Per un dolce Natale: come riconoscere un buon panettone in 3 regole

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ nov 4th, 2010

di Alessandra Guigoni

Come riconoscere un buon panettone?


1. Leggere attentamente il decreto, risalente al 2005, che ne codifica la preparazione e le caratteristiche.

http://www.ambientediritto.it/Legislazione/consumatori/2005/dm%2022lug2005.htm

Tra le altre cose vi si legge che:

“La denominazione «panettone» e’ riservata al prodotto dolciario da forno a pasta morbida, ottenuto per fermentazione naturale da pasta acida, di forma a base rotonda con crosta superiore screpolata e tagliata in modo caratteristico, di struttura soffice ad alveolatura allungata e aroma tipico di lievitazione a pasta acida”. Gli ingredienti obbligatori e principali poi sono definiti precisamente:

a) farina di frumento;
b) zucchero;
c) uova di gallina di categoria «A» o tuorlo d’uovo, o entrambi, in quantita’ tali da garantire non meno del quattro per cento in tuorlo;
d) materia grassa butirrica, in quantita’ non inferiore al sedici per cento;
e) uvetta e scorze di agrumi canditi, in quantita’ non inferiore al venti per cento;
f) lievito naturale costituito da pasta acida;
g) sale.

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2. visitare un bravo produttore per capire come si ottiene un buon panettone: sono andata a trovare Stefano Murgia, de La forneria di Pula (Cagliari) che ogni anno confeziona oltre 100.000 tra pandolci, panettoni e pandori, il 15% dei quali vengono esportati fuori Italia, in primis negli Stati Uniti.

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Stefano mi ha mostrato le principali fasi della lavorazione, dalla preparazione del lievito madre sino all’impasto vero e proprio, alla realizzazione dei panettoni, alla cottura, alla glassatura e decorazione, al riposo del prodotto finito prima del confezionamento, pronto per essere venduto. Quest’ultima fase e’ buffa e interessante: una volta cotti i panettoni riposano diverse ore a testa in giù, come i pipistrelli, in modo da perdere umidità e conservarsi così naturalmente a lungo.

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3. Se non si ha voglia o tempo di leggere per intero il Decreto ministeriale che regolamenta il mondo dei prodotti da forno e non si ha un bravo produttore vicino a casa allora il consiglio e’ semplice: leggere bene l’etichetta degli ingredienti, sincerarsi che il burro sia burro, che la lievitazione sia naturale e che le percentuali dei vari ingredienti siano armoniche, altrimenti quel prodotto da forno non può fregiarsi del nome “panettone”.

Infatti sul Mercato ormai esistono molti prodotti che si richiamano a panettoni & Co. ma che tali non si possono definire (chiamati variamente dolce del Natale, pan delle Feste o simili), oltre ai prodotti contraffatti, ossia falsi prodotti di marca abilmente falsificati a cominciare dalla scatola di cartone e dal logo della marca per finire con la contraffazione piu’ pericolosa, quella del contenuto.


panettone


 Scrivere Terra Madre

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 25th, 2010

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di Alessandra Guigoni

Per raccontare Terra Madre (l’incontro delle comunità del cibo a Torino, ogni due anni, in concomitanza del Salone del Gusto) ci vorrebbero troppe parole, anche se ho bene a mente le persone incontrate e i discorsi ascoltati, fatti, condivisi. Ho conosciuto persone che difficilmente dimentichero’, anzi non ci penso neppure, spero di risentirle presto, in qualche modo.

Così invece di descrivere io Terra Madre ho fotografato parte di un particolare cartellone che campeggiava dove si è svolto l’evento; il cartellone invitava tutti i partecipanti a scrivere il nome di un prodotto della propria terra nella propria lingua madre. Non è bastato un solo grande cartellone fronte e retro, ce ne sono voluti due, con fogli aggiunti per allargare la superficie scrivibile.

Ho scritto anch’io la prima cosa che mi e’ venuta in mente, forse perche’ il giorno prima avevo assaggiato con un’amica la famosa marmellata di rose di Romanengo. Quella marmellata e’ stata una madeleine cocciuta, che non mi ha piu’ lasciato: il giorno dopo ancora ricordavo quel sapore, così simile a quello dello sciroppo, e quando ho visto il cartellone sapevo che cosa avrei scritto.

Sono stata indisciplinata nella scrittura, nel senso che invece che inserire accanto al nome il luogo di origine del prodotto ho preferito chiosare una piccola epigrafe “in memoria dei miei nonni”.  Con il punto esclamativo, perche’ per me quello era un outing da sottolineare, almeno a me stessa. Da osservatore partecipante ero diventata partecipante, e con piacere.

Tra parentesi: erano le mie nonne a preparare lo sciroppo ogni estate quando eravamo in villeggiatura in Valle Scrivia, le aiutavo a raccogliere le rose per lo sciroppo e le osservavo in cucina mentre lo preparavano. Lo sciroppo, ho saputo venticinque anni dopo, e per caso, era quasi scomparso nei saperi e nelle pratiche culinarie delle donne della Valle Scrivia (in provincia di Genova), sin quando e’ diventato un presidio Slow Food e si e’ ricominciato a considerarlo un prodotto di “valore”.

Spesso infatti certi prodotti non sono scomparsi, sono semplicemente destituiti del proprio valore da parte delle comunità che li coltivano/allevano/preparano/cucinano.

Il valore è dato dalla combinazione dei fattori: economico, culturale, sociale, e soprattutto politico.  Se gli oggetti perdono di valore, se non sono più identitari, collettivi, condivisi, partecipati  e’ come se non esistessero più, anche se sono presenti; e’ come un gioco di magia di un illusionista:  se guardi dritto dove vuole lui non vedi l’oggetto che ha nascosto e che ti racconta che e’ magicamente scomparso, ma ma guardandolo da un’altra angolazione ecco che l’oggetto è lì.  E’ ancora lì.

Copia di io_scrivo


 Jocos de casu e altre sculture di formaggio

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 8th, 2010

Arrivo all’Agriturismo Paules, non lontano da Dorgali. In lontananza montagne bianche, che all’alba e al tramonto assumono sfumature rosate, argentate, azzurrognole.

Sono le 7 di sera, sono stanca e ho fame, ma mi fermo qualche minuto a guardare le montagne e gli animali da cortile che mi si fanno intorno… galletti tanti, galline, oche, cani, gatti, mucche e asini nella stalla, le pecore sono ancora in campagna, ma sento gli scampanellii veloci, stanno correndo all’ovile.

Mi accoglie Grazia, figlia di Billia Bacchitta, l’artista dei jocos de casu e la sua mamma, artefice dell’ottima cena che m’aspetta.

Quella dei jocos de casu è una tradizione antica mi racconta Billia durante la cena, mentre le portate si susseguono e alla frue con i pomodori e gli altri antipasti casalinghi -tra cui le casadinas salate alla menta- seguono i ravioli ripieni di formaggio misto, ovino e vaccino, la pecora con le patate, il formaggio fatto in casa, il vino fatto in casa, il melone dolce dell’orto.

Parliamo un po’ di tutto a tavola, partecipano alla discussione anche tutti e tre i figli di Billia.

cantina

Visito anche la cantina, con un motto inciso in una delle botti che mi piace, e decido di fotografare.

saggezza

Dopo cena Billia mi mostra in cucina come si fanno i jocos de casu, sotto lo sguardo attento dei tre figli. Mi raccontano che si preparavano per pasqua, erano un regalo per i bambini, ma si donavano anche in altre occasioni: si preparavano miniature di animali, cavallini, maialini, colombine, mufloni, mucche.

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Per farli si usa il formaggio vaccino fresco, scaldandolo sino a farlo filare, poi si lavora velocemente con le mani, dopo aver composto la figura desiderata la si immerge velocemente nell’acqua fredda, poi si lascia tutta la notte in salamoia, e il mattino pronto i giochi di formaggio sono pronti per essere mangiati, subito o anche un paio di giorni dopo.

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Conoscevo il “pane giocattolo”  ma non il “formaggio giocattolo”, è stata una bella scoperta.

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Nell’azienda agrituristica si producono anche le trizzas, trecce, che sono davvero belle a vedersi, almeno in due formati, uno più semplice e uno piu’ complesso, e le classiche taeddas, chiamate altrove nell’Isola casizolu o perette.

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Stamattina a colazione prima di partire ho bevuto latte appena munto, erano anni che non mi capitava; è proprio vero che dopo i quarant’anni si vive anche di ricordi: assaggiandolo ho immediatamente pensato a quando  d’estate in villeggiatura scendevo a comprare il latte dalla contadina e mia nonna lo scaldava. Sopra si formava uno strato di crema, di cui andavo matta.


 rose di pane

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 9th, 2010

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Queste rose di pane le ha fatte Anna Maria Sarritzu di Quartu Sant’Elena. Le ho fotografate alla II Sagra del pane di Quartu Sant’Elena ieri mattina. A Quartu vivono molte brave artigiane del pane e dei dolci, alcune le conosco personalmente, di altre ho sentito raccontare o ho assaggiato le loro creazioni;  secondo me si fa ancora troppo poco per valorizzare il loro lavoro e soprattutto per far sì che questi loro saperi, questo loro saper fare,  diventino patrimonio anche delle nuove generazioni di chef, pasticcere/i, artigiani del pane…

Ormai il pane si assomiglia un po’ dappertutto, nelle mense scolastiche i bambini  a Cagliari come a Palermo, a Trento o a Torino mangiano le cosiddette michette o rosette, spesso gommose, insapori… non parliamo delle mense ospedaliere, dove i cibi sembrano fatti apposta per provocare tristezza, disagio … nei distributori automatici delle scuole si trovano solo crackers e pane da toast, gli sfarinati locali sono banditi, inesistenti… in molte  panetterie artigiane della Sardegna come della penisola ogni giorno arriva pane surgelato dall’Est Europa, che viene venduto come locale.

Però la presenza numerosa e battagliera di queste artigiane e’ la spia che non e’ ancora tutto perduto, e’ solo stato rimosso, in nome dell’Industria del cibo globale, quindi non lo si riesce a vedere, ma e’ ancora lì, esiste, resiste, basta saperlo afferrare…


 aspettando l’autunno

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 8th, 2010

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Quest’estate passeggiando in un bosco della Corsica ho trovato questo piccone conficcato nel legno, l’ho trovata una cosa curiosa, e l’ho fotografata.

Un giorno mi piacerebbe scrivere la storia di quel piccone e dell’albero, e di colui o colei che picconando lasciò il piccone conficcato.

Ho fantasticato su quel piccone e su di una storia plausibile, ma anche su di una storia incredibile, inverosimile, che può aver originato quello strano

abbraccio tra un tronco di quercia e un utensile di ferro, ormai arrugginito.

Devono essere passati tanti anni da quando quel qualcuno ha conficcato l’attrezzo nel legno, l’albero allora era giovane, ora il piccone e’ quasi scomparso nell’abbraccio del tronco, è come la Spada nella roccia, sono tutt’uno, e solo una forza sovrumana riuscirebbe a separarli.

Chissa’ se l’albero ha imparato a voler bene a quell’oggetto estraneo, e se il piccone si e’ dato pace di non poter uscire da lì e riprendere a battere.

Chissa’ perche’ un uomo ha lasciato il piccone nel bosco vicino a Corte.

I Corsi sono persone a cui mi sento idealmente, particolarmente vicina, e non solo perche’ vivo in Sardegna, dunque ci separa solo uno stretto tratto di mare, o perche’ capisco abbastanza quando parlano la loro lingua e mi piace molto quando cantano canzoni d’amore o d’indipendenza suonando la chitarra, o perchè la loro cucina e le loro birre nazionali, Petra, Colomba, Serena le trovo sempre ottime… Sono tutte queste ragioni ed altre, più personali ancora, e il fatto che Corte e’ un paese dove mi sento immediatamente come a casa, appena poso la borsa nel primo bar di piazza Pasquale de Paoli.

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Ho imparato a conoscere la Corsica prima sui libri, leggendo Braudel in primis, specie quando parla dell’albero di castagno come dell’albero del pane per le popolazioni locali; anche in Liguria le castagne sostentavano le popolazioni dell’Entroterra sino all’Ottocento inoltrato e nelle zone montuose della Sardegna la minestra di castagne era ben nota, prima che la patate arrivassero dall’America e soppiantassero in gran parte la castagna, il cui utilizzo alimentare si è marginalizzato sempre di più.

Oggi le castagne in Corsica sono un prodotto identitario, che si utilizza per la preparazione della birra, dei dolci locali e poco più. Prima con la farina di castagne si panificava, i tanti dolci e pani di castagne italiani che oggi sono Prodotti Tradizionali sino a sessant’anni fa erano ciò che passava il convento quotidianamente alle famiglie contadine degli Appennini.

In Liguria il castagnaccio oggi è un prodotti chic e persino costoso in alcuni casi, per un curioso rovesciamento di prospettive, di bisogni alimentari/identitari e di status symbol dei ceti urbani rispetto all’immaginario alimentare simbolico e alla cultura materiale dei loro nonni rurali.

Quando ero bambina i caldarrostai facevano la felicità dei bambini, ci si affollava intorno all’uomo delle castagne, ricordo l’odore della caldarroste nei coni di giornale, e come ci si bruciasse le mani per mangiarle ancora calde. Aspettando l’autunno e il ritorno dei caldarrostai…

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L’immagine delle caldarroste l’ho trovata qui: http://lapazzadellaportaccanto.splinder.com/


 I fiori di Luigi ovvero la festa de Santu Anni a Quartu Sant’Elena

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 27th, 2010

Da dove iniziare a raccontare? E’ difficile. Inizio da un piatto con dei fiori di zucchero, che Anna Maria mi mostra con un sorriso, chiamandoli “i fiori di Luigi”.

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I fiori di Luigi, me li mostra emozionata Anna Maria Sarritzu

Sono i fiori che il suo maestro di pasticceria sarda Luigi Sitzia ha preparato anni prima e le ha donato, e che lei conserva gelosamente a casa. Quei fiori mi hanno colpito, lo confesso, perchè l’arte plastica effimera che significano si carica per me di tanti significati, e sfumature di senso.

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Fiori fatti a mano

Fiori come quelli che servono per decorare il gattò de Santu Anni, San Giovanni Battista, un santo venerato in tutta Italia e in tutta l’Isola il 24 giugno con feste, processioni, falò, raccolta di erbe magiche e altri riti segreti, che a Quartu Sant’Elena (Cagliari) dà luogo ad una festa singolare, magnifica e tutto sommato ancora poco conosciuta al grande pubblico, festa che dura piu’ di un mese e si conclude negli ultimi giorni di Luglio di ogni anno.

La festa è complessa, articolatissima e per certi versi ancora da decifrare forse. C’e’ una parte a cui il pubblico può partecipare, in primis l’esposizione pubblica dei gattò monumentali preparati per l’occasione, e una parte riservata agli officianti e alle loro famiglie.

Gatò o gattò dal francese gâteau, semplicemente dolce, aQuartu dolce per antonomasia insieme ai “dolci fini” come scandelaus o candelaus (prob. dal latino calendarium) e pastissus.

Raccontare la festa non è semplice. Ne sono venuta a conoscenza lo scorso anno per caso, quando una mia allieva, la dinamica Giorgia Usai, mi propose una tesina su questo tema, soprattutto sugli aspetti alimentari della festa, e grazie a lei iniziai ad interessarmene.

Per lavoro avevo conosciuto la brava maestra dolciaria Anna Maria Sarritzu che per caso poi ho saputo essere una delle maestre/i dei gattò monumentali, chiamati popolarmente anche castelli, vere e proprie architetture che solitamente ritraggono chiese o comunque edifici sacri, a base di mandorle tostate, zucchero e poco più.

Dolci preparati soprattutto in occasione di matrimoni privati, ma non solo. Anche per occasioni speciali, per feste comunitarie, come per la festa de Santu Anni o in occasione del Matrimonio selargino.

La festa di San Giovanni coincide, non a caso, con il solstizio d’estate e anticipa la nascita di Cristo di sei mesi esatti; è una festa sincretica che mescola elementi pagani ed elementi cristiani.

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Particolare del gatò di A.M.S.

Tra le caratteristiche della festa annoveriamo la presenza di un’Obreria e di un Obriere a carica annuale che organizza la festa, la presenza di sette Traccheras, giovani donne non fidanzate, vestite con il costume da sposa tradizionale e adorne di gioielli in filigrana,  che offrono in dono all’obriere e alla sua famiglia sette magnifici gatò bianchi di grandezza e altezza notevole, finemente cesellati e decorati; durante tutta la festa si canta, rigorosamente in sardo, trallallera, goccius, mottettus a seconda dei momenti. Cantano soprattutto le ragazze, pescando le rime da libretti con versi appositamente composti da poeti locali per l’occasione.

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Gatò di A.M.S. in corso di paziente costruzione. Si noti la superficie del gattò non ancora glassata.

La festa comprende processioni, dell’obriere in carica e del nuovo eletto, che avra’ in carico l’onere e l’onore dell’organizzazione della festa l’anno successivo, una messa solenne nella chiesetta di San Andrea, alla presenza dei devoti e di tutta la cumpangia de is obreris e soprattutto il trasporto delle sette traccheras su di un carro che sembra una nave pronta a salpare, decoratissima con fiori di carta e l’acronimo WSG, ossia Viva San Giovanni, e i calessi a seguire, per tutto il centro storico del paese.

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Tracca decorata per la processione delle 7 ragazze (traccheras)

Il libretto stampato che il Comune ha saggiamente predisposto per quest’anno, visto che la festa si fa via via più conosciuta (anche la TV di Murdoch SKY ha effettuato riprese lo scorso anno) comprende una lunga lista di obrieri, almeno dal 1895 ad oggi, più una serie di obrieri che si dice abbiano cominciato la tradizione nel XVII secolo.

E’ interessante cercare di capire la magia dei gattò, il making of per dirla con parole di moda, capire l’enorme mole di lavoro che c’e’ dietro ad una settimana di preparativi, capire come si spennella il gatò con la glassa (sa cappa) sino a farlo diventare bianco come un agnello, intuire la perizia che c’e’ dietro alla costruzione delle forme attraverso gli stampi di legno (su mollu) e l’assemblaggio delle parti per renderla una complessa costruzione fatta di piani, ringhiere, colonne, cupole, croci, guglie, ostensori, il tutto decorato da ghiaccia reale, fiori e uccellini.

Per un singolo gatò occorrono più di 500 fiori fatti a mano, e poi candidi uccellini, e decorazioni con pastiglie di zucchero e palline di zucchero, sa traggera (dal francese dragée, a sua volta dal greco tragemata). Per farlo occorrono mandorle tostate, zucchero, e l’aggiunta di spezie o limone per esaltarne il sapore, dipende dal gusto del maestro dolciario. Solitamente il gattò che si trova nelle pasticcerie o offerto nelle feste private e pubbliche è di forma romboidale, non spennellato di glassa, con una foglia di limone a mo’ di supporto.

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Gatò di A.M.S. in esposizione. Si noti al centro del colonnato la statuina di San Giovanni.

Ho avuto la fortuna di trovare una persona come Anna Maria, che mi ha aperto la porta di casa con generosità, e mostrato le fasi del suo lavoro,  un’altissima tecnica di pasticceria; per rispetto del suo lavoro mostro le sue creazioni finite custodendo per me le foto più delicate dell’assemblaggio del dolce.

Mi riprometto di continuare a lavorare sul gattò quartese, capolavoro di pasticceria simbolo di una tradizione che si rinnova continuamente, magari in modo poco percettibile ai profani tuttavia sostanzialmente per gli addetti ai lavori.

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Foto ricordo di Anna Maria e Luigi Sitzia.

Basti pensare al fatto che dal secondo dopoguerra la mole del gatò è aumentata notevolmente, negli anni ’50 la tracchera lo potevano portare in grembo, oggi occorre un’ape car per trasportarlo dalla casa della ragazza a quella dell’Obriere… o che non era glassato,  dunque era marroncino d’aspetto, e pare si debba proprio a Luigi Sitzia l’idea e la realizzazione della glassatura del dolce e della sua successiva decorazione con la ghiaccia reale, tanti ghirigori che rendono il dolce come un merletto o ancora una fine ceramica di gusto retro’.

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Il gatò non è che l’artefatto più evidente nella sua bellezza e vistosità di un sistema di committenza, produzione, circolazione e consumo di pane, pasta, dolci di altissimo livello e valore storico e culturale  che ancora esiste in Sardegna e resiste, grazie anche alla caparbietà e intelligenza dei suoi artisti.

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Il passaggio del testimone dell’arte del gatò monumentale rimane forse uno degli snodi cruciali; gli artisti del gatò sono persone che hanno imparato facendo nel corso di uno o più decenni, il loro sapere è empirico, implicito e la trasmissione di questi saperi agli artisti quartesi di domani mi pare carica di incertezza, di se e di ma, perchè, mi dicono, i giovani non hanno voglia di imparare osservando e facendo con umiltà e per lunghi anni di apprendistato, come invece è successo a chi ha superato da qualche anno o da qualche lustro gli anta.

DSC04068Gatò di un’artista quartese, R.O., durante il trasporto alla casa dell’obriere. luglio 2010.

Tutte le foto sono state scattate da A.G. tra maggio e luglio 2010.

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 Fonni, 1 luglio 2010

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 1st, 2010

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Una giornata importante per me, che si è conclusa con un incontro a tu per tu…

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La magica location è l’Agriturismo Parco Donnortei di Fonni, sita a 1200 m s.l.m: si tratta di un’oasi naturalistica nata in collaborazione con il WWF e ricadente sotto i progetti “Life” della Comunità europea.


 Appunti carlofortini

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ giu 18th, 2010

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Sono stata molto bene a Carloforte (Isola di San Pietro, isoletta a sud ovest della Sardegna) in occasione della kermesse enogastronomica Girotonno (3-6 giugno 2010); è stato come fare un viaggio nel tempo, sull’Isola bambini adulti e anziani parlano il tabarchino, simillimo al genovese della mia infanzia, che 35 anni fa sentivo ancora parlare dai miei nonni in campagna, fitto fitto, poi è scomparso come lo sciroppo di rose e il pane di mais. Cose di una volta.

Ero in giuria tecnica nella Gara gastronomica internazionale e ho potuto assaporare i piatti di alcuni degli chef più bravi del mondo, ovviamente a base di tonno rosso, tonno da corsa.

Ho mangiato e bevuto benissmo per tre giorni, in ottima compagnia. Quando la compagnia è buona anche il lavoro più impegnativo diventa piacevole.

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Sono anche riuscita ad andare per orti e per vigne, infatti l’Isola di San Pietro che non ti aspetti è quella delle cosiddette baracche (casine di campagna, un tempo semplici ripostigli di attrezzi, oggi casette dipinte di bianco dove si puo’ anche dormire e mangiare) circondate dagli orti o dalla macchia mediterranea.

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Le rose piantate a bordo vigna hanno funzione pratica, per il mal bianco.  Mario L. mi ha insegnato che è un vecchio trucco: se la pianta di rose si infetta è il momento di correre ai ripari con trattamenti per la vite che di lì a poco corre lo stesso pericolo…; ma ovviamente le trovo anche poetiche: come spesso succede estetica e pratiche si fondono, diventando bellezza.

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Prima di lasciare l’Isola di San Pietro e le vie odorose di focaccia e di tonno fritto di Carloforte ho preso un po’ di pesce al porto da Maleno, pesce fresco e bellissimo.

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Se andassi tutti i fine settimana a Carloforte non sarebbe la stessa cosa, mi piace stupirmi ogni volta che vado, lasciarmi cullare dai ricordi, imparare parole e cose nuove, essere spaesata per riappaesarmi con il paesaggio (del cibo innanzitutto, ecco il senso del foodscape) per qualche giorno. Ci tornerò a settembre, credo e spero.

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Nella valigia della partenza del viaggiatore  non possono mancare le gallette, indispensabili per la caponata mediterranea, e i canestrelli, qui divenute ciambelle glassate, e di fatti non mancano mai, vengono addirittura immortalate in vetrina, in uno scatto veloce, per non perdere il traghetto.

Ciau, se vedemmu…


 Un pomeriggio con Norma, artista del pane sardo

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ mag 6th, 2010

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Questo non è un vero e proprio post, diciamo che sono appunti dal mio diario di campo, accompagnati da immagini che per me sono dense di significati e di emozioni; testimoniano un pomeriggio trascorso con la signora Norma Argiolas e le sue brave corsiste, un pomeriggio piacevole, scandito dal rito del caffe’, dalle chiacchiere liete e amare sui casi della vita, come succede  tra amiche di vecchia data.

Il catalizzatore di questa atmosfera, l’ordinatore di eventi è un composto di acqua, farina, sale e lievito… pasta di pane insomma, che in pochi minuti si trasforma da massa informe a forma di pane.

Prima o poi ogni antropologo  inciampa nell’argomento pane in Sardegna“; il pane è un argomento inesauribile, anche una questione aperta, per citare Enrica Delitala, in quanto prodotto alimentare con una grandissima tradizione e in continuo divenire.

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Finora me ne ero occupata solo a spizzichi e bocconi, come quando mi sono occupata di pani alternativi a quello di grano duro, come il pane di mais e quello di patate, o del ciclo calendariale pasquale tramite il medium del pane, o ancora nel progetto regionale Il mestiere dei sapori quando ho costruito i contenuti relativi al pane insieme alle operatrici e alle informatrici locali.

La panificazione è un fatto sociale totale sull’Isola, e allo stato attuale si assiste a quello che Tullio Seppilli chiamava anni fa revival folclorico: nel caso del pane sardo si tratta di una rivitalizzazione consapevole dei saperi “di una volta” attraverso mille canali diversi: dai programmi televisivi dedicati ai blog, dai progetti comunali e regionali, sino ai corsi sulla panificazione tradizionale che attecchiscono in città come nell’hinterland, presso le proloco, le scuole di ogni ordine e grado, i centri sociali.

Ieri sono andata a trovare una brava artigiana del pane, Norma Argiolas, di Quartu Sant’Elena, mentre faceva lezione alle signore della Consulta delle donne di Assemini; come al solito mi ha colpito la bravura manuale di Norma ma anche la sua passione e volontà di insegnare facendo, e la sua disponibilità a farsi filmare e fotografare da me e sentirsi fare mille domande curiose, su questo e su quello.

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Ho visto le sue allieve, donne simpatiche e piene di energia positiva, trasformare pazientemente un pezzo di pasta informe in coccoi graziosi, attraverso semplici strumenti come rotelle, coltellini e forbicine. Le ho intervistate brevemente e mi hanno raccontato che loro i coccoi degli sposi ossia i pani ornati festivi, quelli che Alberto Mario Cirese chiama arte plastica effimera, non li sapevano fare prima di incontrare Norma, e che grazie alla loro maestra ora sanno fare roselline, foglie, uccellini e tutte quelle minuscole sculture di pasta che vanno poi inserite nelle corone e nei cuori di pasta anch’essi sino a comporre vere e proprie piccole opere d’arte.

Con Norma ci siamo conosciute da poco, ma è nata da subito una reciproca simpatia, e man mano nasceva in me il desiderio di capire che cosa sta succedendo alla panificazione tradizionale a Cagliari e dintorni, quali sono le prospettive, gli sviluppi, ma soprattutto rendere omaggio al sapere della mano di Norma, citando un saggio di Giulio Angioni, alla sua abilità tecnica, che è frutto di lunghe osservazioni di quel che sua nonna faceva e lei bambina osservava e ripeteva, e di anni e anni di lavoro a sa mesa.

P.S. Le rotelline e gli altri strumenti fotografati sono opera del marito di Norma, Gianni, che con grande creatività e pazienza forgia strumenti per decorare e tagliare delicatamente la pasta del pane, delle paste fresche e dei dolci.


 TECHGNOSIS: Erik Davis nel cagliaritano, 19-22 aprile 2010

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ apr 16th, 2010

Col patrocinio della Provincia di Cagliari, Comune di Elmas, Comune di Monserrato

organizzazione

Circolo del Cinema “Quartu Sant’Elena”

Società Umanitaria – Cineteca Sarda di Cagliari

Associazione culturale “L’Alambicco”

Circolo del cinema “Nuovo Pubblico”

Circolo del cinema “La macchina cinema”

Equilibri – Circolo dei lettori

presentano

TECHGNOSIS

cinema, letteratura e comunicazioni di massa secondo

Erik Davis

Erik Davis è uno degli intellettuali più stimati degli Stati Uniti. Giornalista (ha collaborato  tra l’altro per “Wired”, “Rolling Stone”, “Village Voice”, etc), scrittore, esperto di tecnocultura, si è occupato anche di antropologia, sociologia, storia delle religioni e comunicazioni di massa. La sua tesi di dottorato a Yale affrontava la figura dello scrittore Philip Dick, su cui è un rilevante conoscitore. E’ anche un raffinato esegeta dei testi di H. P. Lovecraft, autore di culto della letteratura americana. Ha dato alle stampe numerose pubblicazioni, tradotte in varie nazioni, compresa l’Italia. E’ stato recensito, tra l’altro dal “New Yorker” come uno dei più importanti conoscitori delle trasformazioni socio tecnologiche della contemporaneità. Si è anche avvicinato al mondo del cinema underground e indipendente, elaborando il soggetto del film di Richard Linklater “A scanner darkly”, tratto da un celebre racconto di Philip Dick

Erik Davis è per la prima volta in Sardegna (arriverà domenica 18 pomeriggio) accompagnato da Mark Pilkington, giornalista scientifico e scrittore inglese.

Nelle giornate in cui il prof. Davis sarà in Sardegna per la manifestazione “Techgnosis” sarà affiancato da un interprete per eventuali interviste

BROCHURE FRONTE

PROGRAMMA

19 aprile 2010, ore 19,00

Cagliari, Cineteca Sarda, V.le Trieste 126

LA FIGURA E L’OPERA DI DICK RACCONTATO AL CINEMA

Conferenza del Prof. Erik Davis

Coordinano: Antonello Zanda (direttore C.S.C. Cagliari) e Elisabetta Randaccio (critico cinematografico) con la collaborazione di Massimo Spiga.

Seguirà la proiezione del film A SCANNER DARKLY di Richard Linklater (2006, 105’)

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20 aprile 2010, ore 10.00

Elmas, Istituto Agrario “Duca degli Abruzzi”

IL MONDO E I MITI DI H.P. LOVECRAFT

Conferenza del prof. Erik Davis e incontro con gli studenti.

Coordina Alessandro Macis (associazione L’Alambicco) con la collaborazione di Massimo Spiga.

Intervento video di Stefano Ledda (realizzato da Paolo  Trebini).

Al termine, proiezione del film H.P. LOVECRAFT, IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA

di Federico Greco e Roberto Leggio (2004, 26’).

20 aprile 2010, ore 19.30

Elmas, Teatro Comunale, Via Goldoni

(seconda traversa a sinistra della via Sestu)

TECHGNOSIS. IL MONDO DELLA COMUNICAZIONE

NEL  TEMPO DELLA RIVOLUZIONE TECNOCULTURALE”

Conferenza del prof. Erik Davis e Mark Pilkington.

Presentazione del libro “Techgnosis. Mito, magia e misticismo nell’era dell’informazione”, edito da Ipermedium Libri.

Discussione con il pubblico.

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21 aprile 2010, ore 9.30

Monserrato, Istituto Alberghiero “A. Gramsci”

IL MONDO E I MITI DI H.P. LOVECRAFT

Conferenza del prof. Erik Davis e incontro con gli studenti.

Coordina Marco Asunis (presidente nazionale FICC) con la collaborazione di Massimo Spiga.

Intervento video di Stefano Ledda (realizzato da Paolo  Trebini).

Al termine, proiezione del film H.P. LOVECRAFT, IPOTESI DI UN VIAGGIO IN ITALIA

di Federico Greco e Roberto Leggio (2004, 26’).

21 aprile 2010, ore 18.30

Monserratoteca, Biblioteca e Mediateca,

Via Porto Cervo

TECHGNOSIS. IL MONDO DELLA COMUNICAZIONE

NEL  TEMPO DELLA RIVOLUZIONE TECNOCULTURALE”

Conferenza del prof. Erik Davis e Mark Pilkington.

Presentazione del libro “Techgnosis. Mito, magia e misticismo nell’era dell’informazione”, edito da Ipermedium Libri.

Discussione con il pubblico.

ALTRE NOTIZIE SU ERIK DAVIS

Erik Davis è un saggista, uno storico del costume ed un docente.

E’ cresciuto nella California meridionale, durante l’apice ed il successivo declino della “rivoluzione dei costumi” avvenuta negli anni ’70. Fin da allora, dimostra un particolare interesse per la storia della filosofia e delle religioni contemporanee, e di come esse si intreccino allo sviluppo della tecnologia e della società. Sebbene la sua opera si focalizzi soprattutto sull’analisi dei media, spesso abbraccia altre discipline, come la storia dell’arte, della scienza e della politica.

Fin dagli anni ’80 svolge il mestiere di ricercatore indipendente, autore, conferenziere.

Tra le sue opere, possiamo menzionare: TechGnosis – Myth, Magic, and Mysticism in the Age of Information (Harmony Books, 1998), testo che ha presto assunto lo status di “libro di culto” ed è stato tradotto in cinque lingue. Led Zeppelin IV, un analisi del quarto album della celebre band. The Visionary State: A Journey Through California’s Spiritual Landscape (Chronicle Books, 2006), un saggio fotografico sullo sviluppo dei movimenti utopistici in California, realizzato in collaborazione con Michael Rauner.

Gli articoli, o saggi brevi, di Davis sono stati pubblicati in svariate riviste internazionali (Wired, Feed, Bookforum, The Wire, ArtByte, the LA Weekly, the Village Voice ed altre) ed una dozzina di antologie. Sono stati pubblicati in Giappone, Brasile, Ungheria e molti altri paesi.

Davis è anche uno studioso della letteratura di Philip K. Dick, la cui caratura è stata celebrata anche dal prestigioso settimanale The New Yorker. Il suo interesse per Dick è molto antico: la sua tesi di laurea, presso l’università di Yale, era infatti incentrata sul celebre autore di fantascienza.

Davis ha insegnato presso l’Istituto Californiano di Studi Integrali, l’Open Center di New York e all’Istituto Esalen. Nel 2000, ha collaborato all’organizzazione di Planetwork, una conferenza sull’informatica e l’ecologia globale tenutasi a San Francisco. E’ un relatore abituale al Burning Man, il festival artistico che tiene ogni anno nel deserto del Nevada ed attira decine di migliaia di curiosi.

Per informazioni: Circolo del cinema “Quartu Sant’Elena” tel. 3477365185 – Associazione L’Alambicco tel. 3280615046

Il programma delle tre giornate su www.assalambicco.comwww.nuovopubblico.it