siamo con chi mangiamo: commensalità e stili alimentari
di Alessandra Guigoni
Le ultime ricerche scientifiche sugli stili alimentari occidentali, specie su bambini e adolescenti, stanno sottolineando il grande ruolo che svolge la commensalità (mangiare con/insieme) sulle buone o cattive pratiche alimentari della gioventù, sia da un punto di vista nutrizionale ma anche di cultura del mangiare bene e dunque del saper vivere bene (wellness).
In realtà si tratta della scoperta dell’acqua calda: dice un vecchio adagio…dimmi con chi mangi e ti dirò chi sei.
I bambini mangiano bene o male, troppo o poco a seconda di chi hanno accanto. Se mangiano con l’amica sovrappeso tendono a consumare di più, se con l’amichetto vegetariano tendono a privilegiare le verdure… se mangiano in mensa imitano il comportamento di chi li circonda, modellando e calibrando i loro gusti e disgusti su quelli della comunità d’appartenza.
Non mi pare ci sia nulla di strano se non fosse che spesso i genitori fingono di ignorare che ormai i pasti principali sono destrutturati e consumati in modo atipico: la colazione spesso i bambini la fanno nel bar sotto casa o in macchina, mentre vanno a scuola; molti bambini non fanno colazione e direttamente merenda a scuola, con ciò che hanno portato da casa o acquistato ai famigerati distributori automatici.
La mania del distributore è particolarmente comune tra gli adolescenti, che consumano quantità di cioccolato e merendine ormai pari a quelli dei coetanei del nord Europa, notoriamente obesi o con problemi alimentari di varia entità e gravità. Un miliardo sono i obesi nel mondo. Solo un italiano su due è normopeso. E i piccoli? Un terzo dei bambini dai 9 agli 11 anni è sovrappeso in Italia, soprattutto nell’Italia meridionale.
Il pranzo dei piccoli avviene in mensa, con le modalità che poi si diranno. La cena viene consumata a casa con i genitori ma almeno due/tre volte a settimana dai nonni, o dagli zii, o fuori casa in pizzeria o ristorante. Niente di male, basta sapere che in questo modo i bambini sanno cos’è un menu già a tre anni, ma non sanno che la pizza si può cuocere nel forno casalingo e non è un pacco che solo il Pizza boy può consegnare a casa con la vespa.
Il risultato è che la tavola sta diventando un oggetto di antiquariato, e la commensalità non è solo o tanto familiare quanto diasporica. I piccoli nomadi dei pasti dai 3 ai 23 anni si spostano per città e paesi con prodotti dolciari nelle cartelle, bevande zuccherate e caramelline, consumando i pasti con coetanei in luoghi altri da casa.
Dunque nei bambini e negli adolescenti è in atto una grande, silente, forse sottovalutate rivoluzione in campo alimentare: come i loro coetanei mangiano sempre meno a casa, e sempre più fuori casa, nelle mense scolastiche o dei dopo scuola, a casa di parenti ed amici, fuori con i genitori.
Nonostante la crisi i pasti fuori casa si consumano con maggiore frequenza, lo dicono le statistiche, e il consumo di prodotti al bar e in pizzerie non è sceso, anzi. Sovente ad una famiglia media costa meno mangiare un hamburger che preparare un pasto a casa, e quando entrambi i genitori lavorano cenare in pizzeria o nei fast food o nella gastronomia sotto casa è ritenuto pratico ed economico.
A pranzo i genitori consumano il pasto nella mensa aziendale o al bar vicino all’ufficio, i bambini in età prescolare e scolare nelle vituperate (a ragione riteniamo, visto che il 30% secondo un’indagine di La Repubblica risulta essere fuori norma, carente dal punto di vista igienico e/o per la qualità degli alimenti) mense scolastiche, dove il pollo speziato (ma de che), il riso in bianco e la mela la fanno da padrona, spesso con una monotonia e un appiattimento dei gusti da far rimpiangere menu un po’ più etnici e locali.
Ci vorrebbe poco a trasformare un pollo insipido in una pietanza colorata e gustosa, e a rendere il riso appetibile, o a sostituirlo con un tipo di pasta locale (magari bio) specie se si sa ricorrere ai rimedi delle cucine delle nonne, abili a inventarsele tutte (la fame fa miracoli, aguzza l’ingegno) per rendere appetitoso un pezzo di carne sciapo o un pezzo di pane raffermo, o a ispirarsi alle tante cucine etniche che ormai hanno pacificamente invaso (e meno male, ci rallegrano la vista, il gusto e la vita) le nostre città.
Nel frattempo i media incolpano solo i genitori degli stili alimentari scorretti della loro prole, dell’aumentata obesità tra bambini e adolescenti, mentre la responsabilità è sociale e globale a mio parere; vivere con l’ansia dell’orologio per molte ore al giorno, lontano da casa, e fare una vita sedentaria tutti, grandi e piccini, è dovuto agli stili di vita occidentali che si stanno riproducendo con successo anche nei paesi emergenti.
Anche in India, in Messico, nelle metropoli cinesi ed africane nascono come funghi cliniche dimagranti e ci sono problemi di sovrappeso, aumentano le malattie del so called “benessere” ipertensione, diabete, colesterolo, tumori al fegato, all’apparato digerente ecc. ecc.
Lo slogan pro bimbi nelle metropoli italiane è “nati per camminare” , da Milano a Bologna si cerca di combattere l’obesità insegnando un corretto stile di vita, innanzitutto quello del muoversi, del camminare, dell’andare a scuola a piedi, nonostante lo smog, i pirati della strada, i tempi stretti, le macchine posteggiate sui marciapiedi… Un progetto lodevole, ma che continua a guardare l’albero dalle foglie, mentre forse lo si dovrebbe osservare dalle radici.
Sino a che non ci saranno orari flessibili per i genitori lavoratori, la possibilità concreta del part time, del telelavoro, dei nidi e degli asili aziendali, sino a che si continueranno a produrre macchine a benzina, senza cercare fonti di energia alternative in modo concreto, sino a che il car sharing ecc. sarà una pratica elitaria, sino a che i trasporti pubblici non saranno efficienti e capillari, sino a che si continuerà a pensare che possedere un’automobile e’ status symbol e non una necessità imposta da uno stile di vita calato dall’alto, a cui volentieri personalmente mi sotrarrerei se potessi… ecco secondo me sino a quel momento le buone piccole pratiche di resistenza produrranno dei piccoli risultati, ma non sposteranno di un centimetro l’industria automobilistica e il problema dello smog, dell’invivibilità delle città, della sedentarietà a cui per giocoforza siamo condannati tutti, grandi e piccini.
Ma è più facile mettere i nostri figli a dieta e far fare loro l’isolato a piedi di mattina che toccare gli interessi connessi al petrolio e all’industria dell’auto, no?







Marlene Dietrich da http://media.photobucket.com
