il “cattivo selvaggio” e il “bravo ecologista”

 Archiviato in: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ago 7th, 2009

di Alessandra Guigoni

La notizia sta facendo discutere: gli aborigeni australiani non vogliono che le loro terre diventino un gigantesco parco naturale, dove le attività economiche locali sarebbero vietate o comunque fortemente compromesse. Da una parte ci sono gli ecologisti bianchi, dall’altra i nativi.

La cosa non stupisce affatto, spesso per difendere l’ambiente (entità astratta) si dimenticano le persone che di quell’ambiente ci campano da millenni, pescando, cacciando, coltivando, allevando bestiame ecc., e si studiano leggi e soluzioni per proteggere e salvaguardare piante e animali senza interpellare, dialogare, venire a più miti consigli con i nativi. Come se la biodiversità non comprendesse anche le persone. Assurdo ma succede. Succede là, succede qua.

Già gli Aborigeni: una etnia superstite (appena il 2% della popolazione australiana) che solo dal 1967 il governo australiano ha riconosciuto degna di essere ritenuta con pari diritti dei colonizzatori che invasero le loro terre poco più di 2 secoli fa…  una cultura che è conosciuta per il boomerang, per la musica del didgeridoo ed è stata utilizzata spesso come pietra di paragone del “buon selvaggio”,  dell’uomo primitivo docile, mansue o, amante della natura, saggio e ingenuo come un bambino. Immaturo ma tanto carino: da fotografare, filmare, merchandizzare. Succede là, succede qua.

E invece gli Aborigeni non ci stanno. Rivendicano il loro diritto ad usare la terra. La userebbero male, pensano e dicono gli ecologisti. Può essere: del resto noi fratelli occidentali abbiamo esportato sin lì un modello di sviluppo assurdo, irrazionale, basato sullo sfruttamento delle risorse umane e naturali , dunque può essere che inizialmente faranno male come abbiamo fatto noi. Ma non siamo nè i loro padri nè i loro padrini, e loro non sono bambini.

La libertà ha un prezzo, oltre che un bellissimo sapore e odore; personalmente sono certa che faranno buon uso della loro libertà, visto che i nostri sbagli li conoscono benissimo e cercheranno di tenersene alla larga.

Il leader della prote­sta è l’avvocato Noel Pe­arson, impegnato fin da­gli anni ’90 in difesa dei nati­vi. «Con dieci fiumi protetti, scompariranno anche le coltiva­zioni necessarie al sostentamen­to — spiega —. Vogliono condan­narci ad aiuti sociali perpetui». Già.

Spesso succede che la soluzione “Ghetto dorato” sia la più gettonata dai governi con le minoranze etniche, linguistiche, sociali. Li si rimpinza di aiuti economici ma li si rende ancora più deboli e dipendenti, passivi, bisognosi.

Perchè dare autonomia, indipendenza, libertà costa, sopratutto se non si hanno veramente a cuore, come molti Governi nazionali  di ogni parte del globo, gli interessi e il futuro dei propri “protetti”.

Per saperne di più consiglio l’incisivo articolo pubblicato su The Australian.


 Antropologia del mangiare e del bere

 Archiviato in: LIBRI PUBBLICATI — Alessandra Guigoni @ giu 29th, 2009

La complessità dell’attuale paesaggio del cibo nel mondo occidentale è ciò che emerge attraverso la presentazione di alcune riflessioni teoriche insieme ai risultati di ricerche empiriche.

Il percorso tocca molti temi: le caratteristiche dell’alimentazione quale medium socio-culturale, gli aspetti storici ed etnografici dello svezzamento degli infanti, la storia antropologica della cucina italiana, con particolare rilievo ai risultati delle dinamiche del cosiddetto scambio colombiano, la fenomenologia della degustazione enologica e gli aspetti culturali del mondo del vino, la biodiversità e l’erosione genetica delle varietà coltivate, l’alimentazione odierna tra i poli del “locale” e del “globale”, con speciale riguardo al fenomeno della globalizzazione.

Appare evidente che il cibo è cultura, è storia, è geografia, e che al di là delle mere logiche nutrizionali tutti noi utilizziamo il cibo per motivi sociali, culturali e simbolici complessi, profondi, radicati nelle civiltà si può dire da sempre.

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