etnografia del calcio, una specie di autobiografia

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 15th, 2009

Genoa

di Alessandra Guigoni

A Genova la fede calcistica si eredita, come i vecchi mobili dei nonni e i monili della bisnonna. Così sono nata genoana, e non ho mai pensato di abiurare, anche se ho sempre avuto una passione molto tiepida per il calcio. Nata genoana e vissuta sino ai 25 anni in un quartiere sampdoriano, dove la domenica sera si ostentavano bandiere blucerchiate quasi ad ogni balcone e finestra se la Samp vinceva, come tante sindoni colorate, e le rare bandiere rossoblu sembravano asparagi selvatici in un mare d’erba.

Sono andata allo stadio Luigi de Ferraris meno di 5 volte nella mia vita, perchè lo stadio non era cosa da signorine, a meno che non si fosse allocate nei distinti o meglio in tribuna; negli ultimi 20 anni osservando le riprese televisive in campo ho scorto molte donne di ogni età negli stadi e mi sono convinta che le cose sono cambiate, anche se rimane sempre uno spettacolo più maschile che femminile, almeno ad oggi.

Per i casi della vita poi ho sposato un uomo della mia stessa fede calcistica, tifoso, con un padre e un fratello tifosi. Il calcio è cosi diventato un argomento di conversazione nella nostra famiglia allargata, un modo per rompere il ghiaccio nei momenti ufficiali, forse anche un minimo comune denominatore. Funzionale, dunque accettato anche dall’anima femminile della famiglia, che però è in parte sampdoriana, dunque amabilmente ironica durante le conversazioni: si tratta di un gioco, ovvio, ma portato avanti con impegno; una performance in cui il calcio veicola l’eterna lotta tra uomo e donna per la supremazia del telecomando di casa, del quotidiano intonso e della strisciolina di focaccia appena ritirata in panificio e ancora avviluppata nella sua carta.

Ora più che mai visto che il Genoa è primo in classifica se ne parla. Beh lo è anche la Samp prima in classifica, e la Juve, ma questo per me è secondario. Se chiudo gli occhi immagino la mia vecchia città tappezzata di bandiere e striscioni, il tifo a Genova fa fare follie tipo dipingere muri di caseggiati interi nei colori delle due squadre avversarie, ma anche panchine, scalinate (Genova è piena di scale, come insegna il poeta Caproni), alberi. Ciò che sembra vandalismo agli occhi del tifoso sembra un atto d’amore. Writerizzare un muro di rossoblu, magari scrivendo il nome del proprio calciatore preferito.

Mi ha colpito risentire un vecchio sketch televisivo di Vittorio Sgarbi che afferma che il calciatore è un artista, perché fa emozionare; per una volta sono d’accordo con lui, il calcio dà emozioni, emozioni forti, e purtroppo aggiungo io fa passare in secondo piano la vergogna dell’esosità di chi campa sul calcio: dai media agli allenatori, ai calciatori, alle società, ai procuratori ecc. ecc. ecc.

In tempi di crisi forse sarebbe meglio spendere diversamente i propri risparmi, ma tant’è gli abbonamenti agli stadi, ai canali a pagamento non mi sembrano poi così scemati, e i circenses vanno a gonfie vele, proprio perchè quando c’e’ crisi c’e’ voglia di distrarsi e pensare ad altro. C’è chi si svuota la testa davanti a X factor o a Grande Fratello, chi davanti ad una partita; é molto umano e fingere che siano fenomeni trascurabili non serve a niente, anzi è controproducente.

D’altro canto se il calcio fosse solo un business mediatico le persone se ne sarebbero alla lunga stancate e staccate; la verità è che il mondo anzi “l’universo del calcio” veicola qualcosa di ancestrale, di antico, di tradizionale, di selvaggio, di partecipato, di comunitario, di identitario, di agonistico, di rituale che si lascia ancora intravedere nel celeberrimo Palio di Siena e in pochi altri tornei di sapore antico, mentre è presente, vivo, pulsante negli stadi ogni domenica del campionato.

Bruno Barba è stato uno dei pochi antropologi italiani ad aver preso il toro per le corna e aver pubblicato un interessante saggio, qualche anno fa, sul fenomeno: Un antropologo nel pallone, curato da Meltemi di Roma. Nella prefazione lo esprime molto chiaramente: “il calcio è uno sport, uno spettacolo, una fede, una passione, un rituale”.

Come ogni rituale è difficile sottrarsene e mantenere la giusta distanza per poterlo guardare nel suo complesso; “gli italiani sono un popolo di allenatori” ha detto un giornalista sportivo: del calcio si può parlare del mondo Ultrà, della violenza negli stadi, e di tanti altri temi, a me l’aspetto che colpisce di più sono i discorsi intorno al calcio, i dispositivi retorici, le narrazioni, specie quelle su Internet: forum, chat, social networks, ecc. ecc. ecc.

Il calcio parlato o meglio scritto in Rete è ridondante, capace di polarizzare l’attenzione di decine di persone per ore attorno ad una discussione su di un rigore concesso o non concesso dall’arbitro; è ipnotico perchè costituisce un momento fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano e porta il tifoso internettiano nel tempo della mitologia, dunque dell’atemporale, del tempo del mito dove tutto è possibile e plausibile, dove le regole del mondo non valgono, ma valgono solo le regole che la comunità degli scriventi decide di darsi liberamente. Nell’esercizio della scrittura e della lettura il tifoso si garantisce una dimensione che pur essendo flebilmente agganciata alla realtà, ossia la partita o il giocatore oggetto della discussione, è una dimensione come abbiamo già detto, in cui la passione condivisa dalla rete sociale del tifoso gli fornisce in summa identità e patria (la squadra cittadina o nazionale), bandiera in cui riconoscersi, simbolicamente come materialmente, in una parola sicurezza, un campanile a cui tendere e guardare nei momenti di smarrimento e di perdita di senso. Non per niente negli ultimi 30 anni sono vacillate le fedi politiche, religiose, si è messo in forse l’ideale del lavoro a vita e l’importanza dell’istruzione, della cultura, così come alcuni Stati nazione si sono rivelati fragili, troppo fragili.

Rimane il calcio e poco più e lo dico con dispiacere.

cittaverticale

9 commenti »

  1. Il calcio mi piaceva sino ai primi anni 90. Attualmente, anche seguendolo ogni tanto, mi sembra sia diventato molto più prevedibile e squilibrato, omologato. I conduttori televisivi ne parlano come fosse una scienza e molti allenatori si danno un’aria professionale, quasi dottorale, del tutto fuori luogo per un semplice gioco. Il livello tecnico dei calciatori si è abbassato e viene privilegiato il semplice aspetto atletico. Contano solo pochi club, quelli che hanno più denaro. Una volta prima della caduta del muro di Berlino i club dell’est europa riuscivano a competere con quelli occidentali: ora con la globalizzazione sono stati marginalizzati e vincono sempre i soliti, sia nelle singole nazioni che a livello internazionale. Le sessioni di calcio mercato, molto più lunghe( e snervanti) hanno indebolito il senso di identità e appartenenza alla maglia e può accadere che in una stessa stagione un calciatore giochi per 3 club. Vedere una partita può sempre conservare elementi romanzeschi, ma questi sembrano sempre più legati ad una sensibilità e cultura( anche calcistica e sportiva, ovvio) dell’osservatore che all’oggettivo spettacolo che il più delle volte viene presentato. E se a qualcuno tutte queste valutazioni sembrano solo echi da persone nostalgiche del tempo che fu, costui provi a ricordare quando è stata l’ultima volta che un outsider( ossia una società che non aveva alle spalle super presidenti, grossi sponsor o enormi bacini d’utenza) ha vinto il campionato italiano, o la Coppa dei Campioni. Per la cronaca la risposta è la Samp e la Stella Rossa di Belgrado: per entrambi correva l’anno 90-91. 19 anni fa.

    Commento di Francesco — 15 settembre 2009 @ 11:43

  2. una volta si diceva che il calcio Il calcio è “uno sport da gentiluomini giocato da mascalzoni”, ora direi che il calcio e’ uno sport gestito e giocato da milionari e guardato dalle classi popolari.

    come sottolinei tu più di tutto contano i soldi, e forse per questo per molti di noi il giocattolo s’e’ rotto e sul tifo ha prevalso la ragione.

    Pier Paolo Pasolini con la sua sensibilità e attenzione verso le classi popolari scrisse:
    “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Il cinema non ha potuto sostituirlo, il calcio si. Perché il teatro è rapporto fra un pubblico in carne e ossa e personaggi in carne e ossa che agiscono sul palcoscenico. Mentre il cinema è un rapporto fra una platea in carne e ossa e uno schermo, delle ombre. Invece il calcio è di nuovo uno spettacolo in cui un mondo reale, di carne, quello degli spalti dello stadio, si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo, che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso. Perciò considero il calcio l’unico grande rito rimasto al nostro tempo”.

    Guido Gerosa intervista P.P.Pasolini
    “L’Europeo”, 31 Dicembre 1970

    Commento di alessandra — 15 settembre 2009 @ 13:28

  3. Mi è sempre stato detto che il calcio è un’attività maschile, non adatta alle signorine, per cui l’ho sempre snobbato, mondiali a parte, quando lo spirito d’appartenenza, l’”essere italiani” inchioda tutti davanti al televisore e ci fa diventare tifosi sfegatati.
    Ironia della sorte or ora mia sorella è una promettente giocatrice di calcio a 5 e ogni tanto mi ritrovo a fare da spettatrice e da tifosa alle sue partite di campionato. Mi colpisce enormemente il fatto che la stragrande maggioranza delle calciatrici abbia un aspetto a dir poco mascolino, che con i modi debiti ad una “signorina” non abbia nulla a che fare. Forse chi mi diceva “Il calcio è una questione da uomini!”, non aveva poi tutti i torti.

    Commento di Elisa — 16 settembre 2009 @ 13:48

  4. interessante questione, la mia opinione e’ che il contesto del gioco influenzi le giocatrici, ossia le spinga a comportarsi da “veri” giocatori, inconsapevolmente.
    Penso sia una postura, una impostura, una finzione insomma, ma sarebbe interessante approfondire…

    A New York city mi colpirono le giocatrici di pallone, femminili come pattinatrici su ghiaccio; negli USA il calcio al femminile ha molti fans, ed e’ comunemente accettato che una donna giochi.
    Dunque le donne non fanno bisogno di travestimenti e finzioni, e forse giocano piu’ “naturalmente”.
    Forse.
    Ci devo pensare, grazie per lo spunto!

    Commento di alessandra — 16 settembre 2009 @ 18:09

  5. Sono d’accordo nel ritenere che il contesto influenzi i giocatori ma a me sorge anche un’altra riflessione. Le giocatrici di calcio, per la propria storia e le esperienze vissute e dunque anche per i contesti nei quali sono cresciute, sono state portate a rafforzare e a evidenziare i tratti maschili che sono propri di ogni essere umano (competizione, resistenza, forza di volontà, tenacia…). Ecco dunque che in un contesto come quello calcistico, che dà grande rilievo a queste caratteristiche, esse si sentono completamente a proprio agio, accettate, anzi apprezzate per quegli aspetti così tipicamente maschili.

    Commento di Elisa — 17 settembre 2009 @ 08:17

  6. ciao Elisa, se ho capito bene cio’ che scrivi sostieni che molte ragazze scelgono il calcio perche’ quello sport permette loro di esprimere degli atteggiamenti, dei comportamenti, una prossemica ecc. che altrimenti la società “casserebbe” bollandoli come “poco femminili”.
    da un lato ho notato che l’androginia e altri fenomeni di mescolanza dei generi cosi come gli outing omosexecc. sono aumentati esponenzialmente nel mondo occidentale. lo vedo osservando la realta’ che mi circonda ma anche nelle pubblicità, nei serial, in rete ecc. ecc.
    la verita’ e’ che maschile e femminile sono in larga parte costruzioni culturali, lo sappiamo, anche se nessuno sa sino a che punto. quanto c’e’ di biologico, di genetico? se ne discute come sai da tempo, e le risposte da parte degli studi di genere a volte sono fortemente politicizzate, ci sono molte cose in gioco, tra cui ad esempio il diritto ad una sessualita’ libera, diritto da sempre negato al mondo omosessuale & transgender, e/o alle possibilita’ di adottare, procreare medicalmente assistiti ecc. ecc.
    siamo partiti da una “stupida” partita e siamo arrivati ad alcune delle questioni piu’ spinose, controverse e difficili da gestire sia per il legislatore sia per la società.

    del resto si dice che il calcio sia un gioco maschio, a tal punto che l’omosessualita’ maschile per i giocatori e’ tabu. non si puo’ dichiarare, ne’ esibire. il giocatore e’ eterosessuale, sempre.
    e accompagnato da velina, soubrette o comunque donna pari grado.
    il giorno in cui un calciatore fara’ outing sara’ un gran giorno…

    Commento di alessandra — 17 settembre 2009 @ 16:25

  7. Bhè che dire….nella mia Tesi di laurea Specialistica in antropologia (Università di Milano-Bicocca) sono partita dal riflettere sul calcio come forma di religione contemporanea (nell’accezione di Durkheim, riduzionisticamente, religione come “società che celebra se stessa”); il calcio quale “fatto sociale totale” ci da modo di riflettere quotidianamente su ciò che veicola, in Italia poi il “campo” è straordinariamente, e purtroppo per tanti aspetti, (come dimenticare le parole “l’Italia diventerà come il Milan” che ha segnato la discesa in “campo” politico del presidente del consiglio) sin troppo ricco di spunti,
    anche relativamente alle dinamiche di genere nel calcio c’è molto da dire (ma credo tutti gli sport simbolizzino, in modi diversi, una rappresentazione del genere, penso per esempio a com’è cambiata l’immagine della tennista da Martina Navratilova alle sorelle Williams);
    per cercare di capirci di più (dove porta l’osservazione partecipante:-), ho pensato bene di fare esperienza come arbitro F.i.g.c, bella esperienza,più che sul genere però(non mi son sentita particolarmente mascolinizzata, l’arbitro probabilmente, anche se per tradizione culturale è uomo, è considerato di genere neutro) mi ha portata a pensare a quanto conti l’interpretazione dele regole nel gioco…non so in quale saggio ho letto che l’arbitro di calcio è un “grande ermeneuta”…

    Commento di Sara — 18 settembre 2009 @ 16:58

  8. ciao Sara grazie per il tuo contributo; l’esserti fatta addirittura arbitro ti fa onore, alla faccia di quelli che dicono che gli antropologi non scendono mai sufficientemente in campo :)

    tra l’altro il Milan mi pare non stia andando troppo bene in campionato, nonostante i giocator-oni, l’allenator-one ecc. ecc. ecc. speriamo che l’Italia se la cavi meglio va.

    Sulla santa triade politica/imprenditoria/calcio si sono spese ancora poche parole secondo me da parte dei commentatori politici.
    si dà per scontato che chi e’ ricco abbia/possa avere una società calcistica, cosi come possedere dei media.
    del resto il calcio e’ anche un media e potente, perche’ immediato e con grande seguito.

    il tennis e’ uno degli sport in fermento dal punto di vista sociale, una specie di laboratorio direi, sarebbe molto interessante da studiare, anche solo osservando le mises delle tenniste ci sarebbe da scrivere molto…

    ciao alla prossima :)

    a.

    Commento di alessandra — 19 settembre 2009 @ 08:21

  9. http://www.territorisociologici.info/pages/posts/n.-guerra-et-al.—i-poeti-della-curva.-unrsquoanalisi-sociolinguistica-degli-striscioni-allo-stadio-19.php

    Segnalo studio su Ultras Viola

    Commento di Wotan — 3 marzo 2010 @ 16:01

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