Ortoforte: il mio speech su agrobiodiversità, cucina, comunicazione e turismo enogastronomico

Il valore identitario delle agro-biodiversità del territorio

Quando parliamo di «valore» e «valorizzazione» significa dare un surplus di qualcosa ad un prodotto, un territorio, una comunità.

Questo plus è complesso: è capitale sociale, culturale, ha carattere economico e anche politico.

Il prodotto identitario ha tutti questi valori incorporati: non è solo attraente economicamente ma anche socio-culturalmente e identifica un gruppo sociale, che si riconosce in esso. È come una bandiera, immediatamente riconoscibile e condivisa nei valori.

Dobbiamo anche intenderci su agro-biodiversità, si tratta di cultivar vegetali coltivate, che quindi hanno già alle spalle degli usi in medicina popolare o etnoiatria e più frequentemente nell’alimentazione umana e in secundis animale.

Quindi occorre vedere questo valore identitario in una prospettiva sistemica e di comunità del cibo.

La prospettiva sistemica ci insegna che non si conserva ciò che è completamente inutile e si tramanda ciò che è utile, sia pure solo in termini affettivi, di ricordo familiare e comunitario, di importanza simbolica, di residuo della tradizione.

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Facussa tabarchina. Agrobiodiversità della Famiglia del melone, ha il sapore del cetriolo ma è molto più buono.

Utilizzato in insalata e nella capunnadda tabarchina, insalata di verdure con tonno fresco e gallette del marinaio.

Come in una cantina quando facciamo pulizia, non riusciamo a liberarci di certi oggetti, perché’ potrebbero servire… così alcuni semi, alcune piante…

Capita anche che un certo prodotto sia invece fondamentale per valorizzare un piatto, e che la comunità locale lo conservi gelosamente. È il caso ad esempio della cipolla di San Giovanni Suergiu. Considerata impareggiabile come cipolla fresca consumata in loco, nel loro pane con la cipolla, ma anche smerciata in tutto il circondario sino a Carloforte, Calasetta e Portoscuso, accompagnata al tonno fresco.

Non è detto che una agrobiodiversità abbia valore identitario. Quando ciò non accade, o smette di esserlo, viene lentamente o velocemente dimenticata, inutilizzata, e quindi scompare. Tutto ciò è tanto più vero nelle specie erbacee, che non vengono seminate annualmente o nel giro di pochi anni… più fortunate le specie arboree, che in alcuni casi resistono 30 anni in solitudine prima di essere riscoperte… come la pera mamoi barbaricina.

La ricetta perché una agrobiodiversità si conservi è molto più semplice di quel che pensiamo. Deve avere valore identitario, le persone devono amarla, rispettarla, volerla trasmettere alle nuove generazioni, esserne orgogliosi e farla conoscere agli ospiti.

Se ci si vergogna del proprio passato, dell’eredità che ci hanno lasciato, il prodotto smette di essere conosciuto. È il caso dei fichidindia, quasi sempre obliati perché…

Perché considerati cibi da poveri, usati in emergenza alimentare… nonostante tanti tentativi rimangono un oggetto residuale di una tradizione… almeno da noi.

La fortuna o la sfortuna di un alimento, di una agrobiodiversità, dipende da tanti fattori, anche dal caso a volte. Contro il caso è inutile combattere. Ma il più delle volte una buona gestione/pianificazione/politiche aiutano il prodotto agrobiodiverso a mantenersi in vita.

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Cerexia barracocca di Villacidro, agrobiodiversità pregiata dal sapore unico.

Oggi siamo qui perché questo processo virtuoso tra istituzioni regionali, enti e amministrazioni locali, commissioni, aziende, pubbliche e private, c’è ed è ben visibile.

La facussa ad esempio non sarebbe arrivata sin qui senza tutto il lavoro, specie sottotraccia, di chi ha ufficializzato la sua esistenza, e tutta la storia e cultura gastronomica di cui è portatrice.

Un prodotto, dicevamo, per essere identitario deve avere Storia, Origine, Termine specifici e unici che lo contraddistinguono e identificano, un Territorio che lo ospita e lo conserva, una Comunità che lo coltiva (o alleva).

La sua unicità, i suoi caratteri distintivi, la sua peculiare storia culturale lo rendono attraente sia a livello locale, immediatamente riconoscibile com’è, sia a livello globale, da parte del turismo enogastronomico.

Il turismo enogastronomico è fondamentale in un territorio per molti versi. 1. Non conosce stagionalità. Il turista enogastronomico viaggia tutto l’anno, non ha paura della pioggia, del vento, del maltempo. Lo scopo principale è assaggiare prodotti, la destinazione è in primis enogastronomica quindi 2. questo ospite non ha bisogno di mare, montagne, paesaggi mozzafiato (se ci sono certo è meglio). Va nell’interno, nei borghi, persino nelle periferie se un prodotto vale la spesa e il viaggio.

  1. Il turista enogastronomico vuole conoscere le persone, vivere come loro, mangiare con/come loro, imparare a fare… non è intruppato, non cerca località mainstream, o almeno non solo quelle, apprezza le micro-destinazioni, apprezza la cultura locale e le comunità perché ha la consapevolezza che sono quelle persone ad allevare, coltivare le materie prime che tanto ama mangiare. 4. Questo ospite predilige piccole strutture, fa esperienze culinarie e culturali, è aperto e disposto a spendere per corsi di cucina, degustazioni ecc.

Bisogna che il mondo della produzione, dei contadini, dei pastori, dei pescatori, parli di più e meglio con chi si occupa di ospitalità, ricettività alberghiera e ristorazione. Guide turistiche e ambientali, albergatori, chef possono essere preziosi per la conservazione e valorizzazione delle agrobiodiversità nei campi e negli ovili…

Poi c’è tutto il mondo della comunicazione, giornalisti, food & wine blogger, fotografi e videomaker, social-addicted…

Chi fa comunicazione a livello professionale può facilitare molto la circolazione delle idee, dei valori, della storia e cultura di una produzione identitaria.

Ruolo fondamentale i microinfluencer (e gli influencer) che adottano una agrobiodiversità instagrammabile ad esempio, rendendola «famosa».

Per promuovere questa comunicazione virtuosa niente può essere più lasciato al caso.

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Mais bianco di Fluminimaggiore. Oggetto d’affezione, ha retto all’usura del tempo anche perche’ si coltivava in consociazione con il fagiolo bianco, molto ricercato, dato che gli fungeva da tutore. In tempo di fame si consumava come polenta, o ridotto a farina se ne ricavava una sorta di pane. Oggi fortunatamente è stato rivalutato.

Ufficio stampa, fotografo e videomaker ufficiali, social media marketing, attività di copywriting, con collaboratori, figure essenziali per fare presto e bene… e poi  blog e press tour, eventi… attività di supporto del prodotto identitario agrobiodiverso essenziali se si vuole che la comunicazione abbia un peso, una rilevanza, e una traccia a lungo termine. Oggi abbiamo una info-demia anche in questo settore (circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi)

In conclusione. Quando finalmente il valore identitario di una agrobiodiversità animale o vegetale viene conosciuto e riconosciuto ufficialmente noi tutti sappiamo bene che anche se il cammino è stato lungo, complicato, irto di ostacoli e avversità è SOLO L’INIZIO. Perché l’identità è in continua evoluzione e cambiamento e le produzioni dipendono da mille fattori in continua evoluzione. Qualcosa resta, molte cose scompaiono, altre si trasformano.

Per far sì che il nostro prodotto poggi i piedi sul granito e non sulla sabbia occorre mette in atto una serie di strategie per cementare la coesione dei vari portatori di interesse attorno a quel prodotto, farli cooperare, creare progetti nuovi, non sedersi sugli allori, continuare a lavorare per il bene comune e con orizzonti temporali ampi. Altrimenti sono successi momentanei, che non portano bene-essere alle comunità a medio e lungo termine. Questo evento di oggi va decisamente in questa giusta direzione e applaudo gli organizzatori.

 

Grazie!