Degustazione: Grappa di Zibibbo di Pantelleria dei Fratelli Brunello

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 31st, 2010

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di Alessandra Guigoni

Vinacce fresche di Moscato di Pantelleria distillate in impianto discontinuo, sinonimo di qualità, per questa acquavite del 2005 in edizione numerata (650 bottiglie) dei Fratelli Brunello.

Perfettamente trasparente, brillante, al naso esprime sentori floreali dolci e intensi, percettibili anche a calice fermo sul tavolo.

Al gusto offre il meglio dopo qualche istante quando, scomparse alcune note eteree un po’ dure, grazie ad una notevole persistenza rimangono belle tonalità calde, pulite e di grande morbidezza.

Una grappa equilibrata e fine che richiede una degustazione lenta, senza fretta per offrire il meglio di sè.

Perfetta da meditazione.

Info: http://www.brunello.it/


 Convegno: Xenoi. Cagliari 3-6 febbraio 2010

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 31st, 2010

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Il sottotitolo del convegno è: immagine e parola tra  razzismi antichi e moderni. Si confronteranno sul tema storici, archeologi, esperti di letteratura, massmediologi e antropologi culturali, attraverso sei nutrite sessioni a cui seguirà puntuale il dibattito con il pubblico presente in sala.  Il convegno è organizzato dalla Facoltà di Lettere e di Filosofia dell’Università di Cagliari e si svolge nell’Aula verde della Cittadella dei Musei.

Per info: xenoi2010@gmail.com


 Germania, una mamma di latte

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 20th, 2010

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Germania

di Maria Giuseppina Gregorio

Germania ha 16 anni, Nishoara un’età indefinibile, i due bambini, Raoul e Gita, una settimana di differenza.

Raoul è biondo, roseo, gli occhi azzurri, ancora i segni di una emorragia sottocongiuntivale (era grande sa, ho fatto molta fatica a tirarlo fuori, cerca di farmi capire…).

Gita è piccolo, pallido, itterico.

Germania nel suo stentato italiano mi dice che sono madre e figlia, la madre ha 33 anni, lei 16. Entrambe sono orgogliose del proprio piccolo, e secondo la loro tradizione, per farli crescere bene devono mangiare molto cibo (per due) condito con abbondante aglio e cipolla, e devono bere molta birra per fare molto latte.

Ma Germania latte non ne ha, e il piccolo non cresce, anzi da quando è stato dimesso dal punto nascita continua a calare. Mentre Raoul ignaro di tutto e felice, dorme, Gita comincia a piangere in mia presenza, un pianto che è un lamento sino a quando Nishoara gli porge il suo seno che succhia voracemente. Dopo un attimo di stupore, cosa dire? Integrazione con latte artificiale, peraltro già prescritto in ospedale, igiene e norme…? Mi sento inadeguata nelle mie certezze e nelle mie regole.

Tornano dopo una settimana, anche il piccolo Gita è cresciuto, merito del latte della nonna. Ma anche di quello della mamma che finalmente ha cominciato ad arrivare, perché lei ha insistito nell’allattamento al seno, nella certezza e serenità che tanto se non bastava il suo c’era quello della sua mamma. Oggi Raoul, sempre bellissimo, ha un piccolo sfogo, la nonna dice che gli è venuto da quando l’allatta anche Germania…

Giusto, sbagliato?

Mia madre mi raccontava sempre che tra lei e sua zia piccola c’erano tre mesi di differenza, e nella Sardegna tradizionale la solidarietà femminile dava sempre una “mamma di latte” a chi per ragioni fisiche o biologiche ne era sprovvisto.

Ho visto diverse altre volte questo nucleo familiare, i bambini stanno crescendo, le mamme sono serene nei loro piccoli battibecchi, e io come operatrice sanitaria, ma anche come donna penso sempre di più che noi non dobbiamo giudicare, ma sostenere e comprendere.

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BIO: Maria Giuseppina Gregorio è medico pediatra, socio fondatore del Gruppo di Studio di Storia della Pediatria della Società Italiana di Pediatria e dell’associazione Associazione C.Susini per la Storia della Medicina Cagliari.

La foto è dei fratelli Alinari.


 Recensione: Enrica Campanini, Piante medicinali in Sardegna, Nuoro, Ilisso, 2009

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 13th, 2010

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Piante medicinali in Sardegna: un’opera di taglio medico sulla flora sarda in cui non mancano notazioni culturali, demoetnoantropologiche, articolate  in 130 schede monografiche delle piante medicinali in uso nella tradizione popolare sarda.

L’autrice si è laureata, nel 1982, in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze. Dal 1985 si dedica alla ricerca e allo studio delle Piante Medicinali e svolge la libera professione come medico fitoterapeuta. Nel 1990 è  stata la prima italiana a conseguire il Diploma Universitario in Fitoterapia e Piante Medicinali presso la Facoltà mista di Medicina e Farmacia dell’Università di Montpellier I (Francia). Ha all’attivo numerose pubblicazioni di carattere storico-medico. Vive a Firenze dove esercita l’attività di medico e di ricercatrice.

Per ogni pianta è delineato un itinerario ideale che ne descrive il suo utilizzo nei secoli, secondo l’approccio medico, fino ad arrivare all’attuale impiego clinico. Nella sezione “Tossicità ed effetti secondari” sono descritti gli eventuali effetti collaterali, le possibili interazioni e tossicità. Nelle sezioni “Forme farmaceutiche”, “Posologia” e “Formulazioni” si segnalano le ricette di uso comune e di comprovata efficacia. Nelle voci “Medicina popolare” e “In Sardegna” si confrontano affinità e differenze tra la medicina empirica “continentale” e quella “insulare”. Un´ulteriore approfondimento è costituito dalla sezione “Curiosità”, notizie di carattere letterario, folklorico ed etno-antropologico. Completano l´opera il “Glossario dei termini medici”, il “Dizionarietto biografico” e la bibliografia.

Le immagini, bellissime, sono oltre 600, le piante sono ambientate in scorci naturalistici e paesaggistici di rara bellezza, curate da Nelly Dietzel.


 Lunedi 11 gennaio 2010 – Amici del Libro – Cagliari – 17,30

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 9th, 2010

Presentazione dei miei nuovi libri, Antropologia del mangiare e del bere, edito da ALTRAVISTA di Pavia ( INFO: http://www.etnografia.it/2009/06/29/antropologia-del-mangiare-e-del-bere/  ) e di Alla scoperta dell’America in Sardegna: vegetali americani nell’alimentazione sarda edito da AM&D di Cagliari; quest’ultimo costituisce l’agognata pubblicazione della mia tesi dottorale, il resoconto di tre anni di ricerca di cui un anno di ricerca etnografica tra Campidano, Barbagia e Ogliastra, preceduta da un anno di ricerca bibliografica e d’archivio.

Il tema principale è il racconto dei tempi e delle modalità di diffusione di alcune piante alimentari nel mondo contadino sardo.

Amici, colleghi ed allievi sono invitati con molto piacere!

Grazie per l’attenzione,  Alessandra Guigoni

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 Genova lontano dagli occhi, dentro l’anima: la poesia di Laura Ficco

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 7th, 2010

di Alessandra Guigoni

Premessa molto personale: Laura ed io ci siamo conosciute per caso una sera di dicembre, invitate ad una kermesse di scrittrici e poetesse operanti nella provincia di Cagliari. Saggista io, poetessa e pittrice lei.

La rete e la solidarietà femminile esistono eccome, mi sono detta osservando i visi, e ascoltando le parole delle partecipanti. Donne che scrivono è stata una manifestazione interessante e ben organizzata dall’Assessorato alle politiche sociali e dal Centro di documentazione e studi delle donne.

Settimane dopo vengo a sapere che è genovese, come me, e allora per curiosità istintiva la contatto. Viviamo vicine, a pochi chilometri di distanza e, come scoprirò davanti al classico caffè, abbiamo molte cose in comune, cose che lei riesce a far diventare arte con i suoi versi, e questo mi piace molto, è come se desse voce anche ai miei desiderata e alle mie memorie, dolorose e liete.

La mia genovesità dopo tutto esiste se il nostro incontro è così caloroso e subito pieno di confidenze. La città è  diventata nei nostri discorsi una specie di amica di cui si sono perse le tracce, anche se non completamente, e di cui si hanno ricordi comuni, fatti di nomi di strade, di profumi, di edifici e naturalmente di cibi: uno su tutti la focaccia.

focaccia

Mi rendo conto di non aver neppure una foto della mia focaccia da inserire in questo post,  quando mai ciò che mastichi ogni giorno lo fotografi? Roba da turisti. Ma ora quando torno a Genova sono turista anch’io… mi sorprendo a fotografare cose che prima mi sembravano banali perche’ familiari, intime, ed ora le trovo curiose, estranee, significative. Lo sguardo da lontano è doloroso a volte eppure è bello, formativo e intrigante.

mendel

La mia identità è ibrida, si nutre di diversi luoghi, anche virtuali.  Sono sparpagliata, e mi piace. A volte persino tornare in un forum in Rete mi dà il batticuore pensando alle amicizie che ho là, alle discussioni, alle emozioni. Non è un porto sepolto, ma un fiume sotterraneo, che ogni tanto fa capolino. Me ne sorprendo ma non dovrei, in fondo studio l’identità da tanti anni, ma guardarsi allo specchio è diverso, e complica piacevolmente le cose.

Mi viene in mente una bella lettura  sulla sardità a cura di Bruno Tognolini in Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio (curato da Giulio Angioni), in cui ibrido era l’aggettivo che gli si addiceva, e credo che mi si addica e forse si addice all’amica Laura Ficco. Ma questo lo sa solo lei, azzardo un’ipotesi.

L’ibridità mi fa balenare alla mente Gregor Mendel e i suoi famosi esperimenti botanici, e le lezioni di biologia e di genetica, anche se l’identità non è matematica nè genetica, ma è un affare di testa e di cuore, sempre. Un’identità non è solo una summa di luoghi, di persone conosciute e di esperienze vissute, che si combinano seguendo delle regole, ma è ciò che scegliamo di divenire, ogni giorno in quei luoghi o altrove, con quelle persone o in loro assenza, con quel bagaglio di esperienze.

La poesia che Laura Ficco dedica a Genova mi incanta, è tratta dal volume Se parla l’anima e la riporto per intero:

Gente di mare.

Gente di antico mare,

di profumate colline,

delle terrazze gradate,

incoronano la mia GENOVA.

Aleggiano in me

sfumati piacevoli ricordi di tenera infanzia,

indelebili a nuovi orizzonti.

Percorro le grigie vie della città vecchia,

una preghiera per ogni chiesa.

Robusta mano stringe l’esile mia,

ballano gli occhi vispi di curiosità.

Luci, addobbi, bellezze e tradizioni,

ipnotizzano candida pupa,

invaghita dai balocchi dell’infanzia.

Sapori e profumi lontani,

ancorati in aromi che incontro.

Burbero e simpatico gergo,

occupa gelosamente in mio cuore,

ricordo di affetti cari oramai scomparsi.

Salgo sulla nave siedo in poppa,

lo sguardo lesto abbraccia la città,

il cuore piange di malinconia.

La lanterna mi saluta

attende il mio ritorno.

Per info sull’autrice: http://lauraficco.info/

La foto della focaccia è gentilmente offerta dal blog di Martina0315,
la ricetta si trova ivi:
http://martina0315.blog.deejay.it/2008/05/23/cucina-genovese-lesson-n3-fugassa/


 Parlando di Capodanno a “Fuori di festa”, Radiodue

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 3rd, 2010

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di Alessandra Guigoni

0. L’uomo da sempre misura il tempo. Misurarlo significa dominarlo, controllarlo, gestirlo.  Esistono numerosi tipi di calendario, nati in ambiente religioso: da quello cristiano, giuliano o gregoriano a quello musulmano, da quello ebraico a quello rivoluzionario francese, che si proponeva di fare tabula rasa di tutto il passato, a quello cinese a quello maya[1], a quello incaico e molti altri ancora. Uno dei primi orologi (ad acqua) risale al XV secolo a.C. a Tebe.

Capodanno ha date diverse a seconda della civiltà, anche se ormai il primo gennaio è oggetto di festeggiamenti un po’ in tutto il mondo, complice la globalizzazione. Tuttavia anche in Italia sino al Settecento inoltrato Capodanno, che era legato ai ritmi di lavoro locali, all’ecologia delle economie agropastorali[2] aveva date diverse:

A Firenze sino al 1749 capodanno era il 25 marzo, giorno dell’annunciazione. A Milano sino al 1797 capodanno era il 25 dicembre. A Venezia era il primo marzo.

1. Capodanno è una festa che è stata notevolmente laicizzata ma che in origine aveva significati escatologici profondi, legati al temuto ritorno dei morti sulla terra e/o alla fine del mondo e anche se avevi nomi diversi era celebrata in tutto Europa. Il solstizio d’inverno ha sempre coagulato attorno a sé numerose feste, dai Saturnali romani, alle Anthesterie greche in onore di Dioniso, sino al Natale e all’Epifania Cristiana… Il sole basso, le giornate corte e fredde, la natura sfiorita sono sempre state temute…

Tuttavia come vedremo alcuni rituali sono rimasti, anche se ridotti ad eventi mondani, il cui senso originario si è perso.

2. Il capodanno azteco precolombiano è un ottimo esempio e la dice lunga sui rituali connessi ai festeggiamenti di fine anno… In pratica si festeggiava ogni 52 anni ed era di importanza capitale[3]. Prevedeva che si spegnessero tutti i focolai delle case, si gettassero le pietre per fare fuoco, utensili o statuette divinità della casa, e si facesse una solenne processione verso un tempio dove a mezzanotte veniva acceso ritualmente il nuovo fuoco, che poi veniva ridistribuito a tutti tramite veloci corridori. Era un momento liminare, pericoloso, potenzialmente il mondo poteva terminare.

L’oscurità è connessa al male, si può dire in tutte le religioni e culture.

Si sacrificavano prigionieri in modo cruento, le donne incinte venivano rinchiuse nei depositi di mais, perché avrebbero potuto partorire mostri in questa assenza di luce, gli uomini indossavano maschere e brandivano armi pronti a combattere i mostri dell’oscurità.

3. Prendiamo il Capodanno cinese[4] ai giorni nostri. È separato dalla cultura azteca da centinaia d’anni e migliaia di kilometri ma conserva  alcune caratteristiche del resto comuni ad altre feste di fine anno: in primis il culto della luce, che si manifesta attraverso l’esibizione eccessiva dei fuochi d’artificio, la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, dei vivi sui morti.

4. Il secondo motivo, altrettanto universale direi, è il festeggiare in modo folle,  eccessivo. Del resto la festa costituisce sempre il rovesciamento della norma, della quotidianità ma le feste di fine anno sono imparentate col carnevale… danze sfrenate, musica sino a notte fonda, in piazza e nelle case, abiti da sera cosi esagerati da sembrare veri e proprie maschere, spesso completate da lingue di menelicche, cappellini, coriandoli, stelle filanti, e naturalmente la veglia, che rovescia il normale rapporto con la notte, momento di riposo, che invece si trasforma in festa.

Oltre a ciò spesso il capodanno nelle varie culture è caratterizzo dallo spreco alimentare, grandi banchetti[5] di cibi status symbol vengono approntati sulle tavole di mezzo mondo. In Occidente primeggiano l’esibizione ed il consumo rituale di prodotti enogastronomici ricchi, costosi, rari, completa la festa: champagne, ostriche, caviale, tartufo. E le immancabili lenticchie, simbolo di denaro. Ma anche prodotti appartenenti ai legumi, simbolo di prosperità e fecondità. E il maiale, oggi sotto forma in Italia di cotechino o zampone.

5. E’ il rumore un’altra caratteristica saliente dei festeggiamenti: il rumore dei fuochi d’artificio, dei cosiddetti “botti” che, per molte culture tradizionali come per la nostra civiltà postmoderna, scaccia gli spiriti maligni, il ritorno dei morti, sempre temuto, la cattiva sorte e anche i tristi pensieri.

6. Una volta capodanno era l’occasione per divinazioni augurali per l’anno nuovo.  Nella tradizione contadina si traevano gli auspici per il nuovo anno. Nelle valli altoatesine le vecchie contadine leggevano i fondi di caffè e gli uomini versavano piombo nell’acqua leggendo ed interpretando le figure composte.

Ora si attende l’oroscopo dell’anno in Tv o si comprano riviste con oroscopo allegato.

7. Anche in Italia c’erano e ci sono tutta una serie di superstizioni che oggi sono svuotate del senso originario, ossia del timore della fine del mondo, che andava esorcizzato: si gettavano dalla finestre gli oggetti rotti o inservibili ad esempio, ed ancora oggi ci si ripete il detto popolare “chi fa una cosa a Capodanno la fa tutto l’anno” per cui si presta particolare attenzione a tutti i gesti ed i comportamenti di quel giorno, quasi fossero magici.

E ci si veste seguendo lo schema che vuole che si indossi qualcosa di rosso, qualcosa di vecchio qualcosa di nuovo… Precauzioni che sono evocative del senso passato del capodanno, momento sacro, liminare, dunque potenzialmente pericoloso….

8. Capodanno lo ripetiamo era un rito di rifondazione dell’ordine cosmico, dopo il caos che veniva esorcizzato e superato proprio grazie alla messa in scena della festa.

Cosi si celebrava ritualmente il momento liminare del passaggio dal vecchio al nuovo anno, la fine e il principio, l’omega e l’alfa di ogni cosa.

Ed ecco perché ancora adesso è socialmente e moralmente disdicevole non festeggiare ed andare a dormire prima di mezzanotte non è un tabù ma poco ci manca: perché un rituale salvifico e purificatore funzioni tutti devono partecipare.

Bibliografia consultata

A. Aimi, Maya e Aztechi. Electa, Milano, 2008.

V. Lanternari, La grande festa. Storia del capodanno nelle società primitive. Dedalo, Bari, 1976.

J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli. BUR, Milano, 1997.

U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di Antropologia. Zanichelli, Bologna, 1996.

L. M. Lombardi Satriani, L’utopia di Dioniso. Meltemi, Roma, 1997.


[1] In questo periodo si parla nuovamente di apocalisse abbinandolo al calendario maya. Gli antichi maya infatti avevano affermato che il loro ciclo, la potremmo chiamare età degli uomini, o genesi, era iniziato nel 3114 a.C. e sarebbe terminata il 21 dicembre 2012.  In realtà con quella data designavano la fine di un ciclo e non del mondo, e si erano spinti a calcolare astronomicamente oltre quella data, segno che si aspettavano che la vita sulla terra andasse avanti…

[2] Nelle società agropastorali tradizionali invece la nozione di capodanno rimandava ad una fase di transizione tra l’anno ecologico passato e quello che iniziava a cominciare, tra un ciclo lavorativo e l’altro. Di fatti ad esempio in Sardegna capodanno era settembre, il mese era chiamato cabudanni (caput anni) perché a settembre si ricominciava a preparare i campi per le nuove semine, si facevano i contratti con i mezzadri ed i servi pastori e via dicendo. Pare che sia dovuto ai Bizantini, in altre regioni meridionali italiane capodanno era il primo settembre. Rosh haShana ossia il capodanno degli Ebrei  è festeggiato trai primi giorni di  settembre e di  ottobre.

[3] la loro concezione del tempo prevedeva che ogni 52 anni iniziasse un nuovo ciclo;  nel loro calendario in pratica lo stesso giorno si ripeteva ogni 52 anni… Il capodanno dei 52 anni era di importanza capitale.

[4] Si festeggia tra gennaio e febbraio.

[5] Nelle isole Trobriand Malinoswki racconta di come capodanno significasse esibire il raccolto dell’igname, ci fossero orge alimentari e sessuali, la consacrazione dei tamburi rituali e il potenziale ritorno dei morti esorcizzato tramite la loro espulsione rituale.

Fonte dell’immagine: http://www.educared.org.ar/infanciaenred/pescandoideas/archivos/2008/11/2_de_noviembre.asp