Genova lontano dagli occhi, dentro l’anima: la poesia di Laura Ficco

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 7th, 2010

di Alessandra Guigoni

Premessa molto personale: Laura ed io ci siamo conosciute per caso una sera di dicembre, invitate ad una kermesse di scrittrici e poetesse operanti nella provincia di Cagliari. Saggista io, poetessa e pittrice lei.

La rete e la solidarietà femminile esistono eccome, mi sono detta osservando i visi, e ascoltando le parole delle partecipanti. Donne che scrivono è stata una manifestazione interessante e ben organizzata dall’Assessorato alle politiche sociali e dal Centro di documentazione e studi delle donne.

Settimane dopo vengo a sapere che è genovese, come me, e allora per curiosità istintiva la contatto. Viviamo vicine, a pochi chilometri di distanza e, come scoprirò davanti al classico caffè, abbiamo molte cose in comune, cose che lei riesce a far diventare arte con i suoi versi, e questo mi piace molto, è come se desse voce anche ai miei desiderata e alle mie memorie, dolorose e liete.

La mia genovesità dopo tutto esiste se il nostro incontro è così caloroso e subito pieno di confidenze. La città è  diventata nei nostri discorsi una specie di amica di cui si sono perse le tracce, anche se non completamente, e di cui si hanno ricordi comuni, fatti di nomi di strade, di profumi, di edifici e naturalmente di cibi: uno su tutti la focaccia.

focaccia

Mi rendo conto di non aver neppure una foto della mia focaccia da inserire in questo post,  quando mai ciò che mastichi ogni giorno lo fotografi? Roba da turisti. Ma ora quando torno a Genova sono turista anch’io… mi sorprendo a fotografare cose che prima mi sembravano banali perche’ familiari, intime, ed ora le trovo curiose, estranee, significative. Lo sguardo da lontano è doloroso a volte eppure è bello, formativo e intrigante.

mendel

La mia identità è ibrida, si nutre di diversi luoghi, anche virtuali.  Sono sparpagliata, e mi piace. A volte persino tornare in un forum in Rete mi dà il batticuore pensando alle amicizie che ho là, alle discussioni, alle emozioni. Non è un porto sepolto, ma un fiume sotterraneo, che ogni tanto fa capolino. Me ne sorprendo ma non dovrei, in fondo studio l’identità da tanti anni, ma guardarsi allo specchio è diverso, e complica piacevolmente le cose.

Mi viene in mente una bella lettura  sulla sardità a cura di Bruno Tognolini in Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio (curato da Giulio Angioni), in cui ibrido era l’aggettivo che gli si addiceva, e credo che mi si addica e forse si addice all’amica Laura Ficco. Ma questo lo sa solo lei, azzardo un’ipotesi.

L’ibridità mi fa balenare alla mente Gregor Mendel e i suoi famosi esperimenti botanici, e le lezioni di biologia e di genetica, anche se l’identità non è matematica nè genetica, ma è un affare di testa e di cuore, sempre. Un’identità non è solo una summa di luoghi, di persone conosciute e di esperienze vissute, che si combinano seguendo delle regole, ma è ciò che scegliamo di divenire, ogni giorno in quei luoghi o altrove, con quelle persone o in loro assenza, con quel bagaglio di esperienze.

La poesia che Laura Ficco dedica a Genova mi incanta, è tratta dal volume Se parla l’anima e la riporto per intero:

Gente di mare.

Gente di antico mare,

di profumate colline,

delle terrazze gradate,

incoronano la mia GENOVA.

Aleggiano in me

sfumati piacevoli ricordi di tenera infanzia,

indelebili a nuovi orizzonti.

Percorro le grigie vie della città vecchia,

una preghiera per ogni chiesa.

Robusta mano stringe l’esile mia,

ballano gli occhi vispi di curiosità.

Luci, addobbi, bellezze e tradizioni,

ipnotizzano candida pupa,

invaghita dai balocchi dell’infanzia.

Sapori e profumi lontani,

ancorati in aromi che incontro.

Burbero e simpatico gergo,

occupa gelosamente in mio cuore,

ricordo di affetti cari oramai scomparsi.

Salgo sulla nave siedo in poppa,

lo sguardo lesto abbraccia la città,

il cuore piange di malinconia.

La lanterna mi saluta

attende il mio ritorno.

Per info sull’autrice: http://lauraficco.info/

La foto della focaccia è gentilmente offerta dal blog di Martina0315,
la ricetta si trova ivi:
http://martina0315.blog.deejay.it/2008/05/23/cucina-genovese-lesson-n3-fugassa/


 Parlando di Capodanno a “Fuori di festa”, Radiodue

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ gen 3rd, 2010

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di Alessandra Guigoni

0. L’uomo da sempre misura il tempo. Misurarlo significa dominarlo, controllarlo, gestirlo.  Esistono numerosi tipi di calendario, nati in ambiente religioso: da quello cristiano, giuliano o gregoriano a quello musulmano, da quello ebraico a quello rivoluzionario francese, che si proponeva di fare tabula rasa di tutto il passato, a quello cinese a quello maya[1], a quello incaico e molti altri ancora. Uno dei primi orologi (ad acqua) risale al XV secolo a.C. a Tebe.

Capodanno ha date diverse a seconda della civiltà, anche se ormai il primo gennaio è oggetto di festeggiamenti un po’ in tutto il mondo, complice la globalizzazione. Tuttavia anche in Italia sino al Settecento inoltrato Capodanno, che era legato ai ritmi di lavoro locali, all’ecologia delle economie agropastorali[2] aveva date diverse:

A Firenze sino al 1749 capodanno era il 25 marzo, giorno dell’annunciazione. A Milano sino al 1797 capodanno era il 25 dicembre. A Venezia era il primo marzo.

1. Capodanno è una festa che è stata notevolmente laicizzata ma che in origine aveva significati escatologici profondi, legati al temuto ritorno dei morti sulla terra e/o alla fine del mondo e anche se avevi nomi diversi era celebrata in tutto Europa. Il solstizio d’inverno ha sempre coagulato attorno a sé numerose feste, dai Saturnali romani, alle Anthesterie greche in onore di Dioniso, sino al Natale e all’Epifania Cristiana… Il sole basso, le giornate corte e fredde, la natura sfiorita sono sempre state temute…

Tuttavia come vedremo alcuni rituali sono rimasti, anche se ridotti ad eventi mondani, il cui senso originario si è perso.

2. Il capodanno azteco precolombiano è un ottimo esempio e la dice lunga sui rituali connessi ai festeggiamenti di fine anno… In pratica si festeggiava ogni 52 anni ed era di importanza capitale[3]. Prevedeva che si spegnessero tutti i focolai delle case, si gettassero le pietre per fare fuoco, utensili o statuette divinità della casa, e si facesse una solenne processione verso un tempio dove a mezzanotte veniva acceso ritualmente il nuovo fuoco, che poi veniva ridistribuito a tutti tramite veloci corridori. Era un momento liminare, pericoloso, potenzialmente il mondo poteva terminare.

L’oscurità è connessa al male, si può dire in tutte le religioni e culture.

Si sacrificavano prigionieri in modo cruento, le donne incinte venivano rinchiuse nei depositi di mais, perché avrebbero potuto partorire mostri in questa assenza di luce, gli uomini indossavano maschere e brandivano armi pronti a combattere i mostri dell’oscurità.

3. Prendiamo il Capodanno cinese[4] ai giorni nostri. È separato dalla cultura azteca da centinaia d’anni e migliaia di kilometri ma conserva  alcune caratteristiche del resto comuni ad altre feste di fine anno: in primis il culto della luce, che si manifesta attraverso l’esibizione eccessiva dei fuochi d’artificio, la vittoria della luce sulle tenebre, della vita sulla morte, dei vivi sui morti.

4. Il secondo motivo, altrettanto universale direi, è il festeggiare in modo folle,  eccessivo. Del resto la festa costituisce sempre il rovesciamento della norma, della quotidianità ma le feste di fine anno sono imparentate col carnevale… danze sfrenate, musica sino a notte fonda, in piazza e nelle case, abiti da sera cosi esagerati da sembrare veri e proprie maschere, spesso completate da lingue di menelicche, cappellini, coriandoli, stelle filanti, e naturalmente la veglia, che rovescia il normale rapporto con la notte, momento di riposo, che invece si trasforma in festa.

Oltre a ciò spesso il capodanno nelle varie culture è caratterizzo dallo spreco alimentare, grandi banchetti[5] di cibi status symbol vengono approntati sulle tavole di mezzo mondo. In Occidente primeggiano l’esibizione ed il consumo rituale di prodotti enogastronomici ricchi, costosi, rari, completa la festa: champagne, ostriche, caviale, tartufo. E le immancabili lenticchie, simbolo di denaro. Ma anche prodotti appartenenti ai legumi, simbolo di prosperità e fecondità. E il maiale, oggi sotto forma in Italia di cotechino o zampone.

5. E’ il rumore un’altra caratteristica saliente dei festeggiamenti: il rumore dei fuochi d’artificio, dei cosiddetti “botti” che, per molte culture tradizionali come per la nostra civiltà postmoderna, scaccia gli spiriti maligni, il ritorno dei morti, sempre temuto, la cattiva sorte e anche i tristi pensieri.

6. Una volta capodanno era l’occasione per divinazioni augurali per l’anno nuovo.  Nella tradizione contadina si traevano gli auspici per il nuovo anno. Nelle valli altoatesine le vecchie contadine leggevano i fondi di caffè e gli uomini versavano piombo nell’acqua leggendo ed interpretando le figure composte.

Ora si attende l’oroscopo dell’anno in Tv o si comprano riviste con oroscopo allegato.

7. Anche in Italia c’erano e ci sono tutta una serie di superstizioni che oggi sono svuotate del senso originario, ossia del timore della fine del mondo, che andava esorcizzato: si gettavano dalla finestre gli oggetti rotti o inservibili ad esempio, ed ancora oggi ci si ripete il detto popolare “chi fa una cosa a Capodanno la fa tutto l’anno” per cui si presta particolare attenzione a tutti i gesti ed i comportamenti di quel giorno, quasi fossero magici.

E ci si veste seguendo lo schema che vuole che si indossi qualcosa di rosso, qualcosa di vecchio qualcosa di nuovo… Precauzioni che sono evocative del senso passato del capodanno, momento sacro, liminare, dunque potenzialmente pericoloso….

8. Capodanno lo ripetiamo era un rito di rifondazione dell’ordine cosmico, dopo il caos che veniva esorcizzato e superato proprio grazie alla messa in scena della festa.

Cosi si celebrava ritualmente il momento liminare del passaggio dal vecchio al nuovo anno, la fine e il principio, l’omega e l’alfa di ogni cosa.

Ed ecco perché ancora adesso è socialmente e moralmente disdicevole non festeggiare ed andare a dormire prima di mezzanotte non è un tabù ma poco ci manca: perché un rituale salvifico e purificatore funzioni tutti devono partecipare.

Bibliografia consultata

A. Aimi, Maya e Aztechi. Electa, Milano, 2008.

V. Lanternari, La grande festa. Storia del capodanno nelle società primitive. Dedalo, Bari, 1976.

J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli. BUR, Milano, 1997.

U. Fabietti, F. Remotti, Dizionario di Antropologia. Zanichelli, Bologna, 1996.

L. M. Lombardi Satriani, L’utopia di Dioniso. Meltemi, Roma, 1997.


[1] In questo periodo si parla nuovamente di apocalisse abbinandolo al calendario maya. Gli antichi maya infatti avevano affermato che il loro ciclo, la potremmo chiamare età degli uomini, o genesi, era iniziato nel 3114 a.C. e sarebbe terminata il 21 dicembre 2012.  In realtà con quella data designavano la fine di un ciclo e non del mondo, e si erano spinti a calcolare astronomicamente oltre quella data, segno che si aspettavano che la vita sulla terra andasse avanti…

[2] Nelle società agropastorali tradizionali invece la nozione di capodanno rimandava ad una fase di transizione tra l’anno ecologico passato e quello che iniziava a cominciare, tra un ciclo lavorativo e l’altro. Di fatti ad esempio in Sardegna capodanno era settembre, il mese era chiamato cabudanni (caput anni) perché a settembre si ricominciava a preparare i campi per le nuove semine, si facevano i contratti con i mezzadri ed i servi pastori e via dicendo. Pare che sia dovuto ai Bizantini, in altre regioni meridionali italiane capodanno era il primo settembre. Rosh haShana ossia il capodanno degli Ebrei  è festeggiato trai primi giorni di  settembre e di  ottobre.

[3] la loro concezione del tempo prevedeva che ogni 52 anni iniziasse un nuovo ciclo;  nel loro calendario in pratica lo stesso giorno si ripeteva ogni 52 anni… Il capodanno dei 52 anni era di importanza capitale.

[4] Si festeggia tra gennaio e febbraio.

[5] Nelle isole Trobriand Malinoswki racconta di come capodanno significasse esibire il raccolto dell’igname, ci fossero orge alimentari e sessuali, la consacrazione dei tamburi rituali e il potenziale ritorno dei morti esorcizzato tramite la loro espulsione rituale.

Fonte dell’immagine: http://www.educared.org.ar/infanciaenred/pescandoideas/archivos/2008/11/2_de_noviembre.asp


 Odi et Amo di Twitter

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 28th, 2009
odi et amo

Cinque cose che detesto di Twitter.

1. Chi protegge i propri tweets… da cosa, da chi?

2. Chi non ti segue neppure se gli interessi perche’ vuole avere piu’ followers che following nel suo profilo.

3. Chi usa escamotage per superare i 140 caratteri imposti per scrivere di piu’, di piu’, di piu’… infilando immagini, video, musiche e quanto altro… ogni gioco ha le sue regole e secondo me vanno rispettate… allora perche’ non usare la tradizionale mail, il profilaccico su facebook o il proprio blog/sito per comporre le proprie  iliadi?

4. Chi ti chiede – quando provi a seguirlo- tramite un servizio cinese la validazione, tu impieghi 5 minuti a compilare il form e quando dai invio ti da’ messaggio di errore. Mi rivolgo a te oh amico che non sarai mai tale: fai prima a dire a chiare lettere che non vuoi che ti seguano, ecco, o che bisogna essere iniziati ad una religione misterica per poterti seguire, così non perdiamo tempo.

5. Chi non ti risponde mai, mai mai, non solo i vip che magari hanno migliaia di followers da tenere a bada (e comunque a scrivere grazie o a fare un emoticon ci si impiegano pochi secondi, no?)  ma anche chi di followers ne ha 20.

(# 5 dedicato a Nostromo Maurizio Drake con cui ne ho discusso da poco)

Cinque cose che amo di Twitter

1. I 140 caratteri. Li imporrei anche ai nostri parlamentari, e ai nostri magnifici conduttori di TG. Meno chiacchiere piu’ informazioni ai cittadini.

2. I termini following/followers… in un mondo in cui spesso, troppo spesso si fa il cammino della vita da soli o sentendosi soli preferisco avere chi mi segue e chi seguire che tanti cosiddetti amici (vedasi friendfeed o facebook, che utilizzano la stessa metafora)… meglio un compagno di viaggio che un amicone che poi magari non e’.

(Si veda anche l’interessante articolo della Rodotà sul Corriere del 27 dicembre a proposito dell’amicizia su facebook).

3. Tutti i gadgets di Twitter per inserire musica, video, immagini, piu’ parole… Perche’ le regole vanno seguite, ma sono anche fatte per essere eluse, quando se ne sente la necessita’ ;)

4. Il rituitto (retwitter)… così la circolarità dell’informazione, che secondo me alla lunga e’ tediosa e anche pericolosa, permette l’incursione di sconosciuti nel nostro orizzonte di conoscenze ossia nella nostra home page. Si premiano le frasi migliori, piu’ incisive, istrioniche,  divertenti, e le notizie piu’ originali e meglio scritte…

5. Il logo dell’uccellino. Perche’ cinguettare e’ una pratica leggiadra, amabile, divertente. Mi viene in mente ciò che diceva il grandissimo Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane a proposito della Leggerezza:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi… Poi, l’informatica. E’ vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i bits d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso”. (Fonte: http://tecalibri.altervista.org/C/CALVINO_lezioni.htm)

P.s. attenzione alla Twitterhea, prima o poi ci cascano tutti: i sintomi sono scrivere troppo, parliamo di decine di tweet al giorno, troppo velocemente, inserendo troppi destinatari (preceduti da @) rispondendo metodicamente a tutti e a tutte le battute. La cura non sono i fermenti lattici ma una salutare pausa dal mondo di twitter… con una passeggiata, un caffe’ con un amico, una telefonata alla vecchia zia magari.

3

Fonte dell’immagine: http://www.twittervocab.com/About_Us.html
La fonte della immagine/scritta è: http://vcchs.co.uk/latin/Year2011/catmart/odietamo.html

 [Etnografia newsletter] #123 – Dicembre 2009

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 23rd, 2009

ETNOGRAFIA, SCRIVERE LE CULTURE @ RETE

N. 123, DICEMBRE, 2009

ETHNOGRAPHY, WRITING CULTURES @ THE NET

# 123, DECEMBER 2009

And Merry Christmas!

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ANNOUNCE for my FRIENDS and COLLEAGUES/COMUNICAZIONE agli amici e colleghi iscritti alla newsletter

Dear friends and colleagues,
my website etnografia.it has been changed into a blog. If interested, please give a look at the new contents:
papers published therein, posts on various anthropological arguments, and the usual brief notes about my resume,
my books and newsletter technical notes. Thanks in advance for your interest!

alessandra

Follow my TWEETS at: http://twitter.com/alexethno

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Da giugno il sito etnografia.it e’ stato ripensato e trasformato in un blog! per favore date un’occhiata ai post nuovi di zecca, agli articoli scaricabili, ce ne sono una dozzina, e anche alle altre sezioni (libri, curriculum vitae, newsletter) se volete.

Grazie per l’attenzione, i miei piu’ cordiali saluti

alessandra

Se vi va seguite i miei cip cip su twitter: http://twitter.com/alexethno

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WORKSHOPS

XXXII CONVEGNO INTERNAZIONALE DI AMERICANISTICA
DEAD LINE: 15 gennaio 2010.
Nel sito http://www.amerindiano.org troverete le informazioni relative al Convegno, organizzato dal Centro Studi Americanistici “Circolo Amerindiano”, che si svolgerà a Perugia (Italia) dal 4 all’10 maggio 2010.
Il Convegno sarà articolato in differenti sessioni, ciascuna con temi specifici, oltre ad una sessione non tematica.
È possibile consultare la lista delle sessioni nel nostro sito, dove troverete inoltre tutte le norme per la partecipazione.
INFO:CENTRO STUDI AMERICANISTICI “CIRCOLO AMERINDIANO” Onlus
Via Guardabassi n. 10
06123 Perugia  C.P. 249
ITALIA
Tel./fax (+39) 0755720716
http://www.amerindiano.org
e-mail: info@amerindiano.org

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Il 21 e 22 gennaio 2010, nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, Via Balbi 2, le associazioni di categoria ANUAC e SIMBDEA

organizzano il convegno “Lévi Strauss: letture e commenti”

INFO: www.anuac.it

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CALL FOR PAPERS

13th bi-annual congress of the European Society for Health and Medical Sociology: Health and Well-Being in Radically Changing Societies
26 to 28 August 2010
Ghent, Belgium

The conference aims to contribute to the further development of comparative research in medical
sociology and to the promotion of mental health and wellbeing as core dimensions of health and health research.

The deadline for abstracts/proposals is 28 February 2010.

Enquiries: ESHMS2010@semico.be
Web address: http://www.eshms2010.be/
Organised by: European Society for Health and
Medical Sociology

Source: conferencealerts.com

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Guigoni Alessandra, Antropologia del mangiare e del bere, Altravista, 2009.

Il cibo è cultura, è storia, è geografia, e al di là delle mere logiche nutrizionali tutti noi utilizziamo il cibo per motivi sociali, culturali e simbolici radicati da sempre nelle civiltà. Antropologia del mangiare e del bere è un testo fondamentale per analizzare la complessità dell’attuale paesaggio del cibo nel mondo occidentale. Dall’alimentazione come medium socio-culturale agli aspetti storici ed etnografici dello svezzamento, dalla storia antropologica della cucina italiana agli aspetti culturali del mondo del vino, dalla biodiversità all’erosione genetica delle varietà coltivate, sino a concludere con un’analisi dell’alimentazione odierna tra i poli del “locale” e del “globale”, in un mondo sempre più globalizzato.

Alessandra Guigoni è dottore di ricerca in metodologie della ricerca etnoantropologica; collabora con la cattedra di Antropologia culturale dell’università di Cagliari e con quella di Etnologia dell’Università di Genova, occupandosi di antropologia dell’alimentazione. Si è anche interessata di civiltà indigene d’America, etnografia virtuale e interculturalismo. Ha al suo attivo una quarantina di pubblicazioni, tra cui i libri: Foodscapes. Stili mode e culture del cibo oggi (2004) e Saperi e sapori del mediterraneo (2006).

ISBN: 978-88-95458-00-7 - 15.00EUR

Per acquistarlo: http://www.edizionialtravista.com/products_new.php

Edizioni Altravista
via Emilia, 28
27050 - Torrazza Coste (PV)

Tel: 0383 364 859
Fax: 0383 377 926
www.edizionialtravista.com

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ANTHROPOLOGISTS ASSOCIATION

Portale dell’Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Culturali

http://www.anuac.it

Suddiviso in diverse sezioni, comprende Call for papers, Ricerche, Links, Eventi e Novita’ editoriali costantemente aggiornati.

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Dal sito dell’associazione SIMBDEA raccolgo l’appello e lo diffondo volentieri:

Trasmettiamo questo appello da parte della prof.ssa Laura Faranda, relativo all’insegnamento delle discipline DEA nelle scuole superiori:

“vi proponiamo di scaricare la proposta di integrazione della classe di concorso A036 (241.5 kB), che permette l’accesso all’insegnamento di Scienze Sociali presso il Liceo delle Scienze Umane. Da tale classe di concorso sono esclusi i laureati in antropologia.
Nel documento trovate la ricostruzione della situazione attuale della classe di concorso in oggetto e delle classi di concorso alle quali hanno accesso i laureati in antropologia. Come vedrete, un laureato in antropologia può insegnare latino e greco nei licei classici, ma non è abilitato all’insegnamento della disciplina nella quale più è esperto.In calce al documento, la raccolta firme.Vi prego di diffondere il più possibile, di sottoscrivere se volete, e di restituirmi il documento con le adesioni in calce (anche quelle che avrete raccolto voi), in modo tale da poterlo restituire alla professoressa Faranda, che si sta occupando di tutta quanta la questione con il Ministero dell’Istruzione.”

Per inviare le firme raccolte potete scrivere ad Angelo Romano :  angrom76@hotmail.com Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo


 must have: IL NOI POLITICO DEL NORD EST Migranti, locali e Victor Turner

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 22nd, 2009

A CURA DI Donatella Schmidt E  Giovanna Palutan, FRANCOANGELI, 2009.

L’Italia contemporanea vive drammaticamente i profondi cambiamenti
imposti da un rapido e consistente flusso immigratorio. Questi cambiamenti
appaiono più pronunciati nelle aree in cui, fino a un recente passato,
l’immagine e la memoria erano legate all’emigrante con la valigia di
cartone in partenza per le Americhe. Tuttavia, nessuna immagine viene
sostituita in modo indolore e automatico. L’irruzione dei migranti sulla
scena pubblica locale e nell’agenda politica nazionale provoca infatti non
solo un turbamento nella vita quotidiana, ma anche la necessità di una ridefinizione
del Sé, in questo caso costituito dai locali e dai migranti, tesi
nello sforzo di un collettivo, lento e faticoso processo di immaginazione
di un modello di convivenza.

Lo studio presentato ha preso avvio a Padova per poi allargarsi ai contesti
più ampi della Provincia e della Regione. Gli eventi, analizzati attraverso
una prospettiva diacronica, sono stati considerati come spazi di riflessività
pubblica in cui gli attori, per mezzo della narrazione e della
performance, hanno presentato se stessi e hanno messo in scena le loro
reciproche rappresentazioni.
I dati raccolti suggeriscono che ciascuna delle due parti costruisce la
sua identità politica in relazione all’altra parte e che nessuna delle due
può costruirsi a prescindere dall’altra.
Per cogliere questo contesto in trasformazione è stato considerato il
modello processuale elaborato da Victor Turner, il dramma sociale, come
strumento interpretativo capace di svelare il senso di ciò che sta avvenendo
nelle pratiche di interazione fra migranti e locali.

Donatella Schmidt è docente di Etnologia all’Università degli studi di Padova
dove collabora attivamente al Master in Studi Interculturali presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Do you
have an opy? Politics and Identity among the Guaranì of Argentina and Eastern
Paraguay (Austin & Winfield Press, 1994); Antropologia del grigio: l’altro visto
dall’altro (Unipress, 2001) e Tre Paesi, un progetto. Percorsi formativi con donne
migranti (Unipress, 2004).

Giovanna Palutan è dottoranda in Storia e Antropologia culturale presso
l’Università degli studi di Genova. Ha lavorato allo sportello stranieri della
Provincia e dell’Università di Padova, svolgendo ricerche su tematiche
migratorie. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Narrazione e rappresentazione
di collettività immigrate in una città italiana” in Multiculturalismo e
Intercultura a cura di Francesca Gobbo (Imprimitur, 2004) e “Che scuola
farò quando arrivo in Italia?” in Una generazione in movimento. Gli adolescenti
e i giovani immigrati a cura di G. Cacciavillani, E. Leonardi (FrancoAngeli,
2007).

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 Etnologia del Natale

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 7th, 2009

di Alessandra Guigoni

La ricorrenza di Natale è diventata un momento di intensa espressione collettiva, di potlach economico e di celebrazioni smodate; produce e riproduce una riattualizzazione ciclica di grandi figure che hanno lasciato un’impronta nella storia: si celebrano la carità, la solidarietà, la famiglia e l’infanzia, o almeno quell’idea di famiglia e d’infanzia che è nata in Europa come negli Stati Uniti circa a metà del secolo XIX. In quel periodo la compassione per i bambini poveri e vagabondi diventa una costante dell’arte, della letteratura, della mentalità collettiva e perciò un motivo costante e dominante dell’immaginario natalizio.

La festa di Natale costituisce una “invenzione della tradizione”, avendo un’origine ottocentesca, ma al tempo stesso è “universale” essendosi diffusa ben oltre i confini europei e nordamericani, sino agli Inuit della baia di Hudson o agli abitanti di Trinidad. L’attuale celebrazione è infatti un fenomeno sincretico, impasto di tradizioni e pratiche eterogenee, che ha saputo adattarsi ai simboli locali, amalgamandoli con i simboli anglo-americani, in primis con la figura dell’anziano barbuto e vestito di rosso, Babbo Natale appunto, uscito dalla penna di un creativo della Coca-Cola negli anni Trenta del secolo XX.

cocacola-1964Santa Claus. Campagna natalizia della Coca cola del 1964

Mentre molte ricorrenze tendono a sparire,  per rimanere in stagione come la festa di Santa Lucia (13 dicembre) , la festa della Befana o dei Re Magi (sei gennaio) e la festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio),  Natale sembra cannibalizzare tutte le ricorrenze invernali in calendario e rafforzarsi man mano che viene adottata e reinterpretata da altre culture. In quest’ottica Natale si presenta come un esempio privilegiato, che dà modo di riflettere su quelli che talvolta sono sbrigativamente definiti gli effetti della globalizzazione o meglio delle interpretazioni locali di una festa globale, che è fatta di stereotipi ormai universali e universalizzanti come le renne, la neve, l’albero, il ciccione vestito di rosso ridente e bianco barbuto.

Così i bambini si aspettano la neve alla Vigilia anche se vivono al Cairo, o di vedere le renne al pascolo anche se vivono alla periferia di Roma o di Milano. Sono loro, i bambini, a svelare a noi adulti che Babbo Natale è nudo, ossia e’  diventato un’icona, un logo, di un mondo fatto di slogan e di merci omogate. E’ difficile spiegarlo a dei bambini, ma a volte e’ difficile spiegarlo anche a se stessi, dunque…

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Celebre foto glamour presa da: http://petranik.style.it/

Se in campo socio-antropologico pochi scienziati si sono occupati del fenomeno natalizio – con le famose eccezioni costituite dai saggi di Claude Lévi-Strauss (Babbo Natale giustiziato (1952), Palermo 1995) e di Francois-André Isambert (La fin de l’annés, Paris 1976) -, molti folkloristi, tra cui il noto demologo Arnold Van Gennep, si sono dedicati allo studio minuzioso delle feste dette “ciclo dei dodici giorni”, che vanno da Natale all’Epifania. Questo periodo dell’anno è sempre stato propizio alla comunicazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti, un tempo “non tempo” pieno di pericoli per la mancanza di cesura fra mondo terreno e ultraterreno, che viene esorcizzato con cerimonie, riti apotropaici, magici, come l’accensione di candele, canti, feste, doni, soprattutto ai bambini, vicari dei morti nel mondo dei vivi.

La celebre festa di Halloween del resto ha questo significato: un varco nella maglia che separa morti e vivi, e in cui i bambini sono intermediari da omaggiare: dolcetto o scherzetto è un motto che ha significati ben piu’ profondi di quelli che passa l’iconografia di Disney e compagnia.  Ma del resto esistono feste mediterranee come Is animeddas in Sardegna e dei Murticeddi in Sicilia, il significato è chiaro, dove si blandiscono i propri morti con dolci, frutta secca e caramelle, che ricevono i bambini in questua tra i parenti o per le vie delle città e dei paesi.

Un saggio (Etnologia del Natale. Una festa paradossale) dell’antropologa francese Martyne Perrot, evergreen della casa editrice Eleuthera, esplora il ricchissimo repertorio della storia del Natale, dalle lontane origini pagane (Saturnali, culto del Sol Invictus ecc.) alla trasfigurazione della figura di San Nicola, destinato a diventare Santa Claus (in Italia Babbo Natale) affrontando alcune problematiche socio-culturali legate a particolari usanze sociali e simboliche.

Interessante  la ricerca sul terreno svolta dall’autrice tra alcune famiglie francesi su concezioni e pratiche natalizie contemporanee e l’analisi sull’attuale “spirito del dono”, per riprendere un’espressione di Jacques Godbout (Lo spirito del dono (ed.orig. 1992), Torino 1998), che domina il circuito dei regali natalizi, dove il consumismo e l’esigenza di esprimere e trasmettere potere, attraverso doni che siano anche status-symbol, si mescola all’esigenza di cementare l’unione familiare, rafforzandola anche attraverso doni, espressioni d’affetto, di cura parentale, di altruismo e generosità, simboliche e reali.

In tempo di crisi i regali si sono fatti piu’ concreti, guardandomi intorno anche stamattina vedevo le persone fare spesa e spese con maggiore oculatezza e parsimonia. Un po’ per bisogno un po’, credo e spero, anche per scelta. Forse la crisi è anche l’opportunità di capire che gli oggetti di cui ci circondiamo non possono bastarci e non devono bastarci.  Citando liberamente Ivan Illich gli oggetti sono stampelle che sostengono uno storpio. Sono altre che cose che ci servono nella vita, e quelle non si possono comprare. Mai.

seasons-greetings-05Un’immagine irriverente del nostro ineffabile amico presa da un sito che ha un nome programmatico: http://www.foundshit.com/tag/santa/

La libertà a mio modestissimo parere sta anche nel camminare senza queste stampelle o nel mio caso, inguaribile amante di cose, nel sapere che per camminare non mi servono veramente e cercare di usarle sempre meno, giorno dopo giorno, un passo alla volta.

E voi? Cosa ne pensate? Come vi comportate a Natale? E con gli oggetti desiderati?

Un riferimento utile, la mia vecchia recensione su REF,
a cui mi sono largamente ispirata:
http://www.recensionifilosofiche.it/crono/2003-05/perrot.html

 Concorso Artistico Design your tradition

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 5th, 2009

L’Associazione M.A.I.O. ha lanciato un concorso artistico sul tema della valorizzazione delle tradizioni locali aperto a tutti i fotografi, disegnatori, artisti, professionisti e non. Obiettivo dell’iniziativa è stimolare una ’interpretazione originale e personale delle tradizioni locali. Di grande importanza è quindi la ri-considerazione della tradizione locale come memoria storica e come premessa per la valorizzazione del territorio.

Scadenza presentazione proposte: 10 dicembre 2009

Modalità di partecipazione. La partecipazione alla prima edizione del Concorso artistico Design your tradition è gratuita. Potranno partecipare tutti gli artisti professionisti e non, e in generale tutti gli operatori delle professioni dell’immagine e della creatività – artisti visivi, artisti plastici, video-maker, fotografi, grafici – di età inferiore ai 35 anni.

Premi. Verranno premiati i migliori tre elaborati. Il premio consiste nell’inserimento degli elaborati vincitori sia all’interno della pubblicazione cartacea relativa al progetto “CreActive Citizenship: Mito e Media” 2009 che del DVD, prodotti in 300 copie numerate. Agli artisti vincitori andranno inoltre 5 copie del dvd e della pubblicazione.
La premiazione ufficiale del Concorso si terrà lunedì 21 dicembre 2009 ad Avellino in occasione della Conferenza internazionale “CreActive Citizenship: Mito e Media”. Le immagini selezionate saranno utilizzate per la realizzazione di una mostra fotografica itinerante a cura dell’Associazione M.A.I.O., in Belgio, Romania e Tunisia, nell’ambito dello scambio artistico interculturale da cui nasce questo progetto.

Per informazioni:
E-mail: concorso@maioproject.org
www.maioproject.org


 Per favore mordimi sul collo

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ dic 3rd, 2009

di Alessandra Guigoni

E’ caccia ai vampiri. I vampiri sono belli, misteriosi e terribilmente sexy. Cattivi ma che importa. La paura si esorcizza con la paura.

Leggevo stamattina dell’ennesima adolescente che si e’ fatta modificare i canini per sembrare una vampira. Non e’ la prima e non sara’ l’ultima.

Anche in Italia ci sono siti specializzati sul vampirismo ed i vampiri, con tanto di oroscopo, gadget in tema and so on, come vampiri.net: http://www.vampiri.net/  o chupacabramania, che si rifà ad un mito sudamericano di un essere assetato di sangue animale, e, a suo piacere, anche umano: http://www.chupacabramania.com/articoli/vampiri.htm

Anche nella vecchia Europa, ben prima che scoppiasse la moda (o la psicosi? forse entrambe) dei vampiri si mormorava che le streghe succchiassero sangue, soprattutto agli infanti, alle puerpere, e alle persone malate. Così la religiosità popolare, un impasto di magia, superstizione e feticci cristiani forse cercava di darsi pace per l’alta mortalità infantile e delle neo madri. Morailtà dovuta alle scarse condizioni igieniche, alle infezioni post partum, all’ignoranza, all’arretratezza della medicina di allora, e alla malnutrizione delle classi sociali più umili ma non solo, e un po’ in tutta Europa.

Dagli al vampiro insomma. Proiettando nell’altro le nostre responsabilità ci liberiamo di non grosso fardello. Un  po’ come “piove governo ladro” ma a livello molto piu’ raffinato…

Il vampiro è anche quell’Altro da noi che ci piace e ci fa paura. Ci attrae e ci repelle.

Mass mediaticamente i vampiri fanno audience: senza scomodare Dracula di Bran Stoker o il controverso Intervista col Vampiro partiamo da Buffy, giovane eroina del noto serial americano successo di qualche anno fa sino a True Blood, trasmesso da Fox in questi mesi, e adattto ad un pubblico adulto,  passando per  il caso mediatico del momento, i libri seriali di Stephenie Meyers, da Twilight in poi, che naturalmente sono diventati blockbusters…

Uno dei filoni di ricerca sul vampirismo più straordinari consiste nel considerare i vampiri nient’altro che malati di pellagra, la famosa malatti delle tre D (dermatosi, diarrea, demenza) che colpì le aree europee in cui il mais era diventato una monocoltura e quasi l’unico alimento della dieta contadina… come in Romania, patria elettiva dei vampiri. Così i vampiri non sarebbero stati altro che poveri contadini denutriti e impazziti, con forte sensibilità alla luce che venivano bollati come “vampiri” ossia demoni da combattere, e magari finiti a colpi di bastone dai loro compaesani.

Ecco il giudicio uman come spesso erra!

E’ solo un’ipotesi ma ridimensionerebbe parecchio il mito, no?

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Per saperne di più sull’ipotesi pellagra/vampirismo: http://www.eufic.org/article/it/nutrizione/capire-cibo/artid/origini-mais-pellagra/


 E’ uscito il mio articolo “sulla neve in Sardegna” sulla rivista Melissi

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ nov 29th, 2009

Il sommario del Numero 18/19 – 2009 della Rivista Melissi:

Introduzione
di Eugenio Imbriani

Popularia
Sulle identità albanesi
di Pietro Fumarola
Intervista a Dritëro Agolli
Intervista a Kristo Frashëri
Intervista ad Albin Kurti
Intervista a Fatos Lubonja
Intervista a Rexhep Qosja
Intervista ad Alfred Uci

Fili d’Arianna
Alle origini della rinascita della musica
popolare salentina: l’esperienza del Canzoniere
di Terra d’Otranto. Intervista a Franco Tommasi
di Vincenzo Santoro
Brevi riflessioni sulla tutela giuridica
del patrimonio culturale
immateriale demoetnoantropologico
di Giovanni D’Elia
Alla Biblioteca Nazionale di Bari,
l’Archivio Sonoro della Puglia
di Mimmo Ferraro

La tela infinita
Un luogo di raccolta e ricerca.
La biblioteca del tarantismo a Melpignano
di Gabriele Mina e Sergio Torsello
Il progetto “La taranta nella rete”
di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello

Anatomie
Un mondo d’ossa. Dentro il manicomio,
dentro il museo.
di Gabriele Mina
Sommario

Linea d’ombra
Per una antropologia della neve in Sardegna
di Alessandra Guigoni
Astragali e Beckett in Albania
di Fabio Tolledi

Confini
In Albania e Kosova per una
esplorazione musicale
di Daniele Durante
L’ospitalità ti onora…
di Donato Martucci
Identità albanesi in costruzione:
il caso dei Rifa’i
di Guglielmo Zappatore

INFO: www.besaeditrice.it
melissi@besaeditrice.it

Per una antropologia della neve in Sardegna di Alessandra Guigoni

Il mio articolo cerca di delineare il tema “neve” in modo sintetico ma da diversi punti di vista: etnografico, del paesaggio e la letteratura, economico, storico e legandolo anche alla pop culture e alla contemporaneità… ecco alcuni incipit:

Fernand Braudel parlando del Mediterraneo fa un’affermazione che pare scontata, e che invece è rivoluzionaria,
come ogni verità: il Mediterraneo è uno spazio ricco di montagne attorno al mare comune [omissis]

La neve possiede diversi lemmi in sardo, che ne riflettono l’importanza e la bellezza, non per nulla molti ]poeti popolari isolani usano la neve come metafora dell’avvenenza della donna amata [omisssis]

Come in altre regioni d’Italia prima dell’avvento dei frigoriferi e dei vari sistemi di conservazione e raffreddamento tecnologici, le neviere naturali erano tenute in alta considerazione, specie nei mesi estivi. Aritzo è stata famosa fino alla fine del secolo scorso per il commercio della neve [omissis]

La carapigna, sorbetto al limone che costituisce una specialità culinaria sarda tradizionale, è un termine che deriva dallo spagnolo ed è riscontrabile in diversi parlate italiane, genovese, siciliano e sardo. Il celebre linguista Max Leopold Wagner lo indica come uno dei tanti cibi di strada venduti nelle bancarelle: «[...] banchi nelle strade, dove si vendono dolci, paráđas = cat. parada “puesto, tienda”. Vi si vendono, tra l’altro, la karapín’a “sorbetto” = spagn. garapiña» (Wagner 1997:207) [omissis]

La neve è ancora un desiderata dei sardi. Per dare un’idea più precisa degli atteggiamenti e delle emozioni riguardo alla neve, che è, va ripetuto, un evento eccezionale, specie nel sud dell’Isola, mi servirò di Internet e delle sue risorse; Internet aiuta a visualizzare in modo immediato e limpido concezioni, saperi e pratiche di una cultura ma soprattutto i modi secondo cui vuole raccontarli e dunquerappresentarli sia a se stessa sia al resto del mondo [omissis]

DSC01755Pinnettu nei dintorni di Fonni. Febbraio 2009. Foto di Alessandra Guigoni

 Prentzas apertas a Seneghe

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ nov 28th, 2009

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