Tacculas ovvero una pietanza antica di Sardegna

Grive o tordi al mirto

Tàcculas

Dei pillonis de taculas o tacculas trattano numerose fonti scritte; la specialità era nota almeno sin dall’Ottocento, e il modo di presentarli molto caratteristico, otto uccellini uniti in mazzetti di otto da un rametto di mirto e chiusi a corona. L’uccello prediletto per la preparazione era la griva o tordo. Ancora oggi c’è una certa attività di bracconaggio dietro questo piatto che, fuori dalla stagione venatoria, si prepara con uccelli di importazione o con le quaglie d’allevamento. Ormai questa preparazione cagliaritana si trova in poche macellerie, cultrici delle tradizioni.

Anche a Triei (Nu) e dintorni sono un prodotto tipico e si preparano in modo similare.

taccula_grive_cacciagione

Francesco Cetti ne parla come di una specialità nella Storia naturale di Sardegna (1774-1778) quando racconta le ragioni della bontà della carne, dovute alla dieta a base di bacche autunnali e invernali, di cui sono ghiotti; una dieta fatta di bacche di lentisco, di frutti spontanei come il corbezzolo, di olive, e di mirto, annota che: «Pula e Teulada provvedono Cagliari, la Nurra Sassari»; infine afferma che il prezzo è più del doppio di quello della pernice.

Il termine è ripreso nell’Ottocento da Vincenzo Porru nel suo Nou Dizionariu  alla voce taccula: «Mazzu de pillonis chi depinti essiri turdus o meurras, né mancu di ottu in su mazzu» (1832: 566); agli inizi del Novecento in Avicula, giornale ornitologico italiano riporta la metodica di preparazione: «[is tacculas subiscono] poco più di una mezza cottura, vengono tolti e quindi ogni mazzo viene avvolto in scelte foglie di mirto e posti in appositi sacchetti di bianco lino, saldamente stretti e legati. In tal modo vengono venduti ai mercati, e ripeto a non indifferente prezzo […] Per le solennità Natalizie e Capo d’Anno, come durante il Carnevale, tale boccone è prelibato dai Sardi e mi accorgo esservi anche dei Continentali che ne sono addirittura ghiotti […]» (1909: 53).

Nella poesia “Serenada” del poeta Peppino Mereu (Tonara 1872-1901), tra l’elenco dei cibi che vengono paragonati alla donna amata ci sono anche is tacculas, oltre alle lumache, alla trattalia e ad altri cibi tipici. Riportiamo la poesia per intero perché è un manifesto della cucina sarda del tempo.

 

Serenada

Aizu aizu arrustida

tue ses modde bistecca,

tue ses pro me busecca,

sa pius bene cundida,

ses taccula saborida,

mustarda grassa e purpuda,

ses una gioga minuda,

un’iscarzoffa, un’olìa,

una vera trattalia

pro fagher buffare mustu.

Pius virtuosa ’e custu

no ti poto disizare.

Procura ’e t’ingrassare,

dormi tranchill’e cuntenta,

faghe sognos de pulenta,

de basolu e de patata.

Bella, custa serenata

l’at fatta s’amante tou,

amante caffè-cun-ou.

Pensa de ti riposare.

 

Serenata

Lentamente arrostita

sei bistecca che squaglia,

tu per me sei frattaglia,

sei la meglio condita,

sei taccula saporita,

mostarda grassa e polposa,

una lumaca gustosa,

un carciofo, un’oliva,

una trattalia giuliva

per far bere del mosto.

Cosa meglio di questo

si può desiderare?

Provvedi ad ingrassare,

dormi tranquilla e contenta,

fai sogni di polenta,

di fagioli e patata.

Bella, ’sta serenata

l’ha composta il tuo amante;

zabaglione fumante.

Pensa solo a riposare.

 

 

Questa pietanza si consuma fredda. La ricetta non è contenuta nelle fonti suddette ma è stato desunta da fonti orali.

La ricetta la troverete nel mio libro CIBO IDENTITARIO DELLA SARDEGNA, Nuoro, Isre, 2019, in vendita nel portale Saribs.it

http://www.saribs.it/scheda.asp?id=SBS-978-88-96094-26-6&ver=it%C2%A4cy=eur

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