Aspetti antropologici del mangiare animali

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ feb 21st, 2010

Aspetti zooantropologici del mangiare animali

di Alessandro Arrigoni

«L’uomo mangia cose
e l’animale
per essere una cosa
deve essere morto
o addomesticato»

Gorge Bataille

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L’approccio allo studio delle relazioni degli esseri umani con le altre specie animali – nelle diverse culture come nelle diverse epoche storiche – non può essere mediato esclusivamente dall’etica che si è sviluppata nella nostra tradizione, in quanto la complessità della cultura e delle società richiede di indagare a diversi livelli, tenendo conto “degli aspetti intrinseci e specifici della tradizione osservata” (Centini 1999: 116).

La zooantropologia cerca di porre in atto questo approccio complesso – e multidisciplinare – per arrivare alla considerazione della soggettività animale nello sviluppo di una partnership zooantropologica più matura e consapevole possibile.

Per riassumere in poche parole la forte ambiguità della referenza e della presenza animale nell’universo simbolico umano, si può dire che il ruolo dell’animale oscilla spesso tra i poli estremi dell’alterità totale e della identità con l’uomo. Schematizzando molto si può dire, con Marcello Massenzio (1992: 29), che nelle società fondate sulla caccia l’animale viene visto maggiormente come un qualcosa di altro-da-sé (anche in maniera sacrale), data la sua lontananza dal mondo umano, mentre nelle società pastorali la domesticazione prevede un vero e proprio ingresso dell’animale nella società umana, che ne risulta in ogni caso fortemente condizionata.

In molta parte della letteratura antropologica gli animali figurano – solitamente – come meri oggetti funzionali all’esplicarsi delle culture e al realizzarsi delle diverse attività umane. Nella tradizione ‘occidentale’ (giudaico-cristiana e greco-romana, per inderci) questo aspetto si è evidenziato sempre più – a partire dal pensiero (anche sessista e razzista) di Aristotele – fino all’avvento degli «animali macchina» di Cartesio – con tutte le conseguenze che ancora oggi è possibile cogliere grazie alla critica antispecista. Osservare determinati comportamenti inerenti l’uccisione degli animali in culture diverse dalla nostra può aiutarci a inquadrare in maniera migliore il pesante impatto della caccia ‘sportiva’ moderna e dell’allevamento industriale dal quale nascono le nostre istanze bioetiche, senza per altro voler cercare di ridurre l’etica di altre popolazioni alla nostra – o a quella che reputiamo essere la migliore in quanto nostra.

Ogni società possiede il suo ethos peculiare, frutto di una particolare evoluzione storico-sociale che oggi – alla luce della globalizzazione – è possibile riesaminare criticamente ma sempre con molte cautele. Non bisogna inoltre dimenticare che la cultura euro-americana è quella che ha istituzionalizzato la schiavitù animale – e il dominio sulla natura – ed è quella che causa la morte di cinquanta miliardi di animali ogni anno (Regan 2005a) e rappresenta dunque il corretto bersaglio delle critiche ecologiste e animaliste degli ultimi sei decenni.

Caccia (tradizionale) e sacrificio rituale rappresentano indubbiamente degli elementi di cultura caratteristici e propri di così tanti gruppi umani che non si può evitare di cercare di analizzarli dal punto di vista emico di coloro che li praticano o li hanno praticati, senza dimenticare che sono proprio alcuni antropologi ad affermare che “è la nostra cultura occidentale, cristiana e evoluta, a esprimere la massima ambiguità nei confronti degli animali” (Centini: ibidem) e che “la violenza sugli animali ha un ruolo fondamentale nel consolidare la bestialità dell’uomo nei confronti dei propri simili” (Centini ivi: 117). Un primo dato che risalta immediatamente è che l’importanza assegnata al cibo carneo – in moltissime società – va molto al di là del concreto apporto nutrizionale.

I raccoglitori-cacciatori odierni – e si può ragionevolmente presumere che fosse così anche in passato – hanno una dieta prevalentemente basata sui vegetali, solo il 15-30% dell’alimentazione è composto da cibi carnei. Ma, come vedremo più avanti, in tutte queste popolazioni la caccia gioca un ruolo assai rilevante sul piano simbolico e su quello sociale. Lo stesso dicasi per la maggior parte delle popolazioni non euro-statunitensi che vivono nominalmente di agricoltura (tradizionale e intensiva) ma che assegnano sempre più un valore esorbitante a tutte quelle forme di «cultura della carne» (cfr. Rifkin 2001) che sono di evidente – oggi – derivazione ‘occidentale’ e che costituiscono addirittura motivo di orgoglio e di emancipazione dalla ‘povertà’ alimentare precedente (i casi di Giappone e Cina sono emblematici, a questo proposito, mentre quello dell’India è – se mi si permette – ancora più inquietante, sotto il profilo dell’impatto ambientale e sociale di tali modificazioni nelle abitudini alimentari).

Un secondo elemento etnologico che si evidenzia comunemente in molte culture è la cosiddetta «commedia dell’innocenza», che testimonia la criticità della caccia – a uccisione avvenuta – laddove i cacciatori “presentano come puramente accidentale la morte dell’animale o ne addossano la colpa ai vicini” (Massenzio 1992: 30). La caccia viene vissuta – in moltissime popolazioni – come attività sacrilega e spesso il ritorno del cacciatore tra gli uomini è preceduto da un rito di purificazione che permette di riannodare i rapporti nell’ambito della società e con la foresta. Secondo molti autori le attività di caccia tradizionali si svolgono «quasi clandestinamente» e si cerca di evitare massimamente di uccidere più selvaggina di quanto strettamente necessario.

Un caso emblematico di «commedia dell’innocenza» riguardava la popolazione degli Ainu dell’isola di Hokkaido, in Giappone. Il loro rito più importante era lo Iyomande (il ‘sacro invio’), durante il quale un orso sottratto alla madre durante una precedente battuta di caccia veniva allevato come un bambino dalla comunità, per poi essere appunto ‘inviato’ agli orsi divini suoi antenati, allo scopo di ingraziarseli per far si che gli orsi, sulla terra, non mancassero mai (per poter essere cacciati a loro volta). La caccia all’orso prevedeva altresì una complicata messa in scena: si partiva dicendo di volersi recare nella foresta per far visita a un parente (padre o nonno), una volta giunti nei pressi della tana dell’orso gli si offriva una pipa accesa e, una volta ucciso, lo si scuoiava affermando di
voler togliere la corteccia da un albero. Infine, quando i cacciatori riportavano al villaggio le spoglie dell’animale, le donne intonavano lamenti funebri accusando altre popolazioni di essere responsabili della morte dell’orso, che era quindi identificato come un consanguineo. Oggi lo Iyomande viene effettuato senza più uccidere realmente gli orsi, anche perché sono quasi scomparsi dalla regione.

Secondo diversi antropologi, tra cui Vittorio Lanternari (1959), le remore inerenti l’uccisione degli animali che ospitano gli spazi ‘selvaggi’ – non abitati dall’uomo – si manifestano anche nei confronti degli animali allevati (anche se in questo caso si manifestano prima dell’uccisione), per esempio all’interno del «complesso bovino» indiano ed est-africano, tra i quali la sostanziale differenza consiste nell’integrazione con le pratiche agricole del primo e nella mancanza di tale integrazione nel secondo. In molte di queste culture il sacrificio rituale interviene come fondamentale medium sociale che ‘occulta’ e permette l’uccisione degli animali allevati.

Nel caso della popolazione nilotica dei Nuer, per esempio, il nesso di interdipendenza tra umani e bovini di pertinenza è stato descritto da C.G. Seligman come «identificazione morale»: tra i Nuer quando un giovane termina il ciclo iniziatico il padre gli regala – come segno di virilità – un bue, che diviene «il suo preferito», una sorta di alter ego il cui nome viene assunto dal neo iniziato. Tra i
Nuer – come per molti altri popoli dell’Africa orientale – vige il divieto di uccidere buoi al di fuori del sacrificio, che può avvenire – come nel sud-est asiatico e persino in India – per diverse ragioni propiziatorie, divinatorie o funerarie.

Spesso la vicinanza –si potrebbe dire quasi la promiscuità – con il mondo degli animali allevati non è certo garanzia di rispetto o di relazioni zooantropologiche basate sull’affettività, bensì, come avremo modo di evidenziare ancora, essa determina una forte ambiguità dei rapporti, oscillante tra i termini dualistici di soggetto e oggetto, uccisore/ucciso, mangiatore/mangiato.

L’animale partner, compagno nel lavoro, domestico nel senso di vivente nella casa dell’uomo o nei pressi, diventa la vittima e il pasto dell’uomo. Si tratta della stessa ambiguità insita da sempre nei rapporti tra gli altri ‘umani’ che non vengono riconosciuti tali in quanto stranieri, diversi, devianti.

Non a caso la ricostruzione storico-antropologica del «simbolo carneo» di Nick Fiddes (1991) inizia con l’evidenziare le associazioni tra consumo di cibo carneo e concezioni virili di «forza» e «aggressività» tipiche di molte culture. Alcuni antropologi – come Marvin Harris – hanno ricondotto la pressoché universale supposta necessità del cibo carneo a un bisogno innato di proteine animali ma – stranamente – questo tipo di discorsi riduzionisti e biologizzanti sono proprio quelli contro i quali di solito gli antropologi si battono, nel cercare di evidenziare le regolarità o le differenziazioni culturali.

Secondo Fiddes invece, il problema ha radici culturali più che biologiche, dal momento che gli esseri umani non sono vincolati geneticamente a una determinata tipologia di dieta (anche se nel corso dell’ominazione siamo stati certamente vegetariani e fruttariani per centinaia di migliaia di anni, cfr. Consiglio-Siani 2003) mentre – è cosa nota – è stata certamente la cottura dei cibi ad aver generato – insieme a molte altre modificazioni nello stile di vita dei nostri progenitori – la possibilità di nutrirci di animali morti e privati del sangue (la carne cruda e il sangue risultano tossici per noi umani).

Secondo Claude Lévi-Strauss la cottura dei cibi e il controllo del fuoco hanno dato un forte impulso all’emersione dell’umano dall’ominide o dagli ominidi (cfr. Pievani 2002) dunque si può concludere, come fa Fiddes che essendo il cibo carneo da sempre legato allo status sociale, il suo valore simbolico va ben oltre la sua identificazione più materiale. In altre parole, il cibo carneo rappresenta la capacità di agire sulla natura come sulla e nella società. Chi gestisce e spartisce il cibo per eccellenza – la carne degli animali dominati e soggiogati – domina di fatto la società intera.

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Mi spingo oltre, seppure in buona compagnia (cfr. Rifkin 2001, Rivera 2000): nel mondo globalizzato attuale, gli Stati Uniti d’America – che sono la nazione più carnivora del pianeta – rappresentano ed esportano un modello alimentare e sociale che – guarda caso – è il più aggressivo e dominante di tutta la storia recente. E noi europei seguiamo al secondo posto. Non è un caso – sempre secondo Fiddes – che la cultura di cui facciamo parte “ha sempre rappresentato il proprio ambiente come una minaccia da soggiogare, una selvaticità da addomesticare, una risorsa da utilizzare, un oggetto privo di diritti” (Fiddes 1991: 45).

Quasi tutti i popoli in tutte le epoche hanno considerato gli animali come delle «scorte alimentari viventi», delle risorse da dover spartire in base al prestigio sociale. Le classi lavoratrici, va detto – sia nel sistema capitalista che socialista – nel lungo percorso alla ricerca di condizioni di vita migliori, si sono via via identificate con l’ideologia della carne e «il mito delle proteine nobili» fino a considerare – guarda caso – l’accesso al cibo carneo uno dei principali simboli di emancipazione proletaria.

Nel contempo la caccia è diventata il modello esemplare – virile e predatorio – per la costruzione della mitologia fondativa della società attuale (mentre si è completamente svalutato il valore della raccolta di frutti, bacche, semi, come principale motore della sussistenza umana per migliaia di anni. ). Non è un caso, sempre secondo Fiddes (ivi: 64), che la cultura europea votata alla conquista dei territori coloniali si sia dotata di una ideologia nella quale i freemen inglesi erano i principali mangiatori di carne rossa (quella col contenuto simbolico più alto in relazione proporzionale alla forza violenta necessaria per procurarsela).

Ecco perché anche ai giorni nostri “Contestare il fatto che l’uomo possa utilizzare gli animali a suo piacimento significa sfidare un principio quasi sacro proprio della nostra ideologia comune, affermando implicitamente che il potere della cultura umana sulla natura deve porsi dei limiti, il che appare estremamente polemico in una società che ha da così lungo tempo considerato la supremazia umana come suo ethos fondamentale” (Fiddes ivi: 64). Come si è già visto, nella società euro-americana, soprattutto negli Stati Uniti, la cultura della carne (e dell’hamburger, cfr. Rifkin 1992) è economicamente e simbolicamente centrale (l’hamburger significa libertà, efficienza e facilità di consumo anche e soprattutto in quanto i suoi reali costi vengono nascosti e scaricati sulla collettività mediante meccanismi di protezionismo per tutto il comparto zootecnico, cfr. anche Moriconi 2001).

Ancora: i rituali associati al dominio degli animali selvatici nella pratica della caccia come nella soggiogazione dei domestici non sono privi, a ben guardare, di elementi che esprimono chiaramente il dominio di alcuni uomini su altri uomini: “La caccia alla volpe, per esempio, permette ai suoi rari privilegiati partecipanti di mostrare ritualmente la loro sovranità nel condurre a morte un animale reputato molto intelligente. Ma non è tutto qui: la caccia mostra contemporaneamente la supremazia dell’uomo sul cavallo montato a sella, sui cani che seguono e sui servi e i lavoratori presenti e persino su tutti coloro privi di quel potere finanziario e di quello status sociale necessari per accedere alla carriera” (Fiddes ivi: 72).

Se vogliamo cercare di capire da dove proviene la zootecnia moderna dobbiamo guardare al nostro passato meno remoto ma anche a quello ‘classico’ – greco e romano – quando si sono formate molte delle ideologie e delle configurazioni culturali che poi la cristianità ha a sua volta ripreso e ‘rilanciato’ in Europa, sempre a discapito del mondo animale. Nella Grecia antica – dove il classismo, il razzismo e il sessismo erano la norma, non dimentichiamolo – la religione della polis vedeva nel sacrificio animale uno dei fondamenti della relazione umani-dèi. Esiodo ci ricorda che in origine – durante la mitica età dell’oro, comune a molte altre cosmologie – gli uomini non dovevano lavorare per procurarsi da vivere e la terra forniva loro tutti i frutti di cui avevano bisogno. A quel tempo uomini e dèi banchettavano insieme, ma il titano Prometeo, invidioso dei primi, decise di giocare un brutto scherzo a Zeus.

A Mecone, dove uomini e divinità erano riunite, Prometeo uccise un bue e ne fece due parti: una apparentemente migliore perché avvolta in grasso succulento (conteneva in realtà soltanto ossa), l’altra, più miseramente avvolta nello stomaco dell’animale, celava in realtà tutta la carne e le interiora più prelibate. Prometeo chiese a Zeus di scegliere la parte che preferiva, sicuro che agli uomini sarebbe rimasta la porzione migliore. Ma il sommo dio comprese ovviamente l’inganno, prese infuriato il mucchio di ossa e decise la sua vendetta: da quel momento in poi gli dèi si sarebbero nutriti degli avanzi non commestibili delle bestie sacrificate ma, in compenso, la natura non avrebbe più donato agli uomini i suoi frutti ed essi avrebbero dovuto procurarseli con la fatica del lavoro dei campi. I fatti di Mecone sancirono il futuro ordine del mondo, quello in cui ci troviamo ancora adesso. In altre parole: gli umani divengono carnivori e divenendo tali perdono anche l’immortalità, che resta prerogativa degli dèi.

Al di là della simbologia mitologica (non si può mancare di notare alcune similitudini con molte mitologie bibliche), quello che è rilevante dal punto di vista antropologico è il forte desiderio degli ellenici – come di molti altri popoli – di nutrirsi di carni. Ma nella Grecia antica non si dava uccisione senza un rito di sacralizzazione della vittima. Non si poteva semplicemente ammazzare un animale e mangiarselo (a parte i pesci). La ritualizzazione dell’alimentazione carnea giocava così un duplice ruolo: da un lato limitava le uccisioni e dall’altro sanciva e manteneva la gerarchia sociale, dato che durante i banchetti i pezzi migliori della carne e delle interiora andavano ai sacerdoti, mentre il resto veniva ridistribuito tra i presenti al rito che potevano anche portare qualcosa a casa dai loro famigliari.

Nel mondo greco e in quello romano gli animali più correntemente sacrificati erano la pecora, il maiale e – meno frequentemente – il bue (vi erano buoi che erano lasciati al pascolo tutta la vita, altri destinati al lavoro, altri al sacrificio). In alcuni casi i sacrifici erano slegati dalle esigenze dietetiche, come per i suovetaurilia che avevano luogo ogni cinque anni a Roma e in occasione di prodigi e calamità: la cerimonia si svolgeva nel Campo Marzio, dove la popolazione si radunava e assisteva al complesso rito di ‘purificazione’ che prevedeva poi il dilavamento dell’altare con il sangue di un maiale, di un montone e di un toro.

Arriviamo ai giorni nostri: con l’avvento della Repubblica uno dei privilegi che è rimasto al Capo dello Stato, in continuità con la monarchia, è il mantenimento e l’accesso (anche fuori dalla stagione venatoria) alle ex riserve di caccia reali, possiamo avere un altro esempio di specismo istituzionale di cui si dovrebbero valutare meglio gli effetti sociali perché questi privilegi, come tanti altri, hanno un costo, che pagano i cittadini (i quali sono a stragrande maggioranza, lo ricordiamo, per l’abolizione delle pratiche venatorie in Italia).

Ma torniamo al sacrificio alimentare: questo breve saggio avrebbe anche potuto intitolarsi “Ragione sacrificale e ragione reificante” in quanto ritengo non sia sbagliato affermare che nel compimento di un sacrificio rituale esista una qualche forma di rapporto ‘individuale’ tra l’officiante e la vittima, nel senso che i due – quanto meno – sono in rapporto diretto. Nella società
di massa – del mattatoio di massa – la ripetizione seriale del gesto dell’esecutore zootecnico comporta una devitalizzazione della vittima (che viene appunto prima stordita e poi dissanguata senza che possa lottare o dibattersi in alcun modo) e una de-responsabilizzazione del carnefice tali che esse sono state paragonate da molti autori (da Horkheimer ad Adorno, da Capitini a Patterson) all’efficienza dei campi di sterminio nazisti. Un’altra caratteristica che accomunerebbe gli animali degli allevamenti-lager e i lager (o i gulag) del secolo scorso è il totale annichilmento dell’individualità che si opera all’interno di queste strutture e – vale la pena sempre ricordare – che i campi di sterminio per gli animali sono sempre aperti, in ogni città del mondo.

Nelle esperienze di sacrificio vi è una pressoché universale consapevolezza dell’erroneità – se non dell’illiceità – dell’uccisione (tant’è che sono numerosissime, anche nell’antichità, le forme di sacrificio non cruento o di sacrificio sostitutivo, nel quale per esempio vengono immolate statuette a forma di animale).

L’antropologo Massimo Centini esprime con queste altre parole l’idea: “Il concetto di sacrificio ha determinato una riflessione sull’uccisione ‘necessaria’ della vittima, sul dolore che deve essere inferto ritualmente e come tale ‘giustificato’, perché parte di un iter culturale fondamentale nella dimensione religiosa della cultura. Su questa scia può essere collocato anche il tema della caccia: un’esperienza ricca di ambiguità, che nella apparente casualità della sua procedura esecutiva comprende una molteplicità di significati, nei quali convivono esperienze quotidiane e atteggiamenti inconsci” (Centini 1999: 136-137). Niente di tutto questo si verifica all’interno dei processi industriali di «lavorazione della carne».

Secondo un’altra antropologa, Annamaria Rivera, “la diffusione del consumo di carne (che il senso comune, dicevamo, rappresenta come un bisogno naturale), insieme alla separazione fra i luoghi dell’allevamento macellazione degli animali e i luoghi della vendita della carne rendono possibile la rimozione simbolica e morale delle condizioni di produzione di quella specialissima merce che è il corpo degli animali” (2000: 59).

Gli animali – come si è già detto – sono completamente cosificati, ridotti nella loro condizione di specie da macello, mezzi di produzione della loro stessa carne6 o delle altre parti commerciabli del loro corpo, dalla pelliccia alla pelle, dal latte alle uova. La reificazione degli animali è il mezzo – o si potrebbe dire il metodo – mediante il quale le grandi industrie impongono i loro prodotti sul mercato globale, sconvolgendo gli equilibri sociali e ambientali di interi continenti. Prosegue così la Rivera: “Una tale deanimalizzazione dell’animale, inscritta nel contesto di una produzione industriale serializzata, massificata, automatizzata, riesce a evocare […] la disumanizzazione che fu alla base della costruzione di altri universi concentrazionari volti allo
sterminio: se abshlachten («macellare») era il verbo usato dagli esecutori nazisti per dire il massacro dei prigionieri nei lager, programmato e attuato secondo rigorosa logica industriale, allevare e macellare animali oggi si dice «produrre della carne»” (Rivera 2000: 60), in una specularità concettuale e procedurale che non è sfuggita a molti altri studiosi, tra cui Adorno (1979) e Charles Patterson (2003). Vorrei concludere questo discorso con le parole di un altro grande antropologo, Claude Lévi-Strauss: “Ogni sacrificio implica una solidarietà di natura fra l’officiante, il dio e la cosa sacrificata, sia essa un animale, una pianta o un oggetto trattato come se fosse vivo, coloro che pensano di lavare via il sangue del delitto con altro sangue, comportandosi «come uno che, sporco di fango, vada a lavarsi nel fango».

Come già accennato, i detrattori dei sacrifici e delle uccisioni sono sempre esistiti – e hanno lasciato numerose tracce storiografiche – anche se sono rimasti, come tutti i nonviolenti, piuttosto inascoltati. Gli orfici vengono ricordati (cfr. Franco 2001) come «i primi nonviolenti» della Storia, attivi soprattutto in Italia meridionale, anche se dell’orfismo originario conosciamo veramente poco.
Orfeo viene raffigurato quasi sempre come cantore in atto di suonare la cetra contornato da uccelli, pesci e fiere selvatiche «che gli si fanno intorno, letteralmente incantate». Siamo di fronte, secondo Cristiana Franco, a una concezione animistica della natura, nella quale la credenza nella metempsicosi “appare in genere connessa con l’idea che l’intero mondo – umano, animale e vegetale – sia pervaso di psiché, divino alito immortale in perenne migrazione da un corpo a un altro” (Franco 2001: 211).

Tutto ciò appare compatibile con l’idea dell’astensione dalle carni e l’opposizione agli olocausti praticati dalla religione di stato. Anche gli iniziati ai misteri eleusini (nei quali – non a caso – si celebrava la comparsa dell’agricoltura, donata agli uomini dalla dea Demetra) era imposto il precetto del vegetarismo, mentre in Pitagora si ritrova una condanna netta di qualunque forma di maltrattamento e uccisione di animali, che probabilmente il sapiente di Samo del VI sec. a.C. sintetizzò, per così dire, da elementi orfici e zoroastriani.

Aristotelici e stoici agiranno per acuire il solco tra mondo umano e mondo animale. Per Aristotele gli animali – al pari degli schiavi – sono destinati a servire l’uomo libero (il maschio greco adulto e possidente), perché la loro natura sarebbe costituzionalmente incapace di «valutazione e deliberazione». È la ragione reificante ai suoi albori. Per la scuola stoica – che molta influenza ebbe in tutta l’antichità – l’animale è escluso dal logos, dal privilegio linguistico che gli dèi hanno voluto concedere soltanto agli umani e che è l’unico strumento della virtù e dunque – della giustizia. Crisippo scrisse che «la provvidenza divina ha messo l’anima nel maiale al solo scopo di conservarne fresca la carne».

Secoli dopo ritroviamo le stesse critiche ai sacrifici e alle uccisioni in Plutarco di Cheronea, sostenitore di un’etica interspecifica vera e propria che resta di esempio fino ai nostri giorni. In aperta polemica con gli stoici ebbe a scrivere: «L’esperienza mostra che il dominio della bontà si estende più lontano di quello della giustizia. Perché siamo tenuti a esercitare la giustizia e la legge solo nei confronti degli uomini: ma quando si tratta di benefici, di riconoscenza, accade che il loro flusso, che scaturisce dalla ricca sorgente della dolcezza, si estenda sino agli esseri privi di ragione”(cfr. Franco 2001: 219).

Plutarco considera il vegetarianesimo la più vera e profonda natura dell’uomo – quella che gli permette di esercitare l’attività speculativa in senso più alto – e non mancò di condannare la caccia, pratica odiosa in quanto delittuosa e diseducativa. In ambito romano classico merita certamente menzione Lucrezio che arrivò ad affermare chiaramente che gli esseri umani dovevano tutelare i propri animali domestici esattamente come i propri figli. Lucrezio, di formazione epicurea, polemizzò anch’egli con gli stoici: in alcuni suoi versi echeggia un sincero orrore per qualsiasi tipo di uccisione (si pensi a quelli molto celebri sulla mucca disperata per aver perso il suo vitellino, rapito e massacrato sull’altare da un sacerdote) e in diversi passi egli affermò che la mancanza di parola non deve rappresentare una fonte di discriminazione ontologica degli animali.

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Essi infatti sognano, gioiscono, patiscono il dolore e la sofferenza psichica – il senso di abbandono e della perdita per esempio – esattamente come noi. Sono le cose che abbiamo sentito ripetere a Gandhi, ad Aldo Capitini come a Tom Regan e a tanti altri pensatori animalisti che hanno fatto del «tabù alimentare» vegetariano una precisa scelta etico politica e hanno contribuito a dare vita a un movimento mondiale che accoglie centinaia di migliaia di persone comuni, quali siamo noi tutti. Da qui l’importanza di studi non soltanto filosofici e accademici ma anche antropologici e sociali del movimento, come quello della collega Sabrina Tonutti di Udine.

Per concludere: oggi si può dire che la ‘ragione sacrificale’ e la ‘ragione reificante’ abbiano stretto un patto diabolico per istituzionalizzare il dominio dell’uomo su ogni forma di vita animale – domestica e non – e per globalizzare la violenza. Quella violenza che ci torna incontro come un boomerang e che è osservabile in ogni telegiornale, in ogni pagina di cronaca. Serge Latouche ha scritto in uno dei suoi libri che sull’altare della tecnoscienza oggi si sacrificano milioni di vite umane, negli incidenti automobilistici, negli incidenti sul lavoro, con i disastri farmaceutici e ambientali, con le malattie degenerative. Sembra un grande contrappasso. Io non so se sia realmente così ma certo è che la società umana funziona ogni giorno sempre più sul registro della violenza permanente, al suo interno come verso i ‘nemici’ esterni.

Come molti filosofi e alcuni antropologi ritengo che la violenza e la bestializzazione degli animali siano il modello di riferimento per tutti coloro che compiono crimini ed eccidi, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente.
Difficile dare giudizi globali in un mondo globalmente complesso. Secondo la psicologa Annamaria Manzoni (2006) “la nostra società è fortemente schizofrenica, sadica e fondamentalmente incline all’alterazione della realtà e alla menzogna dato l’enorme sforzo che le industrie e i media attuano per nascondere ai cittadini stessi la realtà che si cela dietro le produzioni che hanno per oggetto lo
sfruttamento sistematico della vita animale. Dal momento che i messaggi suggestivi associano l’alimento all’affetto, quello che avverrà [nel pubblico] sarà l’instaurarsi, a livello inconscio e profondo, di una pericolosa sovrapposizione e identificazione tra fondamentali relazioni familiari e offerta di cibo animale, operazione facilitata dal fatto che il cibo, per sua stessa natura, riveste
incredibili valenze simboliche collegate all’esperienza del latte materno” (Manzoni 2006: 38).

Credo che su questo potranno concordare gli antropologi come gli psicologi (accade raramente), perché gli effetti di questa propaganda sottile, specialmente sui più piccoli, sono in grado di generare quella dipendenza dall’alimentazione carnea nella maggior parte della popolazione ‘occidentale’ di cui tutti siamo testimoni. Questa dissociazione si riversa a mio parere in molti altri settori della vita civile: una cosa che mi capita quasi ogni giorno e che mi stupisce altrettanto spesso, sia come filosofo che come antropologo, è l’incapacità di cogliere la vicinanza della causa della liberazione animale e della liberazione umana. Quando si parla di diritti degli animali – o di rispetto degli animali – o di soggettività animale, molte persone pensano – e talvolta
affermano – “sono soltanto ANIMALI”, “cosa c’entrano i diritti delle bestie con quelli delle PERSONE”?

Lascio rispondere Adorno: “L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. […] La possibilità del pogrom si decide nel momento in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – «non è che un animale» – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il «non è che un animale», a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale” (Adorno 1979: 117).

L’autore:

Alessandro Arrigoni si è laureato all’Università degli Studi di Siena nel 1997, con una tesi sulla filosofia dei diritti degli animali non umani (pubblicata nel 1998 dalle Edizioni Cosmopolis di Torino con il titolo I diritti animali verso una civiltà senza sangue).

Nel 2006 ha terminato un Dottorato di Ricerca in Metodologie della Ricerca Etno-antropologica con una tesi di tipo zooantropologico sulla relazione uomo-cane in un contesto etnografico italiano, la prima spiaggia “per cani accompagnati da persone” di Maccarese (Fiumicino). La tesi contiene numerose indicazioni per una zooantropologia teorica che tenga conto dei soggetti animali nell’approccio etnografico ‘classico’, in linea con le acquisizioni della ecoantropologia di Vittorio Lanternari e ai contributi di Annamaria Rivera e Sabrina Tonutti.

Negli anni ha collaborato a diversi progetti di tipo editoriale (ha curato o co-curato diverse pubblicazioni e tradotto due libri, Teologia Animale di Andrew Linzey nel 1998 e La mia lotta per i diritti animali di Tom Regan nel 2005), museale (la Mostra “Zoomania, animali ibridi e mostri nelle culture umane” per il Museo del S. Maria della Scala di Siena nel 2007, con contributi scientifici al relativo catalogo). Si è inoltre occupato di comunicazione sul Web, per conto del Consigliere in Regione Piemonte Enrico Moriconi (2001-2010 http://www.enricomoriconi.it ) e per l’Associazione Veterinari per i Diritti Animali da lui stesso presieduta (2004-2010 http://www.avda.it ), curando anche la comunicazione Web della Campagna internazionale “Un’altra alimentazione è possibile” (2006-2010 http://www.unaltralimentazione.org ).

Periodicamente è presente a conferenze e convegni per sostenere l’approccio zooantropologico alle questioni relative ai rapporti tra umani e altre specie.

Fonte immagini:
Uomo/scimmia: http://www.pd.astro.it/othersites/altrimondi/prot02_117/evoluzione.htm
Ibrido umano/animale: http://elementaryteacher.wordpress.com/2008/03/24/animal-human-hybrids-now-approved-in-britain-may-become-slaves-of-the-future/
Interspecies: http://www.intentblog.com/archives/2008/05/interspecies_se.html

Bibliografia citata

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Adorno T.W. (1951), Minima moralia, Einaudi, Torino 1994.

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Arrigoni A. (2007), «Da vittime a prodotti», in Franco C., op. cit..

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15 commenti »

  1. Vorrei ringraziarti Alessandro per aver accettato di scrivere qualcosa per il mio blog.

    e segnalare che sul blog enogastronomico Dissapore c’e’ un bel dibattito in corso sull’argomento: http://www.dissapore.com/salute/perche-mangiamo-gli-animali-cogito-ergo-dubito/

    Commento di Alessandra Guigoni — 21 febbraio 2010 @ 15:27

  2. Beppe Bigazzi, noto commentatore televisivo è stato sospeso dalle trasmissioni per aver affermato che la carne di gatto è buona e aver dato in diretta alcune ricette. Un simile provvedimento a mia memoria è stato dato solo a chi ha bestemmiato in diretta. Eppure Bigazzi non ha fatto altro che raccontare una tradizione italiana di tempi di povertà e di scarsità di proteine nobili.
    Se si fosse presentato in tv un antropologo e avesse raccontato che, fino a cinquanta anni fa, gli antropofagi della Nuova Guinea trovavano squisita la carne umana, con una preferenza per quella femminile e infantile, probabilmente non avrebbe trovato tanta riprovazione. Il punto scandaloso è stato quel “è buona”. Ha toccato sensibilità diffuse, ha svegliato negli spettatori l’oscuro del mangiare un altro essere vivente, li ha messi di fronte a l’atto di morte che diventa vita per chi lo pratica e per chi di quelle carni si nutre. Io, lo dico prima della eventuale crocifissione, non ho mai mangiato carni di gatto, cane e volpe. Allo stesso modo ho il tabù della carne di cavallo, avendone allevati e cavalcati, solo l’idea mi fa orrore.
    Nella bistecca di cavallo sento l’odore del sottosella sudato, impressione olfattiva che mi riporta alla mente sensazioni di felicità, di libertà, di un rapporto armonioso di fiducia totale con l’animale. Nonostante ciò non riprovo chi mangia carne di cavallo, mi limito a constatare che la mia familiarità con quell’animale meraviglioso mi impedisce di cibarmene. Almeno fino a quando la fame terribile non mi costringerà a farlo.
    Perché proviamo orrore di chi mangia carne di gatto o di cane e non della bistecca acquistata dal macellaio? Perché una fetta di ottimo prosciutto artigianale non ci fa venire sensi di colpa visto che proviene da un animale intelligentissimo, capace di affettività come il maiale?

    La nostra contemporaneità, quella dei paesi sviluppati a civiltà urbana, ha rotto il rapporto naturale tra uomo e ambiente, tra produttore di risorse e consumatore di cibo. La produzione industriale di alimenti è delegata a degli specializzati e il cibo sottoposto a manipolazioni, confezionamenti diventa altro da sé delle materie di base. Se fate odorare una mela verde ad un bambino vi dirà che sa di shampoo.
    Molti bambini credono che il latte sia un prodotto industriale come le bibite, i pesci siano a forma di bastoncino surgelato e i polli non abbiano penne, perché così li vedono nelle macellerie. Se ci si riflette il grande successo degli hamburger, dei polpettoni, delle polpette, delle bistecche è che i pezzi di carne sono lontani dall’animale che li ha prodotti.
    In essi non c’è l’orrore dell’atto violento, lo lasciamo ai macellai, loro per contratto devono convivere con la morte, noi non sappiamo e non vogliamo sapere. Una volta non era così, le galline si acquistavano vive dal contadino e il “consumatore” doveva provvedere alla bisogna, in lui c’era consapevolezza di quell’atto violento. Togliere la vita per dare vita. Non a caso nell’uccisone rituale del maiale ci si segnava col segno di croce, non a caso il pastore sardo nell’atto di togliere la vita ad un agnello diceva: “Po more de Deus e de sas ateras”, ad onore di Dio e per la salvezza delle altre (pecore). In lui vi era la consapevolezza che dare la morte (necessaria) era un atto terribile, contro l’armonia della natura, e la preghiera serviva ad esorcizzare il male che poteva venirne (la morte del gregge o di qualcuno della famiglia). Oggi tutto questo si è rotto, l’atto di morte avviene in luoghi lontani da noi. Vi è di più, i consumatori di carne non conoscono e non vogliono conoscere i lager degli allevamenti intensivi, degli animali costretti a cibarsi di prodotti estranei alla loro dieta (il mais ad esempio, i bovini sono erbivori) che provocano in loro problemi gastroenterici. Ma non importa tanto debbono campare poco. Nell’hamburger o nella bistecca ci deve essere solo il gusto. Tutto il resto non conta.

    Si potrebbe dire che l’infortunio di Bigazzi è spiegabile con la falsa coscienza e l’ipocrisia dominante, sarebbe però una risposta semplicistica. Il vero problema è la vicinanza, antropocentrismo che abbiamo allargato fino a comprendere gli animali di compagnia come i cani e gatti o i cavalli, per quelli come me. In questa famiglia allargata includiamo per estensione volpi e lupi, troppo simili ai cani, escludiamo bovini, suini, ovini, conigli, pesci e tutto il cibabile. Più che di gusto e disgusto è di prossimità alla specie, di umanizzazione degli animali che dobbiamo parlare. Quindi le proteste dei telespettatori hanno una spiegazione esistenziale. Detto ciò non bisognerebbe mangiare carne per essere in pace con il creato? Diventare tutti vegani? Esiste una terza via, basterebbe conoscere fino in fondo la storia del nostro cibo. Magiare poca carne e solo quella che viene allevata al pascolo in una situazione vicina alla “naturalità”. In quel caso l’atto di morte dell’animale sarebbe compensato da una vita trascorsa serenamente. Mi rendo conto che questo, per ora è possibile solo nei luoghi che praticano le filiere corte, dove esistono consorzi di allevamenti che garantiscono la qualità, non solo degli alimenti degli animali, ma delle condizioni di vita di quest’ultimi. Sono anche consapevole che tra qualche centinaia d’anni i posteri guarderanno a noi con gli occhi con i quali noi guardiamo ai cannibali.

    Commento di Nicolo Migheli — 21 febbraio 2010 @ 20:10

  3. Mio nonno aveva i cavalli, come molti in Sardegna, e mio padre in tempo di guerra aveva l’asinello al posto dell’odierno motorino però mangia carne di cavallo.
    A me una volta hanno regalato un maialino vivo per il mio compleanno e io c’ho giocato un pomeriggio intero, il giorno dopo l’hanno cucinato. Io non lo sapevo ma era un regalo da mangiare.
    probabilmente c’è anche qualcosa in più oltre l’affezione. eppure io non riuscirei ad ammazzare un animale e mangio la carne strettamente necessaria a soddisfare il mio piacere e sempre con molte remore.
    Quando scoprirò con certezza che si può vivere bene senza forse smetterò.

    Scusa l’OT Nicolo, la famiglia dei miei zii aveva degli amici Migheli che allevavano cavalli e correvano a Chilivani, siete voi?

    Commento di Daniela Delogu — 22 febbraio 2010 @ 00:07

  4. ciao Daniela l’episodio del maialino mi ha fatto venire in mente un ricordo flash stile “the silence of the lambs”: anch’io circa 20 anni fa giocai tutto il giorno con una capretta bianca che pochi giorni dopo dopo venne macellata.
    Aveva gli occhi molto espressivi, era morbida, affettuosa, le recitai la poesia La capra di Umberto Saba così per gioco, studiavo Letteratura e stavo preparando l’esame.

    Quando tornai a trovarla ricordo l’impressione di entrare nella stalla e non trovarla piu’. Capire dal setting che cosa era successo (ometto i particolari).

    Credo di non aver piu’ avvicinato un animale da cortile, non per giocarci almeno, anche noi antropologi abbiamo un cuore ;)

    Con la carne ho il tuo stesso complesso rapporto, sono stata felicemente e salubremente vegetariana per diversi anni, quasi obbligata dal mio ginecologo ho ripreso a mangiare carne, ma sono dubbiosa e critica e verso me stessa e verso il mondo degli umani ipercarnivori.

    Commento di alessandra guigoni — 22 febbraio 2010 @ 06:54

  5. quella di Bigazzi è stata una provocazione bella e buona: non è affatto uno stupido e sapeva bene dove andava a parare, quindi hanno fatto bene a sospenderlo (ma tanto torna, tranquilli, fa share).
    Per il resto, post molto ricco e mi propongo di tornarci su con calma.

    Commento di donMo — 22 febbraio 2010 @ 09:29

  6. Il mio rapporto con la carne è meno travagliato del tuo, cara Alessandra, mi piace molto, come mi piace il pesce e penso che se dovessi smettere di cibarmene li eliminerei entrambi. Non ha senso (per me) provare pena per un animale e ignorare un altro perché ritenuto inferiore.
    Quanto agli animali da cortile in tempi in cui non si tenevano in casa io ho avuto anche 2 conigli (di razza non da compagnia) però ripeto, non ho problemi a mangiare nemmeno quelli.
    Da casa di mia nonna sentivo le urla dei maiali quando li venivano a prendere per portarli al macello.
    Insomma, ci penso. Non sono mai stata vegetariana e mi piacerebbe sapere bene come deve essere una dieta equilibrata senza carne.

    Bigazzi. Secondo me ci sono due fattori: 1. volevano fare solo ascolti. 2. il gatto è stato un pretesto a cui si sono attaccati per mandarlo via.

    Il post di Alessandro è ricchissimo di informazioni e spunti. Per quanto mi riguarda con il mio bagaglio culturale è difficilmente commentabile, mi limito a leggere e imparare (per ora). Sono sempre curiosa di notizie che non so.

    Commento di Daniela Delogu — 22 febbraio 2010 @ 10:05

  7. @Daniela Delogu, non siamo quelli di Chilavani, anche se la mia famiglia ha sempre allevato cavalli.

    Commento di Nicolò Migheli — 22 febbraio 2010 @ 11:08

  8. Una volta ho sentito per radio un ragazzo, che diceva di mangiare in famiglia carne di gatto ma mai di cane, perchè diceva che il cane è un animale troppo simile all’uomo. La questione del non mangiare ciò che è molto simile mi sembra interessante.

    Commento di Francesco D. — 22 febbraio 2010 @ 15:47

  9. @DonMo: vuoi dire che l’ha fatto apposta? Inizialmente ho pensato che volesse farsi sbattere fuori causa noia… io forse avrei fatto cosi, l’avrei sparata grossa, all’ora di pranzo, facendo venire un coccolone alle casalinghe disperate gattofile dello Stivale.
    Tutto puo’ essere, in Italia. ;)

    Commento di alessandra guigoni — 22 febbraio 2010 @ 16:16

  10. @Alessandra, ma certo che l’ha fatto apposta! Figurati se si fa sbattere fuori quando si sente investito dalla Sacra Missione di spiegare agli italiani come ci si nutre.
    E poi considera che da buon conoscitore delle leggi del marketing (sotto quell’aria dimessa si nasconde un top manager, anche se in pensione da diversi anni) ha capito perfettamente che a volte l’assenza fa discutere più della presenza. Infatti siamo qui a parlarne, cosa che non avremmo fatto se fosse ancora presente in trasmissione…

    Commento di donMo — 22 febbraio 2010 @ 22:14

  11. Molto interessante questo saggio! mi unisco a voi perchè vorrei dirvi che anch’io per diverso tempo mi sono rifiutata di mangiare carne. Era come se fossi satolla e avessi avuto voglia di depurarmi. E’solo da qualche anno che ho rincominciato a mangiarne, ma poca, pochissima e con molte remore. Gli animali sentono e hanno paura di essere uccisi, noi mangiando la loro carne ci nutriamo anche di questa loro paura.
    Personalmente non riesco ad andare a comprarne direttamente al banco della macelleria. Sono ipocrita probabilmente, perchè poca ma ne mangio…
    Mi permetto di consigliarvi un libro: ‘Il popolo degli Anima-li’ di Anne e Daniel Meurois-Givaudan.
    grazie, cristiana

    Commento di cristiana — 24 febbraio 2010 @ 19:06

  12. Vi ringrazio per i commenti e per aver letto tutto il pezzo (che non ha un taglio per il Web). Sicuramente sul piano emico la familiarità con l’animale in molte culture (non solo quella euro-americana) ne costituisce un elemento per classificare la specie come ‘tabu alimentare’, anche se ci sono eccezioni. A me interessa molto il discorso del ‘tabu alimentare esteso’ (a tutti gli anima-li) e delle sue implicazioni filosofico-religiose, sociali e politiche, ambientali ecc…

    Commento di Alex Arrigoni — 25 febbraio 2010 @ 15:51

  13. Caro Alessandro grazie a te, pensiamo ad un prossimo tuo contributo sul blog? mi interesserebbe scandagliare col tuo aiuto anche altri temi.

    Commento di alessandra — 26 febbraio 2010 @ 09:07

  14. Mi permetto di dissentire sul fatto che il pezzo non avesse un taglio per il web.
    Al contrario: è proprio il web che permette la diffusione di articoli che la carta stampata giudicherebbe impubblicabili. Collaboro con un settimanale e a volte con 2000 battute (cioè nulla) ci facciamo un’apertura perchè ci dicono sempre che la gente vuole articoli brevi. Per cui, W la Rete e gli articoli lunghi!

    Commento di donMo — 27 febbraio 2010 @ 22:23

  15. bello il pezzo, che come dice l’autore non ha un taglio per il blog, ma le cose interessanti arrivano sempre e anche ai non addetti come me. é vero l’esempio dell’antropologa che cita la schizofrenia della modernità per certi versi tempi violentissimi, ma in cui la carne si compra al supermercato a forma di fettine, per cui non pensiamo più all’animale.Anche io prima come bimba, poi come medico, ho ricevuto talvolta un regalo vivo, non sono mai riuscita a mangiarlo, e anche adesso ho molta difficoltà non solo a cucinare un animale se l’ho da visto da vivente, ma anche a sezionare per cucinare, un agnello o un porchetto semplicemente morto, ma intero, cioè a forma di animale. Io non credo sia semplicemente un problema di manualità, perchè se uno guida la macchina o usa il computer tranne a causa di qualche raro handicap fisico, potrebbe fare tutto. Ormai abbiamo perso la capacità di affrontare il discorso del procacciamento del cibo, ci nascondiamo dietro un’ipocrisia che anche solo i nostri nonni non avevano, troviamo scandaloso il contatto col sangue e altre azioni che prima facevano parte della vita quotidiana. Nella realtà medicalizzata, molte persone svengono per la vista del sangue, o alcuni uomini non riescono più a vivere la sessualità con la moglie se hanno assistito al parto, ma ogni giorno vediamo al televisore stragi, omicidi, con particolari talora truculenti, che però riusciamo a tenere lontano dal sè.
    giusi

    Commento di giusi gregorio — 28 febbraio 2010 @ 17:25

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