Scrivere Terra Madre
di Alessandra Guigoni
Per raccontare Terra Madre (l’incontro delle comunità del cibo a Torino, ogni due anni, in concomitanza del Salone del Gusto) ci vorrebbero troppe parole, anche se ho bene a mente le persone incontrate e i discorsi ascoltati, fatti, condivisi. Ho conosciuto persone che difficilmente dimentichero’, anzi non ci penso neppure, spero di risentirle presto, in qualche modo.
Così invece di descrivere io Terra Madre ho fotografato parte di un particolare cartellone che campeggiava dove si è svolto l’evento; il cartellone invitava tutti i partecipanti a scrivere il nome di un prodotto della propria terra nella propria lingua madre. Non è bastato un solo grande cartellone fronte e retro, ce ne sono voluti due, con fogli aggiunti per allargare la superficie scrivibile.
Ho scritto anch’io la prima cosa che mi e’ venuta in mente, forse perche’ il giorno prima avevo assaggiato con un’amica la famosa marmellata di rose di Romanengo. Quella marmellata e’ stata una madeleine cocciuta, che non mi ha piu’ lasciato: il giorno dopo ancora ricordavo quel sapore, così simile a quello dello sciroppo, e quando ho visto il cartellone sapevo che cosa avrei scritto.
Sono stata indisciplinata nella scrittura, nel senso che invece che inserire accanto al nome il luogo di origine del prodotto ho preferito chiosare una piccola epigrafe “in memoria dei miei nonni”. Con il punto esclamativo, perche’ per me quello era un outing da sottolineare, almeno a me stessa. Da osservatore partecipante ero diventata partecipante, e con piacere.
Tra parentesi: erano le mie nonne a preparare lo sciroppo ogni estate quando eravamo in villeggiatura in Valle Scrivia, le aiutavo a raccogliere le rose per lo sciroppo e le osservavo in cucina mentre lo preparavano. Lo sciroppo, ho saputo venticinque anni dopo, e per caso, era quasi scomparso nei saperi e nelle pratiche culinarie delle donne della Valle Scrivia (in provincia di Genova), sin quando e’ diventato un presidio Slow Food e si e’ ricominciato a considerarlo un prodotto di “valore”.
Spesso infatti certi prodotti non sono scomparsi, sono semplicemente destituiti del proprio valore da parte delle comunità che li coltivano/allevano/preparano/cucinano.
Il valore è dato dalla combinazione dei fattori: economico, culturale, sociale, e soprattutto politico. Se gli oggetti perdono di valore, se non sono più identitari, collettivi, condivisi, partecipati e’ come se non esistessero più, anche se sono presenti; e’ come un gioco di magia di un illusionista: se guardi dritto dove vuole lui non vedi l’oggetto che ha nascosto e che ti racconta che e’ magicamente scomparso, ma ma guardandolo da un’altra angolazione ecco che l’oggetto è lì. E’ ancora lì.






