I fiori di Luigi ovvero la festa de Santu Anni a Quartu Sant’Elena
Da dove iniziare a raccontare? E’ difficile. Inizio da un piatto con dei fiori di zucchero, che Anna Maria mi mostra con un sorriso, chiamandoli “i fiori di Luigi”.

I fiori di Luigi, me li mostra emozionata Anna Maria Sarritzu
Sono i fiori che il suo maestro di pasticceria sarda Luigi Sitzia ha preparato anni prima e le ha donato, e che lei conserva gelosamente a casa. Quei fiori mi hanno colpito, lo confesso, perchè l’arte plastica effimera che significano si carica per me di tanti significati, e sfumature di senso.

Fiori fatti a mano
Fiori come quelli che servono per decorare il gattò de Santu Anni, San Giovanni Battista, un santo venerato in tutta Italia e in tutta l’Isola il 24 giugno con feste, processioni, falò, raccolta di erbe magiche e altri riti segreti, che a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dà luogo ad una festa singolare, magnifica e tutto sommato ancora poco conosciuta al grande pubblico, festa che dura piu’ di un mese e si conclude negli ultimi giorni di Luglio di ogni anno.
La festa è complessa, articolatissima e per certi versi ancora da decifrare forse. C’e’ una parte a cui il pubblico può partecipare, in primis l’esposizione pubblica dei gattò monumentali preparati per l’occasione, e una parte riservata agli officianti e alle loro famiglie.
Gatò o gattò dal francese gâteau, semplicemente dolce, aQuartu dolce per antonomasia insieme ai “dolci fini” come scandelaus o candelaus (prob. dal latino calendarium) e pastissus.
Raccontare la festa non è semplice. Ne sono venuta a conoscenza lo scorso anno per caso, quando una mia allieva, la dinamica Giorgia Usai, mi propose una tesina su questo tema, soprattutto sugli aspetti alimentari della festa, e grazie a lei iniziai ad interessarmene.
Per lavoro avevo conosciuto la brava maestra dolciaria Anna Maria Sarritzu che per caso poi ho saputo essere una delle maestre/i dei gattò monumentali, chiamati popolarmente anche castelli, vere e proprie architetture che solitamente ritraggono chiese o comunque edifici sacri, a base di mandorle tostate, zucchero e poco più.
Dolci preparati soprattutto in occasione di matrimoni privati, ma non solo. Anche per occasioni speciali, per feste comunitarie, come per la festa de Santu Anni o in occasione del Matrimonio selargino.
La festa di San Giovanni coincide, non a caso, con il solstizio d’estate e anticipa la nascita di Cristo di sei mesi esatti; è una festa sincretica che mescola elementi pagani ed elementi cristiani.

Particolare del gatò di A.M.S.
Tra le caratteristiche della festa annoveriamo la presenza di un’Obreria e di un Obriere a carica annuale che organizza la festa, la presenza di sette Traccheras, giovani donne non fidanzate, vestite con il costume da sposa tradizionale e adorne di gioielli in filigrana, che offrono in dono all’obriere e alla sua famiglia sette magnifici gatò bianchi di grandezza e altezza notevole, finemente cesellati e decorati; durante tutta la festa si canta, rigorosamente in sardo, trallallera, goccius, mottettus a seconda dei momenti. Cantano soprattutto le ragazze, pescando le rime da libretti con versi appositamente composti da poeti locali per l’occasione.
Gatò di A.M.S. in corso di paziente costruzione. Si noti la superficie del gattò non ancora glassata.
La festa comprende processioni, dell’obriere in carica e del nuovo eletto, che avra’ in carico l’onere e l’onore dell’organizzazione della festa l’anno successivo, una messa solenne nella chiesetta di San Andrea, alla presenza dei devoti e di tutta la cumpangia de is obreris e soprattutto il trasporto delle sette traccheras su di un carro che sembra una nave pronta a salpare, decoratissima con fiori di carta e l’acronimo WSG, ossia Viva San Giovanni, e i calessi a seguire, per tutto il centro storico del paese.

Tracca decorata per la processione delle 7 ragazze (traccheras)
Il libretto stampato che il Comune ha saggiamente predisposto per quest’anno, visto che la festa si fa via via più conosciuta (anche la TV di Murdoch SKY ha effettuato riprese lo scorso anno) comprende una lunga lista di obrieri, almeno dal 1895 ad oggi, più una serie di obrieri che si dice abbiano cominciato la tradizione nel XVII secolo.
E’ interessante cercare di capire la magia dei gattò, il making of per dirla con parole di moda, capire l’enorme mole di lavoro che c’e’ dietro ad una settimana di preparativi, capire come si spennella il gatò con la glassa (sa cappa) sino a farlo diventare bianco come un agnello, intuire la perizia che c’e’ dietro alla costruzione delle forme attraverso gli stampi di legno (su mollu) e l’assemblaggio delle parti per renderla una complessa costruzione fatta di piani, ringhiere, colonne, cupole, croci, guglie, ostensori, il tutto decorato da ghiaccia reale, fiori e uccellini.
Per un singolo gatò occorrono più di 500 fiori fatti a mano, e poi candidi uccellini, e decorazioni con pastiglie di zucchero e palline di zucchero, sa traggera (dal francese dragée, a sua volta dal greco tragemata). Per farlo occorrono mandorle tostate, zucchero, e l’aggiunta di spezie o limone per esaltarne il sapore, dipende dal gusto del maestro dolciario. Solitamente il gattò che si trova nelle pasticcerie o offerto nelle feste private e pubbliche è di forma romboidale, non spennellato di glassa, con una foglia di limone a mo’ di supporto.

Gatò di A.M.S. in esposizione. Si noti al centro del colonnato la statuina di San Giovanni.
Ho avuto la fortuna di trovare una persona come Anna Maria, che mi ha aperto la porta di casa con generosità, e mostrato le fasi del suo lavoro, un’altissima tecnica di pasticceria; per rispetto del suo lavoro mostro le sue creazioni finite custodendo per me le foto più delicate dell’assemblaggio del dolce.
Mi riprometto di continuare a lavorare sul gattò quartese, capolavoro di pasticceria simbolo di una tradizione che si rinnova continuamente, magari in modo poco percettibile ai profani tuttavia sostanzialmente per gli addetti ai lavori.
Foto ricordo di Anna Maria e Luigi Sitzia.
Basti pensare al fatto che dal secondo dopoguerra la mole del gatò è aumentata notevolmente, negli anni ‘50 la tracchera lo potevano portare in grembo, oggi occorre un’ape car per trasportarlo dalla casa della ragazza a quella dell’Obriere… o che non era glassato, dunque era marroncino d’aspetto, e pare si debba proprio a Luigi Sitzia l’idea e la realizzazione della glassatura del dolce e della sua successiva decorazione con la ghiaccia reale, tanti ghirigori che rendono il dolce come un merletto o ancora una fine ceramica di gusto retro’.

Il gatò non è che l’artefatto più evidente nella sua bellezza e vistosità di un sistema di committenza, produzione, circolazione e consumo di pane, pasta, dolci di altissimo livello e valore storico e culturale che ancora esiste in Sardegna e resiste, grazie anche alla caparbietà e intelligenza dei suoi artisti.

Il passaggio del testimone dell’arte del gatò monumentale rimane forse uno degli snodi cruciali; gli artisti del gatò sono persone che hanno imparato facendo nel corso di uno o più decenni, il loro sapere è empirico, implicito e la trasmissione di questi saperi agli artisti quartesi di domani mi pare carica di incertezza, di se e di ma, perchè, mi dicono, i giovani non hanno voglia di imparare osservando e facendo con umiltà e per lunghi anni di apprendistato, come invece è successo a chi ha superato da qualche anno o da qualche lustro gli anta.
Gatò di un’artista quartese, R.O., durante il trasporto alla casa dell’obriere. luglio 2010.
Tutte le foto sono state scattate da A.G. tra maggio e luglio 2010.




Dimenticavo di citare Grazia Deledda, ne La via del male così descrive la vigilia di un matrimonio e i gattò:
Era la vigilia delle nozze di Maria.
La facciata e le stanze della casetta erano state imbiancate e messe a nuovo. Nella cucina le masserizie splendevano, accuratamente pulite; le casseruole sembravano d’oro e i coperchi d’argento, così almeno affermava zia Luisa.
[...]
Nel focolare e sui fornelli le caffettiere grillavano, nelle stanze superiori della casa spandevasi un forte profumo di dolci e di liquori; sui tavolini, sui letti, sulle sedie, su tutti i mobili stavano grandi vassoi contenenti torte dai vivi colori e gattòs, specie di piccole costruzioni moresche di mandorle e miele.
Nel cortile e nelle stanze terrene era un continuo viavai di gente; ogni momento il portone s’apriva per lasciar entrare donne in costume, attillate, che recavano sul capo torte e gattòs e soprattutto corbe d’asfodelo ricolme di frumento, dal cui oro polveroso emergevano bottiglie di vino rosso e giallo turate con mazzolini di fiori.
Commento di alessandra — 28 luglio 2010 @ 13:38
interessante che san Giovanni Battista venga raffigurato bambino o poco più, quando della sua infanzia i vangeli non dicono praticamente nulla.
Una curiosità: ma poi i gattò vengono mangiati? (Lo chiedo perchè sono così belli…)
Commento di donMo — 28 luglio 2010 @ 14:52
Ciao DonMo! in realta’ mi dicono che le rappresentazioni di San Giovanni tradizionalmente sono tre: da bambino o ragazzino (San Giovannino), spesso associata a Gesu’ bambino e alla Madonna, da uomo durante la sua predicazione, e infine “decollato”…
Non e’ casuale per gli storici delle religioni che si festeggi la nascita di San Giovanni il 24 giugno, se ci si pensa bene l’onore di festeggiare il dies natalis e’ proprio di Gesu’, nato sei mesi dopo…
Il culto di San Giovanni e’ fortemente sincretico, in Sardegna come altrove in Italia.
Ricordo benissimo nella mia campagna ligure i grandi falo’ accesi la notte del 23 giugno ai margini del paese, e l’aria “magica” che si respirava quella notte.
La’, come in Sardegna, le donne si recavano a raccogliere erbe officinali affermando che quella notte esse erano particolarmente efficaci e potenti.
A Quartu San Giovanni e’ considerato protettore dei pastori e si dice che la festa sia nata per iniziativa di un gruppo di pastori devoti, molti lustri fa.
La ricerca e’ ancora in progress dunque posso dirti cio’ che mi hanno raccontato, per ora ho cercato di osservare il processo di costruzione materiale e sociale del gattò, che sembra uno dei protagonisti della festa, o forse lo e’ diventato nel corso degli anni…
Buone Vacanze a te e a tutti i Lettori!
Commento di alessandra — 30 luglio 2010 @ 15:48
P.S. Interessante questo articolo riferito al folklore piemontese, con bibliografia stuzzicante: http://www.piemondo.it/storia-mistero-archeologia/200-festa-di-san-giovanni-torino.html
o anche questo saggio: Il mago, il santo, la morte, la festa: forme religiose nella cultura popolare a cura di Annamaria Rivera, un capitolo e’ dedicato alla festa di San Giovanni, dove tra i riti dedicati al Santo vi sono anche “cerimonie in cui si allacciano nozze simboliche che sono legami di comparatico” sul filone di quanto accade appunto a Quartu, sul solco di quanto sostenuto da Vittorio Lanternari a proposito della Festa di San Giovanni come cristianizzazione di un culto antico, pagano, che vede il culto di Giovanni come festa del solstizio d’estate e di Gesù come festa del solstizio invernale, in entrambe e’ festeggiato il dies natalis della divinita’, in entrambe la notte e’ al centro delle ritualita’ connesse…
Commento di alessandra — 30 luglio 2010 @ 16:06
Cara Alessandra
se dovessi riassumere questo bellissimo post userei il termine: trasporto. Si, trasporto come invito ad andare lontano quasi fosse l’inizio di una fiaba ‘da mille e una notte’… Se invece vuole essere termine pragmatico trabocca di bellezza e non a caso di dolcezza;)
per la raffigurazione di San Giovanni viste le mie origini quartesi… mi permetto di aggiungere che… dalle mie parti l’appellativo ‘San Giovanni-ino=santu giuanneddu’ era spesso usato per definire esteticamente ‘belli’ bambini molto piccoli che presentavano pelle chiara, capelli biondi e riccioluti. ‘Pariri Santu Giuanneddu’= sembra San Giovanni era espressione spesso usata per ribadire quanto fosse ‘bello’ un bimbo che presumibilmente aveva le caratteristiche fisiche di San Giovanni-ino… naturalmente la somiglianza tra santo e bambini era frutto dell’immaginario collettivo… perché di fotografie di San Giovanni non ne abbiamo… anche se l’iconografia sacra lo ritrae spesso giovane, biondo e chiaro di carnagione… e vista la ricorrenza… non lontano pare l’antico rimando al mito di Adone…
un abbraccio!
Commento di cristiana — 30 luglio 2010 @ 17:20
che dire.. un omaggio a queste incredibili opere d’arte dolciara e agli artisti! è fuor di dubbio che la festa di San Giovanni goda di una risonanza così profonda in tutta l’Isola e in tutta Italia, perchè coincide con un importante momento di passaggio nel calendario agricolo quale il solstizio d’estate. Da notare come il solstizio d’estate sia sovrapposto alla festa della natività del santo, mentre quello d’inverno (che inizia il 21 dicembre) è prossimo alla festa di San Giovanni apostolo ed evangelista (27 dicembre). Probabilmente ciò testimonia appunto un’antica sovrapposizione di culti più antichi, come dicevi tu Alessandra. Mi associo alla curiosità di DonMo: ma i gattò che fine fanno? Un salutone
Valentina
Commento di Valentina — 20 agosto 2010 @ 13:14
Cara Valentina grazie per il tuo commento innanzitutto… la spartizione dei 7 gato’ e’ un aspetto molto importante della festa, avviene secondo regole ed un cerimoniale ben preciso e si configura come un Dono in senso antropologico che sancisce e rinvigorisce amicizie, legami, nessi.
I 7 gato’ vengono suddivisi e spartiti nell’arco di diversi giorni e donati all’obriere, alla sua cerchia di parenti ed amici ed ad una serie di persone e gruppi individuati dal comitato organizzatore della festa.
Niente e nessuno e’ lasciato al caso, dato che anche quest’aspetto della Festa ha valenze sociali-culturali-simboliche e religiose.
Un caro saluto e alla prossima,
ale
Commento di alessandra — 20 agosto 2010 @ 15:07
Post scriptum
Ho assaggiato il gato’ e posso dire che e’ squisito, non e’ solo bello da vedere ma anche buonissimo da mangiare, oltre che da pensare; i maestri pasticceri sanno che verra’ gustato da molte persone nei giorni successivi alla festa e che il loro lavoro verra’ valutato anche in base al gusto del gato’e al giudizio che esprimeranno le persone al riguardo, dunque lo preparano in modo che ci sia un giusto equilibrio tra gli ingredienti e abbia un sapore dolce ma non stucchevole, delicato ma gustoso.
Quasi inutile aggiungere che anche i committenti dei dolci, ossia le famiglie delle 7 ragazze/traccheras, hanno ogni interesse che il dolce siasì bello da vedere ma anche buono da mangiare: dunque gli ingredienti sono di ottima qualita’ e non si bada a spese.
Commento di alessandra — 20 agosto 2010 @ 15:13
Mi ricorda i riti di comparatico, in cui le due persone interessate saltavano sul fuoco di San Giovanni per stringere un legame forte come quello di sangue… tradizione che man mano si sta perdendo…tornando al gatò, peccato non averlo ancora assaggiato allora, ho l’acquolina
bello da vedere, buono da mangiare e anche buono da pensare? 
A presto!
V
Commento di Valentina — 20 agosto 2010 @ 16:14