenses vanno a gonfie vele, proprio perchè quando c’e’ crisi c’e’ voglia di distrarsi e pensare ad altro. C’è chi si svuota la testa davanti a X factor o a Grande Fratello, chi davanti ad una partita; é molto umano e fingere che siano fenomeni trascurabili non serve a niente, anzi è controproducente.

D’altro canto se il calcio fosse solo un business mediatico le persone se ne sarebbero alla lunga stancate e staccate; la verità è che il mondo anzi “l’universo del calcio” veicola qualcosa di ancestrale, di antico, di tradizionale, di selvaggio, di partecipato, di comunitario, di identitario, di agonistico, di rituale che si lascia ancora intravedere nel celeberrimo Palio di Siena e in pochi altri tornei di sapore antico, mentre è presente, vivo, pulsante negli stadi ogni domenica del campionato.

Bruno Barba è stato uno dei pochi antropologi italiani ad aver preso il toro per le corna e aver pubblicato un interessante saggio, qualche anno fa, sul fenomeno: Un antropologo nel pallone, curato da Meltemi di Roma. Nella prefazione lo esprime molto chiaramente: “il calcio è uno sport, uno spettacolo, una fede, una passione, un rituale”.

Come ogni rituale è difficile sottrarsene e mantenere la giusta distanza per poterlo guardare nel suo complesso; “gli italiani sono un popolo di allenatori” ha detto un giornalista sportivo: del calcio si può parlare del mondo Ultrà, della violenza negli stadi, e di tanti altri temi, a me l’aspetto che colpisce di più sono i discorsi intorno al calcio, i dispositivi retorici, le narrazioni, specie quelle su Internet: forum, chat, social networks, ecc. ecc. ecc.

Il calcio parlato o meglio scritto in Rete è ridondante, capace di polarizzare l’attenzione di decine di persone per ore attorno ad una discussione su di un rigore concesso o non concesso dall’arbitro; è ipnotico perchè costituisce un momento fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano e porta il tifoso internettiano nel tempo della mitologia, dunque dell’atemporale, del tempo del mito dove tutto è possibile e plausibile, dove le regole del mondo non valgono, ma valgono solo le regole che la comunità degli scriventi decide di darsi liberamente. Nell’esercizio della scrittura e della lettura il tifoso si garantisce una dimensione che pur essendo flebilmente agganciata alla realtà, ossia la partita o il giocatore oggetto della discussione, è una dimensione come abbiamo già detto, in cui la passione condivisa dalla rete sociale del tifoso gli fornisce in summa identità e patria (la squadra cittadina o nazionale), bandiera in cui riconoscersi, simbolicamente come materialmente, in una parola sicurezza, un campanile a cui tendere e guardare nei momenti di smarrimento e di perdita di senso. Non per niente negli ultimi 30 anni sono vacillate le fedi politiche, religiose, si è messo in forse l’ideale del lavoro a vita e l’importanza dell’istruzione, della cultura, così come alcuni Stati nazione si sono rivelati fragili, troppo fragili.

Rimane il calcio e poco più e lo dico con dispiacere.

cittaverticale


 ETNU – Nuoro 11-14 settembre 2009

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 12th, 2009

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L’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, con la collaborazione della SIMBDEA – Società italiana per la Museografia e i Beni demoetnoantropologici e del Comune di Nuoro, organizza, dall’11 al 14 settembre 2009, ETNU, 2° Festival italiano dell’etnografia.

Il festival si tiene a Nuoro, nel centro polifunzionale di via Roma / via Ferracciu dalle 10,00 alle 23,00 con ingresso libero e si articola in una serie di eventi ed esposizioni che mirano a offrire a un vasto pubblico uno scenario aggiornato del complesso di studi e di attività riconducibili alle riflessioni e alle pratiche dell’etnografia.

Temi guida di quest’edizione sono l’ etnografia della modernità, l’alimentazione e l’oralità.

Il programma: http://www.etnu.it/programma/programma_2009.pdf


 a.a.a. amici cinguettanti (twitter addicted) cercasi

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 8th, 2009

di Alessandra Guigoni

Fatevi avanti! Twitter il social network dedicato ai microblogger, coloro che hanno il dono della sintesi (140 caratteri a post, non una lettera o spazio in piu’) e cose da dire per ora parla sopratutto giapponese e inglese, di italiano si legge poco, ed e’ un peccato visto che siamo un popolo di santi, poeti e navigatori oltre che di puttanieri e faccendieri.

Anche Barack Obama cinguetta su Twitter; twit infatti e’ la parola onomatopeica dal verbo to tweet che imita il cinguettio dei volatili. E un uccellino azzurro e’ il logo di questo social nerwork. Nato appena nel 2006 sta facendo concorrenza a facebook, anche se si tratta di due generi e stili di comunicazione completamente diversi.

La home page degli utenti di Twitter infatti e’ molto basic, e la parola e’ tutto. Si comunica con frasi brevi, ad affetto, dense di significato. Non si possono inserire immagini, filmati, solo links e sempre rimanendo nell’ambito dei 140 caratteri. I propri pensieri sono inseriti nella home page, tutti possono leggerli, anche se poi essendo milioni gli utenti prevale la lettura dei messaggi dei propri following ossia di chi ci segue e legge. La figura opposta al following e’ il follower ossia chi segue un altro microblogger.

Un esempio: sono follower di Barack Obama come altri 3 milioni di twitters ma lui non segue me, non e’ un mio following, tanto per capirci meglio.

In Facebook la comunicazione e’ più latina, articolata e ha una serie di opzioni, tra cui la chat, gli album fotografici, e via dicendo. E’ una specie di blog a tutti gli effetti, anche se circola solo tra gli amici e chi non e’ amico non ha diritto alla lettura, mentre i blog come questo sono aperti a tutti e tutti possono leggere, essendo pubblicato sul Web.

Tornando a Twitter direi che Internet ha anche questo di bello: che io che non conto nulla o conto poco, e lui che e’ l’uomo piu’ potente della terra, parlo del Presidente degli Stati Uniti d’America, condividiamo uno spazio virtuale, il cyberspazio, e teoricamente, almeno teoricamente, abbiamo la stessa possibilità di comunicare grazie a twitter.com.

Twitter e’ uno spazio che ha le stesse opzioni, formato, carattere per tutti. Un contenitore simile, in cui la differenza la fanno i contenuti e le persone.

Ci sono persone che grazie a Twitter sono diventate popolari, icone forse momentanee del circo dei mass media, nonostante nel mondo offiline non siano ne’ ricche, ne’ belle ne’ potenti. E’ la capacità affabulatoria, l’essere dentro la notizia, la cronaca, la sincerita’ e l’ironia ad essere le armi vincenti. Forse la cronaca in futuro si seguirà anche con twitter, visto che siamo bombardati dall’informazione ma le persone leggono e ascoltano sempre meno.

140 caratteri forse diventeranno la soglia di attenzione dei cybernauti. E degli studenti. provate a spiegare una lezione o a fare una conferenza usando frasi di 140 caratteri. 140 caratteri per volta. Poi stop e pausa. Non e’ male, ci ho provato e mi e’ sembrato di essere meno noiosa del solito.

Per chi volesse seguirmi o farsi seguire su Twitter, cerchi di Alexethno aka Alessandra Guigoni:

http://twitter.com/alexethno

Per chi volesse seguire the US President (noblesse oblige citarlo): http://twitter.com/BarackObama

E infine per chi volesse conoscere i segreti di Twitter: http://twitteritalia.com/

twitter


 questioni di fumo

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 3rd, 2009

di Alessandra Guigoni

Come si fa a parlare del fumo? Voglio dire… è qualcosa che ora c’è e domani no, arriva e va via senza salutare, segue le correnti, i venti, è capriccioso e beffardo, immateriale, impalpabile eppure così importante a volte…

Segnala e preavvisa di pericoli, veicola odori lontani: è un sistema di comunicazione, come vedremo.

Parliamo di fumo allora. Ma del fumo come fenomeno fisico, cambino pure sito coloro che cercano piaceri proibiti, qui non si parla di canne; la definizione è:  “il fumo è una dispersione colloidale di particelle solide in un gas, in genere causata dalla combustione”, cito da wikipedia, voce “fumo”.

La scusa per parlarne è una notizia di un paio di giorni fa, è stato chiesto dal leader libico alle Frecce tricolori di sparare nel cielo fumo verde, in onore dell’Islam,  invece dell’italico biancorossoverde, e apriti cielo, è il caso di dirlo, ne è nato un acceso (il fuoco fa fumo) e fumoso (ossia intricato, poco chiaro, poco leggibile) dibattito politico.

Quanti modi di dire hanno il fumo per protagonista? moltissimi. Del resto l’uomo ha rivoluzionato la propria vita grazie alla scoperta del fuoco e alla cottura degli alimenti. Dal crudo al cotto. Dallo stato di natura allo stato di cultura, dal selvaggiume alla civiltà. E dove c’è fuoco c’e’ sempre fumo, si sa.

“Tutto fumo e niente arrosto” è la prima espressione a venirmi in mente, ma ci sono molti modi di dire popolari legati al nebbioso, fastidioso fumo.

L’episodio delle Frecce tricolore mi ha fatto riflettere sul fatto che il fumo è  un oggetto culturale importante, mentre spesso lo sottovalutiamo. Ad esempio c’e'  un altro tipo di fumo altrettanto spinoso e importante: la fumata bianca o nera che si usa ancor oggi in occasione dell’elezione del papa. Un comignolo di una stufa nella cappella Sistina appositamente usato per annunciare al mondo che il nuovo papa è stato eletto (fumata bianca) o la votazione andrà ripetuta (fumata nera).

Ma ci sono  altri tipi di fumo che mi vengono in mente:

Da bongustaia c’è il fumo dell’affumicatura. Ottima per conservare pollame, carni, pesce. Il salmone affumicato a Natale, qualche fettina di bottarga di muggine di Cabras con olio extravergine e pane carasau per aperitivo con un buon vermentino almeno una volta a settimana. L’affumicatura al giorno d’oggi serve per aromatizzare più che a conservare, ma è comunque una pratica antica, egizia prima, romana poi, di tutto rispetto.

Del resto sono stati proprio gli Egizi a inventare il profumo, dal latino per fumum: le prime sostanze odorose venivano infatti bruciate, e i fumi profumati odorati graziosamente; sin dai tempi antichi la ricerca di sostanza profumate era spasmodica, e si può dire che dal Medioevo in poi il profumo è stato un elemento dell’abbigliamento dell’Europeo. Sino ai nostri giorni…il profumo è uno dei must have della civiltà postmoderna, in ogni casa c’e’ almeno una boccetta di profumo.

Se ci penso bene il rituale di bruciare delle sostanze odorose è insieme profano e sacro; pensiamo solo all’importanza dell’incenso, dell’odore caratteristico, indice di presenza del divino, che segnala un momento e/o un luogo sacro,  e delle candele accese nella Chiesa cattolica.

Il fumo come sistema di comunicazione: lo usavano i nativi americani, per comunicare a lunga distanza, ma usavano anche il tabacco e il suo fumo, il tabacco è americanissimo, giunto in Europa dopo il 1492. Per i nativi americani il tabacco e il suo fumo era come l’incenso per i cattolici. Era sacro, era simbolo della comunione e comunicazione con la divinità e veniva fumato nei momenti topici della vita individuale e sociale. Il famoso calumet della pace -immortalato persino nei fumetti- docet.

Le ottocentesche sigarette non erano ancora state inventate. Si fiutava il tabacco, si masticava, al limite si fumava in pipa.

Pare che in Russia in Età moderna gli uomini puzzassero talmente di tabacco masticato da indurre le loro gentili corsorti a dire: “Meglio baciare il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti” (citazione dal divertente blog di Mitì Vigliero: http://www.placidasignora.com/)

Nell’Ottocento arriva in Europa il sigaro (foglie di tabacco arrotolate che i popoli mesoamericani fumavano da secoli): si inventa la veste per fumare, allo scopo di preservare dall’odore di fumo i vestiti di tutti i giorni: lo smoking, che poi è diventato l’abito elegante da sera per eccellenza.

Già lo smoking: tanto rumore per un po’ di fumo.

Il fumo è proibito o almeno sconsigliato vivamente per i musulmani, ma anche i cristiani sono stati scomunicati per il vizio in passato. Bacco,  Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere:  mi pare che l vecchio adagio occidentale sia chiaro. E le scritte deterrenti sui pacchetti delle sigarette sono altrettanto chiare riguardo agli affetti del tabacco.

Ormai gli ultimi tabagisti, amici cari con gli occhi da panda, sì Massimo sto parlando di te, si rintanano nelle verande dei ristoranti a fumare, o nei bagno degli aeroporti internazionali; si e poi provano con agopuntura, cerotti, sigarette farlocche, tai chi, yoga, massaggi…

E poi:

Segnali di fumo: un modo di dire che indica che qualcosa si muove e va decifrato.

Avere il fumo negli occhi. Quando ci sembra di aver capito e invece abbiamo frainteso.

Quella cosa e’ andata in fumo. Quando un desiderio si affoscia come un souffle’ mal riuscito.

Vedere una persona come fumo negli occhi. Quando siamo maldisposti e proviamo antipatia.

What else? come direbbe George nel celeberrismo spottone…

Ah sì, il fumo dei vicini come elemento perturbatore dell’armonia olfattiva della sottoscritta. Chi ha dei vicini muniti di barbecue forse ha capito cosa intendo: ogni sera, anche quando ci sono 40gradi all’ombra, anche quando d’inverno piove a dirotto, o tira un terribile vento, i miei ineffabili vicini accendono il barbecue e arrostiscono le carni o il pesce, come ai tempi di Omero.

Il profumo delle proprie carni e dei propri pesci arrosto diventa puzzo ai nasi altrui. La gioia del fuoco acceso, del fumo che pervade il giardino diventa inquinamento da fumo per l’Altro. Non so se ci sia un galateo per l’accensione e l’uso del fuoco da barbecue ma ci dovrebbe essere. Ciascuno di noi ha la propria concezione di distanza che vuole mantenere. La distanza è lo spazio tra noi e gli Altri. C’e’ chi ama la vicinanza e chi ha bisogno di un diaframma più o meno esteso… si va da pochi centimetri a un metro. Distanze che si traducono non solo in termini spaziali, ma anche olfattivi e uditivi. A me ad esempio piace la vicinanza ma non amo essere invasa olfattivamente: un profumo troppo forte, tipicamente certe acqua di colonia maschile, o certi profumi femminili, o certi tipi di sudore da tuta in acetato, che si sentono all’uscita delle scuole secondarie di secondo grado o sui bus cittadini, o infine l’odore dei fuochi vicini che entra dalla finestra e si appiccica sulla biancheria stesa persino. Riconosco che sono sciocchezze, questioni di lana caprina. I miei vicini hanno anche pregi, che elargiscono a piene mani: non rumoreggiano la domenica mattina, non ho mai sentito la loro tv e non hanno neppure uno straccio di cane, ne’ un gatto maschio in calore. L’invasione olfattiva dunque è sottoportabile, paragonata a ciò che sento raccontare in giro.

Alla fine sono solo questioni di gusto, di gusti e di fumo appunto :)

MarleneDietrichMarlene Dietrich da http://media.photobucket.com