Germania, una mamma di latte

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 20th, 2010

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Germania

di Maria Giuseppina Gregorio

Germania ha 16 anni, Nishoara un’età indefinibile, i due bambini, Raoul e Gita, una settimana di differenza.

Raoul è biondo, roseo, gli occhi azzurri, ancora i segni di una emorragia sottocongiuntivale (era grande sa, ho fatto molta fatica a tirarlo fuori, cerca di farmi capire…).

Gita è piccolo, pallido, itterico.

Germania nel suo stentato italiano mi dice che sono madre e figlia, la madre ha 33 anni, lei 16. Entrambe sono orgogliose del proprio piccolo, e secondo la loro tradizione, per farli crescere bene devono mangiare molto cibo (per due) condito con abbondante aglio e cipolla, e devono bere molta birra per fare molto latte.

Ma Germania latte non ne ha, e il piccolo non cresce, anzi da quando è stato dimesso dal punto nascita continua a calare. Mentre Raoul ignaro di tutto e felice, dorme, Gita comincia a piangere in mia presenza, un pianto che è un lamento sino a quando Nishoara gli porge il suo seno che succhia voracemente. Dopo un attimo di stupore, cosa dire? Integrazione con latte artificiale, peraltro già prescritto in ospedale, igiene e norme…? Mi sento inadeguata nelle mie certezze e nelle mie regole.

Tornano dopo una settimana, anche il piccolo Gita è cresciuto, merito del latte della nonna. Ma anche di quello della mamma che finalmente ha cominciato ad arrivare, perché lei ha insistito nell’allattamento al seno, nella certezza e serenità che tanto se non bastava il suo c’era quello della sua mamma. Oggi Raoul, sempre bellissimo, ha un piccolo sfogo, la nonna dice che gli è venuto da quando l’allatta anche Germania…

Giusto, sbagliato?

Mia madre mi raccontava sempre che tra lei e sua zia piccola c’erano tre mesi di differenza, e nella Sardegna tradizionale la solidarietà femminile dava sempre una “mamma di latte” a chi per ragioni fisiche o biologiche ne era sprovvisto.

Ho visto diverse altre volte questo nucleo familiare, i bambini stanno crescendo, le mamme sono serene nei loro piccoli battibecchi, e io come operatrice sanitaria, ma anche come donna penso sempre di più che noi non dobbiamo giudicare, ma sostenere e comprendere.

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BIO: Maria Giuseppina Gregorio è medico pediatra, socio fondatore del Gruppo di Studio di Storia della Pediatria della Società Italiana di Pediatria e dell’associazione Associazione C.Susini per la Storia della Medicina Cagliari.

La foto è dei fratelli Alinari.

27 commenti »

  1. Sono lieta che tu mi abbia concesso di pubblicare questo breve racconto nel mio blog, penso e spero che i lettori lo apprezzeranno e magari lo commenteranno anche.

    grazie e buona giornata!

    alessandra

    Commento di Alessandra Guigoni — 20 gennaio 2010 @ 08:36

  2. Ancora una volta le categorie mediche e le loro prescrizioni sono inadeguate per la vita delle persone..o meglio, creano isolamento quando la soluzione è nella socialità, cioè quello che le persone creano in comune attraverso le loro risorse materiali e soprattutto simboliche.

    Commento di nicolò — 20 gennaio 2010 @ 09:30

  3. Buon giorno Nicolò, la verità è che tutte le Istituzioni a volte sono inadeguate… che ne dici della Scuola ad esempio?
    A volte impongono modelli e diktat che mirano a valutare l’intelligenza come se fosse una sola, e solo quella andasse valutata, mentre le intelligenze sono migliaia, milioni…

    Vorrei che l’antropologia culturale si sporcasse un po’ di piu’ le mani e i piedi e lavorasse negli Ospedali, nelle Scuole, nelle Carceri, negli Istituti di igiene mentale, in tutti i luoghi dove ci sono comunità di persone che interagiscono tra loro e dove possono essere scardinate certe logiche o almeno messe in discussione. sarebbe gia’ un primo passo.

    Tu con Etnosfera credo lo faccia gia’, bravo!

    Commento di Alessandra Guigoni — 20 gennaio 2010 @ 09:50

  4. [...] This post was mentioned on Twitter by alessandra guigoni , alessandra guigoni . alessandra guigoni said: Mamma di latte, un racconto di M.G. Gregorio: http://www.etnografia.it/2010/01/20/germania-una-mamma-di-latte/ [...]

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  5. LO so che a volte noi medici siamo troppo rigidi nella convinzione che quello che ci hanno insegnato all’università , o che facciamo sia giusto in assoluto. Ma anche generalizzare mi sembra riproporre la stessa rigidità, sarà che io mi aspetto dall’antropologia, e quindi dagli antropologi, una maggior comprensione della persona, e anche delle situazioni in rapporto alla storia, quella personale oltre che quella sociale.

    Commento di giusi gregorio — 20 gennaio 2010 @ 21:37

  6. Ma infatti cara Giusi chi e’ senza peccato scagli la prima pietra… a volte “noi” antropologi ci chiudiamo a doppia mandata nelle nostre torri d’avorio…

    senza generalizzare ricordo che quando pubblicai il libro “Internet per l’antropologia” nel 2001 diversi miei colleghi dissero che il “cyberspazio” non poteva essere un terreno di ricerca etnografica, e mica solo italiani! oggi invece le cose sono cambiate e fare digital ethnography e’ di tendenza…

    un mio collega etnologo inglese nel 1999 mi prendeva in giro perche’ ero appassionata di comunicazione in Rete e mi diceva che ero matta ad avere un sito personale: oggi ha il suo bravo blog e twitta a tutto spiano.

    Siamo tutti figli del nostro tempo e della nostra cultura, continuo a pensare che forse il migliore dei modi possibili di approcciarsi alla realta’ sia l’etnocentrismo critico, poi avendo fatto purtroppo il liceo classico “gnosi seauton” mi ronza sempre nelle orecchie… conosci te stesso… la riflessività, che poi e’ uno degli strumenti della nostra cassetta degli attrezzi professionale.

    Sei stata anche coraggiosa a pubblicare questo racconto e so che molte persone lo hanno letto e lo leggeranno, alcuni mi hanno scritto in privato per discuterne.

    Nicolò penso volesse solo ribadire l’evidenza dell’inadeguatezza di tutti noi di fronte al reale e alle sue manifestazioni.

    Uno dei miei autori preferiti non per nulla e’ Ludovico Ariosto, ricordo il verso “Ecco il giudicio uman come spesso erra!”

    alla prossima,

    alessandra

    Commento di alessandra — 21 gennaio 2010 @ 11:51

  7. uno dei più begli studi sulle “balie da latte” del nord Italia è di Daniela Perco, conservatrice (e bravissima e stimata ricercatrice prima di tutto) del museo etnografico provinciale di Serravella (BL), vicino a Feltre. Nel suo museo c’è una stanza dedicata a questo tema e foto e info sono davvero preziose e belle, tutte frutto delle ricerche di Daniela Perco. C’è anche un volume che si può richiedere al Museo (on line).
    Io ho allattato le mie due figlie, e la seconda per 3 anni, 6 mesi e 1 settimana, e il risultato è stupendo: figlie piene di affettività, sicurezza, amore, intelligenza….. un giorno scriverò qualcosa sulla Lega per l’allattamento materno…
    un abbraccio! nadia breda

    Commento di nadia breda — 23 gennaio 2010 @ 08:12

  8. Buon giorno Nadia, grazie per la dritta, chiedero’ il volume senz’altro, come sai ora cerco di occuparmi di svezzamento e dunque la questione allattamento mi interessa.

    Credo che sull’allattamento le donne dovrebbero sentirsi libere di fare cio’ che si sentono di fare, mentre troppo spesso società e sfera familiare preme sulle puerpere per farle allattare o non allattare a seconda dei casi, delle situazioni.

    Conosco donne che non hanno voluto o potuto allattare e donne che hanno allattato sino al compimento dei 4 anni dei figli.

    In parecchie di loro ho riscontrato sensi di colpa o vergogna addirittura, sia per l’aver allattato poco sia a per l’aver allattato a lungo, la maternita’ spesso ci trova impreparate e l’allattamento ancora di piu’.

    Se mi guardo intorno le tette sembrano solo un mezzo per fare carriera, anche politica oltre che televisiva, un corpo estraneo da gonfiare con siliconi e massaggiare con creme per mantenerlo elastico come se si avesse 20 anni forever, da rinchiudere in push up vertiginosi piu’ che una fonte di nutrimento per i figli.

    L’autopalpazione e’ allo stesso modo poco diffusa, me lo dicono i ginecologi preoccupati, le donne non conoscono il proprio seno, e’ come se fosse un estraneo, e credo che la percezione distorta dei mass media influenzi non poco questa percezione.

    Il latte materno e’ un tabu alimentare per le stesse puerpere, pochissime mamme hanno assaggiato una goccia del proprio latte, ad esempio, la tabuizzazione prevale sulla curiosita’.

    Dunque e’ forte la resistenza culturale, prima che biomedica, al baliatico, che sino a non molti decenni fa era invece una pratica diffusa.

    Anche studiando lo svezzamento si scoprono un bel po’ di cose interessanti, alcune ho cercato di raccontarle nel capitolo sullo svezzamento in “Antropologia del mangiare e del bere”.

    Te ne mando una copia se ti fa piacere :)

    un abbraccio e grazie per il prezioso commento, a presto

    alessandra

    Commento di alessandra — 23 gennaio 2010 @ 10:35

  9. Social comments and analytics for this post…

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    Trackback di uberVU - social comments — 23 gennaio 2010 @ 15:36

  10. Interessante questo scritto, grazie all’autrice e a chi lo ha pubblicato. Due considerazioni, una personale e una generale. La prima. Pur non essendo ancora decrepito (ma essendo comunque ahimè nato in quelli che Gianni Minà definirebbe i favolosi anni Sessanta) ricordo perfettamente che nella mia infanzia e adolescenza era abbastanza comune sentire l’espressione “avere o essere dei fratelli di latte”. Che tra l’altro a me è sempre piaciuta molto perché fa travalicare all’umanità i legami del sangue, ma non è necessario rimarcare questo davanti a questo illustre consesso. Piuttosto, una domanda: personalmente non ho mai sentito l’espressione “sorella di latte”. C’è un motivo per cui la cosa è sempre declinata al maschile?
    La considerazione generale: anche nella bibbia l’allattamento al seno è tenuto in gran conto e le nutrici erano molto stimate. Quella di Rebecca di chiamava Debora, che significa “Ape”, colei che fornisce il nutrimento, appunto.

    Commento di donMo — 23 gennaio 2010 @ 18:03

  11. donMo, ciao. In Sardegna si usa fratello, ma anche sorella di latte e tra l’altro come dici tu il legame è fortissimo. Mi è capitato ,anche recentemente, che una signora in un piccolo paese, mi parlasse di un notabile di cagliari, che è suo fratello di latte, de “titta”, e che nonostante le diversità culturali, finanziarie,logistiche, si sentono sempre. lei gli manda la frutta biologica e le conserve, mentre lui contraccambia con mezzi più teconologici. ma ciò che colpisce al di là degli scambi materiali, è che questa semplice signora sa di poter contare sempre, sull’importante fratello che è anche uomo politico,di cui conosce anche i recapiti segregti ai più,e che si è sempre prestato anche per aiutare i figli, cioè nipoti di latte. Ora ovviamente avere una mamma di latte non è più così indispensabile, perchè al di là del fatto affettivo, i neonati possono crescere bene con i latti formulati, mentre ancora 50-60 fa i sostituti del latte materno non solo non sempre garantivano una crescita armonica, ma spesso i neonati stettati morivano soprattutto d’estate per le gastroenteriti e dare il latte diventava una necessità, un gesto di solidarietà femminile oltre che di carità cristiana

    Commento di giusi gregorio — 23 gennaio 2010 @ 20:35

  12. Giusi, grazie mille per queste tue ulteriori precisazioni. Bellissime queste cose che scrivi, tra l’altro mi hanno fatto riaffiorare alla mente dei ricordi che pensavo sepolti per sempre.
    Riguardo alla questione della “sorella di latte”, è una terminologia che personalmente non ho mai sentito, ma magari mi manca il ricordo, comunque indagherò.
    Ciao e grazie :-)

    Commento di donMo — 23 gennaio 2010 @ 22:32

  13. non so spiegartene razionalmente il motivo, ma questo tuo scritto mi si è cristallizzato dentro.

    e non credo al caso.

    buona Vita

    Commento di titti — 23 gennaio 2010 @ 23:02

  14. La fratellanza e la sorellanza di latte e’ molto bella, e ci insegna ancora una volta che la nostra concezione di “famiglia” tradizionale, biologica, genealogica e’ una coperta troppo stretta per coprire tutti i casi della vita e del Reale… ho sempre pensato che essere genitori sia “prendersi cura di”, che la genitorialita’ sia un gesto di cura; e che ci siano svariati modi di prendersi cura degli altri, indipendentemente dai legami di sangue.

    Se mi guardo intorno vedo che ho diverse amiche e amici che hanno adottato con gioia, o sono affidatari, o ospitano persone in difficolta’, vorrei che in Italia le norme per l’adozione fossero meno rigide, cosi come ho accolto con molto disappunto il fallimento del referendum sulla legge 40 e la chiusura dei piu’ alla procreazione medicalmente assistita eterologa.

    Per Titti: Grazie per il tuo commento e benvenuta nel blog! Maria Giuseppina Gregorio e’ una persona di grande umanita’, e spero continui a scrivere qui e altrove.

    Per DonMo: Riguardo al mio ultimo commento so che che le posizioni della Chiesa sulla legge 40 e anche sulle regole dell’adozione sono diverse dalle mie convinzioni personali, ma so anche che sino a che c’e’ dialogo aperto e franco tra le persone la societa’ e’ davvero civile e ha possibilita’ di crescita, di sviluppo, di liberta’.
    Mi piace che continuiamo a parlare, al di la’ delle diverse visioni di vita, penso e spero tu sia d’accordo.

    Commento di alessandra — 24 gennaio 2010 @ 09:51

  15. @Alessandra, sulla legge 40 ho le mie idee, ma non è questo lo spazio per discuterne, qui dico solo che dev’essere tenuta ben presente la distinzione tra peccato e reato, cosa che (ahimè) non sempre è stata fatta. Quanto all’adozione, non mi risulta ci siano posizioni “ufficiali” (almeno lo spero) ma anch’io mi auguro che le norme siano meno rigide delle attuali.
    Per il resto, sul fatto che si continui a parlare, ti pare di no? :-)

    Commento di donMo — 24 gennaio 2010 @ 19:08

  16. uhm…lo so…capisco :) ne parliamo in privato quando vuoi e puoi…

    Commento di alessandra — 24 gennaio 2010 @ 20:28

  17. ogni tempo ha i suoi tabù, e in quest’era a volte anche “spregiudicata”, appena si è toccato il discorso embrione, cosa è la vita, diritto alla vita….. siamo ammutoliti tutti. Perchè poi la mente ci vola alle eterne discussione, tra vita e qualità della vita, sia nel neonato come nelle cure terminali, e se è giusto far nascere qualunque bimbo anche malato…, e al di là delle legge italiana, o anche dei diktat delle religioni( non solo quella cattolica )ognuno di noi ha la sua morale, ma anche il suo background di esperienze. A volte dolorose e difficile. Penso che ognuno di noi debba sentirsi capace, di guardarsi la mattina allo specchio e di potersi sorridere perchè le scelte che facciamo, o quelle che ci coinvolgono professionalmente siano in quel momento le migliori, o le meno traumatiche, le meno dolorose permettetemi di dire le meno peggiori.

    Commento di giusi gregorio — 26 gennaio 2010 @ 10:27

  18. Ciao a tutti ho trovato da poco questo blog molto bello. Penso che la legge 40 è una legge che diminuisca le nascite ed è un dato di fatto.
    Nascite che già oggi diminuiscono per via del progresso, che porta le donne a lavorare e quindi a fare pochi figli e più tardi. Lo spiega bene l’ultimo libro di Giuliano Cannata. Però c’è che guardando la scienza di oggi in modo obiettivo, si vede bene come le donne possano emanciparsi con una facilità impressionante e cambiare così l’inerzia di questo sistema evolutivo. Infatti oggi ci sono pochi servizi sociali quindi c’è il disincentivo ad avere figli, come spiega Cannata, però poi ho pensato che se le donne volessero e si organizzassero potrebbero avere figli indipendentemente dai maschi, con la fecondazione da semi di laboratorio. Insomma con poca energia possono cambiare l’inerzia del sistema e perciò può essere facile che avvenga in futuro. Perciò penso sarebbe importante che i governi, ancora maschili, gli Stati e l’ONU, tutelino l’essere umano come realtà inviolabile con le sue necessità di vita ed autonomia, indipendentemente da altri fattori. Francesco D.

    Commento di Francesco D. — 27 gennaio 2010 @ 21:17

  19. Ciao Francesco non so se interpreto bene il tuo commento ma sì nel racconto di Maria Giuseppina e’ assente la figura maschile e paterna.
    E’ una storia tutta al femminile, dove la solidarieta’ femminile e l’amore materno sopperiscono a deprivazioni materiali e difficoltà di vita che si intuiscono ma delicatamente.

    Nei nostri commenti manca un’analisi sul contributo maschile alla genitorialità, alla procreazione, alla cura dei figli, hai fatto bene a tirare fuori questo complicatissimo tema della paternita’, che sembra il ruolo piu’ naturale del mondo invece e’ un ruolo storicamente e culturalmente determinato.

    Se guardo i padri di oggi e i padri di ieri in Italia mi sembrano due universi paralleli. Oggi c’e’ piu’ responsabilita’ e tenerezza, e anche riflessione sul proprio ruolo.

    Personalmente non potrei e non vorrei fare a meno degli uomini, ma ci sono tante situazioni diverse quante le stelle nel cielo, e reprimere il reale e la sua varieta’ circoscrivendola ad una ipotetica “famiglia normale”, padre, madre, figlio mi sembra fuori luogo e tempo, anche se le regole ci devono essere, a tutela anche del benessere dei figli.

    Adesso sto per uscire dammi un giorno per buttare giu’ qualcosa di sensato (prendero’ spunto dal libro sulla famiglia di Remotti penso) e ti rispondo, intanto grazie per aver citato Cannata, il libro “Si Spegne. Signori si chiude” non l’ho ancora letto, ora lo farò.

    alessandra

    Commento di alessandra — 28 gennaio 2010 @ 09:05

  20. Grazie della tua risposta, Alessandra, la mia non era una critica, è che temo che questa epoca possa spiazzare molto i maschi. La questione delle regole è quella centrale in quest’epoca, che sembra andare verso una maggiore pianificazione. Dover capire quali siano queste regole, cioè i concetti sulla base dei quali accettiamo o ci asteniamo da determinati comportamenti. Secondo me questo chiama in causa tutti gli scienziati ed i ricercatori dei vari campi, uniti, una volta tanto, per confrontarsi su temi di applicazione concreta e quasi immediata. Ti ringrazio personalmente anche per le tue riflessioni future che senz’altro possono aiutare molto, anzitutto me stesso, nell’approfondire la questione.

    Commento di Francesco D. — 28 gennaio 2010 @ 14:51

  21. ciao giusi, anche sul ditzionario di Mario puddu a pag. 1543 , compare
    la voce: sorredìta; sorre de tita – con la definizione: sorre no pro
    esser fiza de matessi ,mama, ma pro l’aer allatada sa matessi fémina.
    comenti bisi is contus ti torrant, pentzu si netzat fintzas frade de
    lati e sorri de lati. deu puru seu fradi de lati cun Marinella di
    Nuragus, no m’aregoddu su sangunau, ma parit IBBA, fortzis dda
    conoscis fintzas e tui trabalada comenti dottoressa in s’igene pubblica
    a isili unus cantus annuas fait, ciau gigi

    Commento di giusi gregorio — 28 gennaio 2010 @ 15:35

  22. Cara Giusi, grazie per il tuo racconto. Una mia anziana zia, ha partorito tre figli, ma nei suoi discorsi raccontava di quattro bambini da lei allattati. Alle richieste di chiarimento, ha spiegato che, mentre si trovava in clinica per aver appena partorito la sua seconda figlia,vide le infermiere passar di stanza in stanza,chiedendo se qualcuna delle neo mamme fosse disponibile ad allattare un bimbo che non poteva succhiare dal seno della propria mamma. Accettò volentieri. Sono trascorsi circa cinquanta anni, ma è sempre rimasta intimamente legata a quel bimbo di cui non ha mai saputo il nome, ma che ha visto lottare e crescere nei primi giorni di vita. Nel parlarne, ancora oggi si emoziona.
    Giovanna

    Commento di Giovanna — 28 gennaio 2010 @ 16:27

  23. Per Francesco: anni fa ho conosciuto Luigi Zoja, che ha scritto un bel libro sulla storia della paternità: Il Gesto di Ettore.
    Trovo molto teneri e intelligenti i padri odierni che conosco, e la crisi che e’ nell’aria spero sara’ foriera di un nuovo modello di paternita’ autorevole senza inutili autoritarismi, sensibile e aperto.
    un caro saluto e alla prossima :)

    alessandra

    Commento di alessandra — 29 gennaio 2010 @ 10:38

  24. Per Giovanna e Gigi: grazie per aver commentato il bel racconto di Giusi e per la vostra testimonianza, benvenuti nel blog.

    alessandra

    Commento di alessandra — 29 gennaio 2010 @ 10:42

  25. Molte grazie Alessandra per la segnalazione, che approfondirò. Penso di essere d’accordo con te, vedremo gli sviluppi della situazione. Aspetto con grande interesse i tuoi pensieri riguardo il primo commento. Comunque considerami a disposizione tua e della conoscenza, se avrai necessità di qualcosa. A presto.

    Commento di Francesco D. — 29 gennaio 2010 @ 15:12

  26. P.S. Ho trovato due interessanti link in cui si parla del libro di Giulino Cannata.

    http://www.lankelot.eu/letteratura/cannata-giuliano-si-spegne-signori-si-chiude-l-era-della-diminuzione.html

    http://www.fondazionesvilupposostenibile.org/dtln-280-L_era_della_diminuzione?cid=4061

    Commento di Francesco D. — 8 febbraio 2010 @ 14:40

  27. Grazie mille Francesco :)

    Commento di alessandra — 9 febbraio 2010 @ 08:46

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