Pippi calzelunghe: come nasce un trickster

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 26th, 2009

di Alessandra Guigoni

Alla fine sono arrivata all’ovvia verità… Pippi e’ una semidivinità burlona, un trickster, la creatura di un altro mondo, anzi una creatura dell’altro mondo; altro che racconto per bambini!

Ma del resto anche molti altri racconti per bambini celano un bel po’ di segreti e bugie, basti pensare alle raffinate interpretazioni di Alice nel paese della meraviglie recentemente enucleate da Piergiorgio Odifreddi, o i simboli nascosti in Pinocchio, interpretati magistralmente da Giorgio Manganelli, o le interpretazioni psicoanalitiche delle fiabe tradizionali, da Cappuccetto rosso a Biancaneve, sino al notissimo Mondo incantato di Bruno Bettelheim.

Una volta fatta la scoperta ho semplicemente digitato in google Scholar pippi +ongstocking+trickster: sono apparsi alcuni articoli che enumerando i trickster citavano Pippi e mi sono tranquillizzata… non avevo avuto un’allucinazione culturale, avevo visto giusto.

Avevo visto le puntate del telefilm tratto dal libro di Astrid Lindgren da bambina, devo ammettere senza particolare entusiasmo; da adulta sto vedendo il telefilm insieme ai miei figli; sin dalle prime puntate mi colpisce l’abbigliamento di Pippi, e il suo aspetto fisico: capelli rossi, che in tutte le culture sono considerati curiosi, particolari, eccentrici, o,  al peggio ecome legati al mondo ctonio, infernale…basti pensare alla novella Rosso Malpelo di Verga, che la dice lunga sulla cattiva fama, anche nel nostro mediterraneo, su chi ha i capelli fulvi.

Pippi inoltre ha un aspetto da clown, da burlona appunto, con quelle scarpe troppo grandi e quei colori, verde e arancione, che rompono gli schemi del maschile e del femminile, tradizionalmente, cromaticamente legati all’azzurro e al rosa, e la pongono in una sfera androgina…e si sa l’androgino ha a che fare col sacro, rimanda ad una dimensione “altra”…

Pippi è buona e generosa con i suoi amici Annika e Tommy, ma a dire il vero li costringe a obberdirla e ad eseguire i suoi voleri; li fa scappare di casa, li conduce in lande lontane e misteriose, mettendoli più volte in pericolo di vita, come quando attraversano il fuoco o scendono da una scarpata… li fa naufragare su di un’isola deserta… li inizia al mondo insomma, attraverso una serie di riti di passaggio ben precisi,  che si potrebbero riassumere con “il viaggio come recherche”, il viaggio iniziatico (si pensi solo al viaggio di Dante agli Inferi o di Odisseo nel Mediterraneo), togliendoli dalla ovattata e tiepida vita domestica svedese a cui sarebbero stati condannati altrimenti.

Pippi è “magica”, ha una forza smisurata, può volare, è immortale (si lancia con un barile giù per il fiume a cui succedono le rapide e poi una cascata senza torcersi neppure un capello); rendere magici gli oggetti inanimati (come una bicicletta senza ruote che lei inforca per le vie della Svezia rurale, o una macchina sgangherata trovata in una fattoria svedese, o dei rottami che trasforma in un’aereo); a volte fa ridere i suoi amici a volte li spaventa molto (in soffitta ad esempio, quando finge ci siano i fantasmi e terrorizza Annika). Tormenta la signorina Prusselius in ogni maniera, rendendo la povera donna lo zimbello di tutto il paese, facendola scivolare sulla china della follia.

Pippi fa sempre doni ai suoi amici, doni importanti, magici, sorprendenti, che escono miracolosamente da incavi nell’albero di Villa Colle, come le gazzose, che sono appesi ai rami, a Natale,  come i regali che fa a tutti i bambini del paese, venuti ad omaggiarla la vigilia di Natale  (come non potrebbe essere altrimenti? e’ una divinità!), che sono nascosti in cassetti e ripostigli della sua straordinaria diabolica casa.

Una delle caratteristiche degli esseri divini è pretendere ed elargire doni ai propri protetti, e i bambini sono solitamente i destinatari perfetti dei doni, in quanto intermediari tra il mondo dei vivi e quello oltremondano (si veda Babbo Natale giustiziato di C. Lévi-Strauss ad esempio, che interpreta magistralmente in questa chiave, che ho semplificato al massimo, una chiave di lettura profonda e plausbile di tante nostre feste, da Natale a Halloween).

Pippi non e’ una bambina speciale, anzi non e’ neppure una bambina, ma è l’erede della figura del trickster, una divinità ora buona ora dispettosa, un essere sovrannaturale che gioca a suo piacimento con chi gli sta intorno.

I trickster o buffoni sacri sono burloni, insolenti, sovvertono le leggi ed infrangono le regole apposta; sanno essere generosi con gli uomini, ad esempio donando loro degli oggetti culturali importanti, come il fuoco, i semi per coltivare, tecniche di lavorazione della ceramica e via dicendo, ma possono essere anche crudeli se gli si manca di rispetto o ti prendono in antipatia, possono farti scherzi terribili o anche arrivare ad ucciderti. La figura del trickster è presente nella mitologia e della cosmogonia di un po’ tutte le culture, come i trickster degli Indiani d’America, su cui esiste un patrimonio ampio di miti e leggende e di interpretazioni etnoantropologiche.

Anche Prometeo, dicono gli esperti, era un trickster. Offrì il fuoco agli uomini, disobbedendo agli dei. Era furbo, geniale, folle e generoso, come… Pippi calzelunghe.

In fondo ai tempi di Omero i racconti del focolare erano i miti greci, e i bambini ascoltavano adoranti le gesta di uomini, semidei e divinità nel mondo e in cielo; oggi esiste il focolare televisivo ma se andiamo a spulciare i plot di tanti serial di successo ritroviamo gli archetipi almeno della Grecia di 3000 anni fa … a voler essere prudenti… al centro dell’azione c’e’ l’eroe, l’eroina, il viaggio da compiere, la città da salvare dal nemico, oggetti fatati da conquistare/recuperare, esseri malvagi/diabolici contro cui combattere, amori che sbocciano, amori difficili, tradimenti, agnizioni  miracolose di parenti ed amici dati per perduti e l’immancabile approdo in un luogo sconosciuto/misterioso… dalle soap opera alla blasonata Lost e’ tutto un potpourri di temi cari alla cultura popolare… cambiano i mezzi di trasmissione, 30 secoli fa c’erano gli aedi, cantori professionisti, ora c’e’ la Tv on demand, ma forse il messaggio non è cambiato così tanto, non così tanto come noi audience si saremmo aspettati.

astrid lindgren insieme alla sua creatura Pippi calzelunghe


 gli inviti per google wave… ossia il gran ballo di corte e cenerentola…

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 16th, 2009

Che cos’è google wave?  Boh, per me e’ come le apparizioni divine, molti ci credono, pochissimi affermano di averle vissute in prima persona. Ma  indipendentemente dal valore implicito dello strumento, dal fatto che rivoluzionerà o meno il modo di lavorare in modo collaborativo e partecipato mi incuriosisce il rumore del mondo attorno ad esso, sapientemente orchestrato dai gatti&volpi di Google, che hanno distribuito l’accesso ad invito, si parla di 100.000 inviti, ma forse il numero fa parte della leggenda urbana attorno a gwave, accesso limitato che ha escluso di fatto un gran numero di persone, addetti ai lavori e semplici curiosi, like me.

Ma del resto anche gmail, la posta di google, era inizialmente risevata a pochi eletti, anzi unti del signore come un mio amico amava farsi chiamare, poi e’ diventata popular e ce l’ha anche la famosa casalinga di Voghera. Da quando e’ diventata popular e’ diventata cheap e avere l’indirizzo pimcopallo@gmail.com non fa più tendenza.

Historia est magistra vitae?

Se c’e’ una cosa che il Sistema della moda per dirla alla Roland Barthes sa fare molto bene è creare suspence e attesa febbrile, ricerca dell’oggetto agognato, che è uno status symbol, dunque è di per sè raro, prezioso, veicolatore di messaggi subliminali, tipo “lo possiedo ergo sum”…tanto per concretizzare…

Un oggetto culturale diventa status symbol, trendy per dirla diversamente, quando è merce rara e preziosa: infatti in Google wave gli accessi sono contati, numerati, e per capire di che cosa si tratta e poterlo usare occorre avere il fatidico invito.

Così sui social networks da twitter a facebook, da friendfeed sino alle mailing list per specialisti della nicchia social media è tutto un febbrile agire per avere l’agognato invito a google wave, il graal di questi giorni. E se l’invito si è ottenuto? Beh si fa a gara (a giudicare dai post emessi nelle ultime 12 ore) per comunicarlo alla cerchia dei colleghi ed amici con più nonchalance possibile, con tutto l’understatement di cui si è capaci, che in alcune situazione è grande, in altre minimal.

Nei social network si trova ogni genere di richiesta d’invito, da quella sottotono tipo “sono troppo ingenuo a chiederti un invito per google wave?” a quella aggressiva mussoliniana “popolo di facebook esigo un invito sul mio desktop ora!” a quella tipicamente femminile “caro che piacere sentirti dopo cosi tanto tempo… a proposito ti avanza per caso un invitino a google wave?” sino a quella legata all’economia del baratto, mai tramontata “se qualcuno mi invita su google wave lo metto nel friday forward #FF” o “se qualcuno mi invita su google wave lo invito a cena” .

Ancora più interessanti i post di chi l’invito lo ha ricevuto e lo comunica al suo mondo (virtuale): “ho ricevuto l’invito, e mo’ che faccio???” oppure “ho l’invito ma ho paura ad aprirlo” ai finto modesti che cercano di far rosicare tutti “oh ho avuto l’invito beh, ragazzi miei, poi vi racconto lunedi…”  sino ai soliti noti  “uh g.wave e’ una pizza, mi aspettavo di più, se volete favorire ve lo cedo…uno di questi giorni”. Seee…

E’ evidente che il genio dei ragazzi terribili di google consiste nel aver triangolato la 1.vecchia simpatica caccia al tesoro con 2. la postmoderna teoria dello shopping, dove le merci sono feticci, display di identità liquide che si sentono solide grazie a ciò di cui si circondano (del resto anche gli oggetti culturali digitali, sa va sans dire, sono merci, cosi come lo e’ questo mio blog) insieme a 3. il gran ballo di corte e il complesso di Cenerentola, l’esclusa delle fiabe per antonomasia, che grazie alla fatina buona (l’amico che procura l’invito a google wave, pardon l’abito e le scarpine di cristallo) diventa principessa per una notte e poi, per pura botta di … fortuna… regina per la vita.

Dunque cenerentole di tutto il mondo uniamoci, e cerchiamo una fatina buona nelle prossime 24 ore…Sì perchè lunedì mattina la caccia al tesoro termina, la carrozza ridiventa zucca  e altri tag occuperanno le nostre menti e i nostri spazi nel sempre più divertente e straniante so called cyberspazio.

ps. confesso che giorni fa un amico su twitter mi ha offerto un invito ed io non ho colto, declinando causa poco tempo… non era una scusa ma una constatazione di fatto, però curiosa come sono una sbirciatina ORA gliela darei…


 A tavola con i templari

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 11th, 2009

Relazione orale presentata a Dolianova (CA) in occasione della festa medievale Alla ricerca del tempo perduto.

di Alessandra Guigoni

Sono qui nella splendida cornice della chiesa di San Pantaleo, una delle più suggestive che abbia mai visto in vita mia, lo dico senza piaggeria. Grazie per avermi invitato.

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I Templari erano intelligenti, si sa. E intriganti. Non spetta a me raccontare quanto fossero brillanti e interessanti già ai loro tempi, ma il fatto che siano ancora adesso così popolari e studiati, in fondo sono passati cosi tanti secoli, il fatto che siano protagonisti di cosi tanti romanzi della cosiddetta pop culture, come libri, film, dal film che vede come protagonista l’esploratore Indiana Jones a Umberto Eco sino a Dan Brown è sintomatico dell’alone di energia che li circonda, un’aura fatta di ammirazione, curiosità, attrazione. Oggi giorno si fregiano dei simboli templari un gran numero di ordini, sette, associazioni, enti… Infatti è stato coniato un termine, “templarismo” che ben si addice all’alone di interesse che ancora adesso circonda questi cavalieri antichi.

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Un particolare suggestivo, posto sopra l’ingresso laterale della chiesa.

Uno degli aspetti della loro vita quotidiana più noto è l’alimentazione. Innanzitutto perchè producevano ciò che mangiavano, dunque è stato possibile attraverso le fonti, le testimonianze storiche ed archeologiche ricostruirlo, e poi perchè essi stessi ci hanno lasciato una Regola[1] che dava precetti sullo stile di vita da condurre, anche a tavola.

Una piccola premessa sull’alimentazione medievale, che sfata un luogo comune, ossia quello dell’alimentazione “povera” dei ceti popolari.

L’alimentazione delle classi popolari non era vegetariana come nell’Età moderna ma era ancora carnea, sopratutto basata sull’allevamento del maiale, mentre le carni più rare e pregiate, la cacciagione, erano appannaggio della nobiltà. Ce lo racconta anche il compianto Giovanni Rebora riguardo ai cittadini medievali: “Nelle grandi città, nonostante la vicinanza degli orti la verdura spesso era più cara della carne (rispetto alla resa nutritiva), il prezzo delle uova variava secondo la stagione e la farina era anch’essa relativamente costosa: insomma, ciò che costava meno era la carne” (ne La civiltà della forchetta, p. 33).

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S.Pantaleo, particolari della chiesa: la sirena.

Dopo secoli di crescita demografica ed economica a partire dal 1270 la crescita europea segna una battuta d’arresto anche se temporanea. Il precario rapporto tra aumento demografico e crescita produttiva si spezza, e J. le Goff parla di “ritorno della fame”. Seguirono le carestie che tutti conosciamo, che prepararono il terreno alla Peste nera, che colpì l’Europa tra il 1347 ed il 1351. In seguito con l’arretrare del coltivato e l’avanzare dell’incolto si stabilizza una dieta carnea: Braudel la chiama “Europa carnivora”, anche per i ceti popolari, che perdurò sino agli inizi del XVI secolo.

Inoltre l’alimentazione medievale era fortemente condizionata dalla Chiesa, dalle sue regole e precetti.

Il mangiare di magro astenendosi dalla carne era il ritornello della trattatistica morale e della normativa penitenziale. Quaresime e carnevali, rinuncia e gozzoviglia, parchezza e spreco erano i poli opposti e inconciliabili in cui si consumavano ora repressione ora il godimento dei sensi, del gusto innanzitutto. Poli che ci siamo portati dietro nelle mentalità e nelle cucine sino a non molti decenni fa. Ancora adesso nelle mense scolastiche il venerdi è giorno di magro: pesce o formaggio, più per consuetudine, abitudine culturale che per credenze radicate come ho avuto modo di appurare.

Dunque il rinunciare dei Templari alla carne, se ne nutrivano 3 volte a settimana, ne consumavano poca se si pensa che erano guerrieri, ma troppa se si pensa che erano uomini votati al servizio di Dio. Siffatta dieta si inquadra in motivazioni sicuramente etico-religiose, la caccia era loro proibita anche, ma forse anche salutistiche ante litteram.

La dieta dei templari è considerata cosi salutare da essere diventata uno slogan: problemi di colesterolo? fai anche tu la dieta dei templari [2] titolo di un articolo sulla testata giornalistica Mondo del gusto a cura di Alex Revelli Sorini, che ha scritto diversi saggi proprio sulla cucina dei Templari.

Le regole erano scritte nella loro Regola dell’Ordine del Tempio. molto precisa, discorsiva riguardo a ciò che si poteva mangiare, in quali giorni.

Immaginiamo i templari nel loro refettorio: il servizio da tavola era probabilmente composto da una scodella di corno o di legno, due calici, uno quotidiano ed uno per i giorni di festa, un cucchiaio e un coltello.

Il galateo ossia le regole della commensalità sono molto precise, due sopra tutte.

- Il cibo deve essere distribuito equamente tra tutti.

- Chi si macchia di una colpa grave non può stare a tavola con gli altri fratelli, deve mangiare separatemente.

I principi di uguaglianza tra fratelli e di commensalità insomma, commensalità da cui erano esclusi solo gli ammalati, a cui i fratelli dovevano dare cibo a volontà, sersino volatili, tabuizzati per tutti gli altri, ed erano naturalmente esclusi coloro che si erano macchiati di colpe gravi.

Se ci pensiamo ancora oggi mette tristezza vedere persone che mangiano da sole, magari in ristorante o al bar, perchè la tavola esige compagnia, la brigata. La TV e internet sopperiscono alla solitudine, ma allora non c’era ne’ questo ne’ quello, e cenare nella propria stanza doveva costituire una punizione tremenda.

Numerose regole parlano di cibo e di buone maniere:

“In un palazzo, ma sarebbe meglio dire refettorio, comunitariamente riteniamo che voi assumiate il cibo, dove, quando ci fosse una necessità, a causa della non conoscenza dei segni, sottovoce e privatamente è opportuno chiedere. Così in ogni momento le cose che vi sono necessario con ogni umiltà e soggezione di reverenza chiedete durante la mensa, poiché dice l’apostolo: Mangia il tuo pane in silenzio”.

“Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo”.

“Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane”.

“Quando il sole abbandona la regione orientale e discende nel sonno, udito il segnale, come è consuetudine di quella regione, è necessario che tutti voi vi rechiate a Compieta, ma prima desideriamo che assumiate un convivio generale. Questo convivio poniamo nella disposizione e nella discrezione del maestro, perché quando voglia sia composto di acqua; quando con benevolenza comanderà, di vino opportunamente diluito”.

“Noi giudichiamo con sentenza comune che nessuno osi catturare un uccello con un uccello. Non conviene infatti aderire alla religione conservando i piaceri mondani, ma ascoltare volentieri i comandamenti del Signore, frequentemente applicarsi alle preghiere, confessare a Dio i propri peccati con lacrime e gemito quotidianamente nella preghiera. Nessun fratello professo per questa causa principale presuma di accompagnarsi con un uomo che opera con il falco o con qualche altro uccello”.

“Specialmente imponiamo e comandiamo ad ogni fratello professo di non osare entrare in un bosco con arco o balestra o lanciare dardi [...] né osi gridare con un cane né garrire; né spinga il suo cavallo per la bramosia di catturare la fiera”.

Disposizioni inoltre su come alimentare e prendersi cura degli ammalati a cui poteva venir somministrata carne anche di volatili e riferimenti ai legumi, altamente considerati nella dieta dei Templari.

A tutti sia distribuito in modo uguale il vitto:

“Riteniamo anche che questo in modo congruo e ragionevole sia rispettato, che a tutti i fratelli professi sia dato cibo in eguale misura secondo la possibilità del luogo: non è infatti utile l’accezione delle persone, ma è necessario considerare le indisposizioni”.

In merito alle colpe “se la colpa sarà grave, si allontani dalla familiarità dei fratelli, né mangi con loro alla stessa mensa, ma da solo assuma il pasto. Il tutto dipenda dalla decisione e dall’indicazione del maestro, affinché sia salvo nel giorno del giudizio”.

I Templari mangiavano ciò che allevavano e coltivavano nelle Precettorie, raramente compravano prodotti, dunque a seconda della località, della stagione e via dicendo la dieta poteva cambiare. Oggi si direbbe che adottavano una strategia basata sui Km zero o filiera corta: consumare locale.

Sappiamo che allevavano animali da latte, facevano il formaggio, avevano cereali e legumi, e carni di ogni tipo, maiale in Occidente, pecore capre et alia in Oriente. Vino e birra erano le bevande più consumate, e potevano essere aromatizzate con anice o rosmarino. Il vino veniva anche bollito. Bere vino e birra serviva a preservarsi dalle infezioni intestinali di cui soffriva chi beveva solo acqua, spesso non potabile.

Cosi la dieta dei Templari che vivevano Oltremare in Terrasanta era molto più varia visto che proprio nel Medioevo la dieta monotona occidentale venne pian piano rinnovata grazie all’apporto di prodotti, pietanze sapori d’origine mediooerientale od orientale, portati in Occidente dalla civiltà degli Arabi.

Avevano legumi come ceci, lenticchie, piselli, fagioli dall’occhio, fave. Gli ortaggi: cetrioli, asparagi, carciofi, aglio, cipolla e melanzane e spinaci, poco noti in Occidente. E molti frutti alcuni semisconosciuti in Occidente, quali limoni, cedri, arance amare e banane, albicocche, datteri e fichi e uvetta trovavano impiego sia freschi che secchi.

Paradossalmente le Crociate fanno conoscere la raffinatezza delle cucine altre e prodotti sconosciuti.

Non per niente agli inizi del Duecento nel De contemptu Mundi Innocenzo III si scaglia contro le vanità mondane: Non bastano più vino e birra, si “fabbricano nuove emulsioni, nuovi sciroppi”, sicuramente un riferimento alle acque di rose, di fiori d’arancio, agli sherbet arabi; nè ci si accontenta di ciò che offre la terra “si vogliono spezie, si acquistano profumi”. Nelle Ordinacions di Pietro III d’Aragona infatti non mancano le “spezie da camera”, siamo nel XIV secolo (cito qua e là da La fame e l’abbondanza di Massimo Montanari, p.76).

Furono proprio la Sicilia e specie la Spagna, lungamente sotto il dominio arabo, da cui si irradiarono nel mediterraneo europeo tutta una serie di prodotti e pietanze che per secoli furono di gran moda, sino ai giorni nostri, come il Bianco Mangiare, lo zucchero al posto del miele, il riso, gli agrumi, e via discorrendo.

Cosi sintetizza Antoni Riera Melis: “una lettura comparata del De re coquinaria di Apicio, del Libro di cucina dell’anonimo Andaluso e del Libre de Sent Sovì catalano rende evidente che l’alta cucina catalana ha in comune con quella andalusa, di matrice musulmana molte più caratteristiche di quante non ne abbia con quella romana” (da Il mondo in cucina: p. 30). “Un importante insieme di alimenti sconosciuti ai latini passarono dai musulmani ai cristiani, trascinandosi dietro tecniche di preparazione e ricette. Naturalmente i tabu alimentari, il maiale e il vino in primis, determinavano alcune importanti differenze. Ne’ il processo fu a senso unico i Musulmani in Al Andalus come in Sicilia adottarono alimenti tecniche e usi culinari locali, adattandoli alle loro tradizioni alimentari” (ibidem). Solo per dire un prodotto… si pensi alla pasta.

C’era un meticciato culturale notevole, che determinò una delle cause della creatività culturale del Mediterraneo.

Possiamo ipotizzare che i Templari, essendo una comunità prestigiosa, siano stati anche arbiter elegantiae del gusto e abbiano contribuito a modificare la cucina medievale ancora in parte di ascendenza romana e a traghettarla verso l’età moderna nei gusti e nei sapori. Erano dei Foodies insomma per riprendere una parola ora molto di moda: buongustai o foodies anzi tempo; non stupiamocene in fondo noi moderni anche a tavola siamo per dirla alla Bernardo di Chartres nani sulle spalle di giganti.


[1] Regola Latina emanata durante il Concilio di Troyes nel 1128; cavalieri dell’ordine religioso militare del Tempio (di Gerusalemme) fondato nel 1119 per la difesa dei luoghi santi; contro i templari, divenuti potenti e ricchi, si scagliò Filippo IV di Francia che avviò processi sommari per eresia, torturando e mandando a morte molti cavalieri; ottenne da papa Clemente V (1312) lo scioglimento dell’ordine.

[2] http://www.mondodelgusto.it/2006/12/02/problemi-di-colesterolo–fai-anche-tu-la-dieta-dei-templari/


 Scatta il mestiere dei sapori: concorso fotografico

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 8th, 2009

E’ aperta l’iscrizione al concorso fotografico “Scatta il mestiere dei sapori: dae sa terra a sa mesa” legato all’omonimo Progetto finanziato dalla RAS e in linea nella sua versione beta all’indirizzo www.mestieredeisapori.it

Il Regolamento è semplice:

Obiettivo: Valorizzare e promuovere attraverso un sito web il patrimonio enogastronomico dei territori di Monserrato, Barrali, Burcei, Sestu e Settimo San Pietro.

1. L’Istituto Alberghiero A. Gramsci di Monserrato con l’amministrazione comunale di Monserrato, Barrali, Burcei, Sestu, Settimo San Pietro e la l’Assessorato al Turismo della Provincia di Cagliari, organizzano un Concorso Fotografico “Scatta i saperi dei sapori: dae sa terra a sa mesa”, inserito nell’ambito del progetto Il sapere dei sapori: dae sa terra a sa mesa. Finanziato dalla Regione Sardegna Assessorato al Turismo e al Commercio L.R n. 2 del 2007.

2. le stampe (analogiche o digitali) della fotografia a colori o bianco-nero devono riguardare l’enogastronomia, con particolare riferimento a tutto ciò che gravita intorno a questo argomento e riferite al territorio di Monserrato, Barrali, Burcei, Sestu e Settimo San Pietro.

3. La partecipazione è aperta a tutti gli appassionati di fotografia, ogni autore potrà presentare un massimo di 20 foto.

4. Le stampe (analogiche e/o digitali) dovranno avere la dimensione massima compresa tra 20 e 30 cm e non devono essere montate su supporto.

5. Sul retro di ogni fotografia dovrà essere riportato: nome e cognome dell’autore; numero progressivo, titolo dell’opera.

6. Ogni autore è responsabile di quanto oggetto delle opere inviate, e, con il loro invio, ne autorizza la pubblicazione.

7. La partecipazione è totalmente gratuita.

8. Le opere accuratamente imballate, dovranno pervenire per posta franco di ogni spesa, accompagnate dalla scheda di partecipazione regolarmente compilata e firmata, al seguente indirizzo: Istituto Alberghiero A. Gramsci via Decio Mure Monserrato.

9. Le opere inviate non verranno restituite, resteranno a disposizione della scuola e saranno usate per mostre, cataloghi, libri e pubblicazione sui siti istituzionali degli enti promotori, per eventuali scopi promozionali, con l’indicazione del nome dell’autore.

10. La scuola, pur assicurando la massima cura delle opere, declina ogni responsabilità per eventuali smarrimenti, furti e danni.

11. Ai vincitori sarà comunicato il risultato del concorso tramite avviso postale ed e- mail (se posseduta).

12. Quanto sopra sarà riportato integralmente sui siti www.alberghierogramsci.it e www.ilmestieredeisapori.it insieme alle immagini delle opere premiate e tutte le immagini ammesse.

13. La domanda di partecipazione con allegati gli elaborati (analogici o/e digitali) deve essere presentata entro e non oltre le ore 13 del 31 ottobre 2009. La premiazione sarà fatta entro il 19 dicembre 2009.

14. Il giudizio della Giuria è inappellabile e sarà espresso dalla seguente giuria Dario Coletti, Mario Sollai, Giulio Pani e Giuseppe Zanda. I premi finali non sono cumulabili. Saranno assegnati tutti i premi a disposizione.

15. In occasione della premiazione l’autore dovrà rilasciare una dichiarazione liberatoria che attesti l’avvenuto ritiro del premio liberando la scuola da ogni responsabilità; in tale dichiarazione il vincitore dichiarerà di non avere null’altro a pretendere dal promotore per qualsiasi ragione, titolo e causa a partire dal momento in cui il premio vinto viene consegnatogli.

16. Qualora uno dei vincitori non possa presenziare alla premiazione potrà concordare il ritiro del premio presso la sede della scuola.

17. I premi non ritirati saranno consegnati tramite invio postale o corriere con spese a carico del destinatario.

18. Altresì, qualora uno dei vincitori rifiuti il premio vinto, verrà richiesta la compilazione di una dichiarazione che attesti la volontà di rinunciare alla vincita; in tale dichiarazione il vincitore dichiarerà di non avere null’altro a pretendere dalla scuola per qualsiasi ragione, titolo e causa a partire dal momento in cui dichiara di rinunciare al premio.

19. Eventuali modifiche che (nel rispetto dei diritti acquisiti dai partecipanti) dovessero essere apportate al regolamento nel corso dello svolgimento del concorso, saranno immediatamente comunicate attraverso il sito della scuola nella sezione dedicata al concorso.

20. La partecipazione al Concorso implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento.

21. Verranno attribuiti quattro premi:

1° premio 1.000 euro

2° premio 700 euro

3° premio 500 euro

4° premio 300 euro

22. Il trattamento dei dati personali richiesti dal presente Concorso a Premi verrà effettuato ai sensi della normativa vigente in materia di privacy, ai soli fini della gestione della manifestazione. La partecipazione e la comunicazione dei dati da parte dei partecipanti presuppone il consenso al trattamento conforme a quanto previsto dal presente regolamento.

23. per informazioni rivolgersi alla Prof.ssa Maria Grazia Kalb 070.8942883 mariagrazia.kalb@istruzione.it oppure alla Dott.ssa Valeria Sanna 070.521291 valeriasanna@hotmail.com