Al contadino non far sapere…

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 8th, 2011

Al contadino sardo non far sapere…

Quanto è buono il cacio con le pere.  Nella foto un bell’albero di pere camusine. Chissà perchè i contadini dappertutto sono sempre stati tacciati dei peggiori misfatti… di essere oscurantisti, amanti delle tradizioni senza motivo, dei retroguardisti irrazionali…  tutte falsità ovviamente… se non avessero da sempre coniugato tradizione e innovazione non saremmo arrivati alla cospicua cifra di sei miliardi di persone. Hanno sempre pazientemente coltivato, allevato, pescato, riprodotto semi e animali, migliorandoli geneticamente con metodi naturali, accettato le novità alimentari (dal mondo arabo, dalle Americhe e via discorrendo) e dopo averle testate prudentemente le hanno fatte proprie. Ed erano sottomessi da Chiesa e Stato, analfabeti, affamati, pensa se fossero stati liberi e capaci di leggere, scrivere, e senza la fame in corpo…

Che di quei sei miliardi di cui sopra 2 siano ipernutriti e 2 sottonutriti e/o malnutriti non dipende dai contadini (o dai pastori o dai pescatori) ma da quelli che stanno nelle stanze dei bottoni, e giocano a risiko con la Terra, i semi e il cibo; quelli che giocano con l’immaginario collettivo, riducendoci a pedine di colossi alimentari che dettano le regole dell’estetica, dell’etica, della vita stessa delle creature viventi.

Quando poi i produttori del cibo sono stati convinti con incentivi statali, regionali e anche comunitari,  a smetterla con i loro saperi locali e i loro prodotti locali nel giro di pochi decenni si sono ritrovati o a coltivare mais nelle pianure infuocate del sud Italian o marginali rispetto ai flussi di merci e di denaro del Mercato. Con le conseguenze di questi giorni: l’uomo piu’ ricco del mondo (un messicano)  perde 2 milardi al giorno, 700.000 bambini nel Corno d’Africa muoiono di fame, la Borsa e’ isterica piu’ che mai.

Quella Borsa di quel Mercato che e’ in crisi e vorrebbe mettere in crisi anche noi.

L’altro ieri ero a Gonnosfanadiga, dove per colpa delle industrie sementiere una piccola parte del raccolto delle angurie sta andando male. Solo in parte, per fortuna ho visto campi di angurie magnifiche, ma che disdetta per il raccolto perso.

Per fortuna ci sono dei contadini che hanno ancora il seme dell’anguria di Gonnos, anzi i semi, perchè le qualità coltivate erano ovviamente più di una. Perchè i contadini, intelligentemente, sapevano che puntare su di un solo prodotto è sbagliato, che è come giocare alla roulette, e che la multifunzionalità (un tempo si chiamava “arrangiarsi, fare un po” di tutto, ingegnarsi”) è uno dei modi per tirare avanti.

Le angurie a Gonnos sono un prodotto alimentare identitario, sono al centro di preoccupazioni, di cure, sono l’orgoglio degli orti, sono un frutto che d’estate viene donato in occasione delle feste, anzi la fetta d’anguria e’ simbolo di festa, viene donata per sdebitarsi, per riconoscenza, per allegria.

I coltivatori d’angurie epici, i bisnonni e i nonni di… si ricordano nei racconti di paese, ci sono mille aneddoti, modi di dire persino. E un bravo coltivatore di angurie è ancora adesso una persona stimata da tutti, perchè coltivarle non è semplice, crescerle neppure, nè sapere quando è il momento giusto di raccoglierle.

Già nel Settecento la sìndria (anguria in sardo, dal catalano) è citata in diversi trattati sardi, e nell’Ottocento insieme alla carapigna era il sollievo del popolo nelle calde domeniche estive, ce lo racconta Francesco D’Austria Este, capitato in Sardegna col proposito di sgraffigrare il trono al Re, approfittando della bufera napoleonica sui regnati europei. Il colpaccio non gli riuscì pero’ abbiamo avuto da lui una intensa descrizione di usi e costumi, compresi quelli riferiti al consumo di meloni e angurie.

Parafrasando Shakespeare: ci sono più emozioni, saperi, ricordi, cultura, storie e storia in un’anguria di Gonnos, oh Orazio, di quanta ne sogni la tua filosofia.

Una volta le angurie si mangiavano anche col pane, erano un companatico, e i bambini andavano volentieri a schiena china nei campi ad aiutare a raccoglierle per potersi sfamare. Ora quei bambini, diventati anziani, ci ripensano ridendo, ma allora quanta fatica e quanta fame; per tagliarle bene le angurie ci vuole un’arte (oltre che un buon coltello) e la parte centrale della fetta si chiama su sennori. Perchè è la migliore: la piu’ zuccherina, la meno acquosa, la più fragrante.

Però oggi l’anguria e’ un prodotto democratico, popolare, a buon mercato e su sennori lo possono mettere tutti sotto i denti.

Una volta il grido “sìndria ‘e Gonnos” risuonava nei mercati di tutta l’Isola, l’anguria gonnese era ritenuta ottima perche’ zuccherina, saporita, e ciò è senz’altro dovuto alla buona acqua di Gonnos, che ancora adesso rende speciale l’anguria.

Allora non facciamo sapere a quelli che comprano angurie – insipide, acquose e molli per pochi centesimi nei discount e se ne vantano-  quanto è buona l’anguria gonnese.

6 agosto 2011 – L’anguria di Gonnos tra le mie braccia.


 L’Aventino della gru e il ritorno coatto alla contadinanza

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 12th, 2009

di Alessandra Guigoni

Tra le tante notizie sui quotidiani di oggi mi hanno colpito due eventi: gli operai della fabbrica in crisi scesi dalla gru e i cassintegrati di Prato che torneranno a zappare la terra, la terra incolta attorno alle fabbriche in crisi, su suggerimento di politici e sindacati locali.

La crisi è più profonda di quello che si pensava e più duratura. Così le industrie vanno in crisi, e la contadinanza torna in auge.

Leggo entrambe le notizie di cronaca paragonandole al famoso ritiro sull’Aventino della plebe romana, stufa dei soprusi e dell’oppressione da parte del patriziato e della sua condizione di subalternità. Incrociarono le braccia e dissero che cosi non si poteva andare avanti in quel modo. Boicottarono il funzionamento della città intera:  se vengono a mancare i servi, i padroni da soli non sanno fare nulla: ne’ coltivare, ne’ fare il pane, ne’ spazzare le strade, ne’ insegnare ai propri figli, ne’ guidare i carri o lavarsi le vesti.

Boicottare e’ un buon sistema per farsi sentire…la ritirata sull’Aventino fu uno sciopero ante litteram. Purtroppo sappiamo come andò a finire… arrivò il solito politico, Menenio Agrippa, che con un apologo affascinante convinse il popolo a tornare a lavorare per l’élite. Sino ad oggi in pratica.

Ora pare che l’Innse si salverà, la Camozzi ha comprato tutto e ha riassunto i 49 dipendenti in mobilità. Per una storia che finisce bene in questo periodo ne sento 100 che sono sospese, in attesa…

I quattro operai ed il sindacalista sono scesi dall’Aventino, ma con uno spirito diverso dai Romani di 2500 anni fa, tra le dichiarazioni ho letto: “Questa vicenda ha dimostrato che abbassando la testa non si va da nessuna parte”. Già speriamo.

E a Prato? Beh, lì hanno proposto di tornare a coltivare una serie di ortaggi di antica memoria e di sicura presa, per chi si può permettere prodotti biologici certificati, consultando anche il presidente di Slow Food di Prato, Venturi che ha detto:

“Siamo convinti di poter dare lavoro a più di cinquecento persone perché sono molti i gruppi interessati all’acquisto di prodotti biologici di qualità. Penso a una particolare varietà di cavalo nero, o al melone “retato” pratese, straordinario per realizzare marmellate, mostarde e sorbetti. E ancora varietà autoctone di pomodori, zucchine, albicocche, ciliegie. E anche alla produzione dello zafferano, che a Prato veniva coltivato sino dal medioevo”.

Così gli ex operai coltiveranno la terra dei loro avi per produrre squisitezze per le mense della borghesia in un progetto definito ecosolidale dal sindaco di Prato.

Spero che quegli ex operai si costituiscano in cooperativa, si facciano regalare la terra su cui coltiveranno e diventino imprenditori, padroni di se stessi e non più dipendenti, subalterni.  Altrimenti si fa come 2500 anni fa sull’Aventino, quando Menenio Agrippa spiegò che il corpo funziona bene se le braccia (la plebe) nutrono lo stomaco (l’aristocrazia). Menenio disse che non portare cibo alla bocca in segno di protesta alla lunga affama non solo lo stomaco, ma indebolisce anche le braccia, il corpo tutto, che deperisce e muore.

Ma credo che la contrattazione, la mediazione, le rivendicazioni e la libertà non debbano mai venire meno, altrimenti si avra’ un corpo dello Stato sempre più pingue, sbracato, onnivoro, e le sue membra id est i suoi membri saranno sempre più deboli e imbelli.375px-Ubu-Jarry