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	<title>Etnografia &#187; mamma</title>
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	<description>L&#039;antropologia può fare la differenza perché ne tiene conto</description>
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		<title>Dal bambino in culla della tradizione al multitasking baby della contemporaneità</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 14:03:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Guigoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo post dedicato ai neonati e ai supporti per proteggerli, cullarli, trasportarli, è stato scritto a quattro mani; nella prima parte Maria Giuseppina Gregorio racconta della tradizione con dovizia di particolari, nella seconda parte cerco di occuparmi della contemporaneità in modo spiritoso ma spero non troppo superficiale.
1. Proteggere il neonato: la mamma, le fasce, le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo post dedicato ai neonati e ai supporti per proteggerli, cullarli, trasportarli, è stato scritto a quattro mani; nella prima parte Maria Giuseppina Gregorio racconta della tradizione con dovizia di particolari, nella seconda parte cerco di occuparmi della contemporaneità in modo spiritoso ma spero non troppo superficiale.</p>
<p><strong>1. Proteggere il neonato: la mamma, le fasce, le culle&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>di Maria Giuseppina Gregorio </strong>(Medico Pediatra)</p>
<p>Nella <strong>società tradizionale </strong>mamma e bambino formano un tutt’uno, una unità non solo affettiva ma anche fisica.</p>
<p>Le modalità di  protezione del neonato e derivavano dall’idea che storicamente si aveva dell’utero, vaso chiuso e dalle pareti rigide, che oltre a contenere doveva provvedere al calore indispensabile perché si compisse il destino della natura. Per questo il profondo legame tra madre e bambino va preservato il più a lungo  possibile. Per non parlare poi del fatto che in molte culture e in quasi tutte le epoche,  il diavolo poteva sottrarre il bambino o mettere un alter ego diabolico, un changelin: il diavolo si comporta come un cuculo, mette le uova in  nidi altrui (Jacques Berlioz storico).</p>
<p>Se da una parte si potrebbe pensare che i genitori non hanno potere contro il diavolo, la responsabilità degli stessi si ravvisa nella scarsa sorveglianza e protezione. Da qui l’uso di fasce, marsupi, supporti per tenere il bimbo vicino spesso anche attaccato alla madre, talvolta al padre, soprattutto prima del Battesimo che comunque doveva essere il più precoce possibile.</p>
<p>Venivano quindi usate anche delle fasciature diverse a seconda della stagione e del clima, come anche della situazione economica della famiglia, ma con caratteristiche in comune. Al di sotto dei tre mesi si sorreggevano testa nuca parte alta delle spalle, per cui il bambino era strettamente fasciato come un salame, verso i sei mesi venivano liberate le braccia, lasciando ancora fasciati gli arti inferiori, verso il compimento dell’anno si liberavano anche le gambette. Quindi un tentativo di adattare le protezioni allo sviluppo psicomotorio del bambino, cui parzialmente ora si ritorna nella necessità di contenzione del neonato soprattutto pretermine.</p>
<p>L’etnologo Marcel Mauss  asserisce che l’umanità potrebbe essere divisa in culture con e senza la culla. In America Latina, il bimbo veniva posto in una piccola amaca, mentre in Giappone veniva poggiato al suolo, a contatto con gli adulti, in Europa, si usavano le culle, uno spazio chiuso e specifico. Le varie culle si presentano perlopiù come dei gusci rigidi costruiti su misura per i piccoli (cm. 70 x 40 circa) adatte sino all’età di un anno.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-676" title="morisot_culla_328" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/03/morisot_culla_328.jpg" alt="morisot_culla_328" width="328" height="404" /></p>
<p>Solitamente oltre le sponde laterali per non cadere, le culle erano dotate anche di supporti convessi alla base perché il piccolo potesse facilmente stimolare un dondolio ad ogni piccolo movimento. Spesso vi erano anche delle cinghie per appenderla al soffitto, o a qualunque supporto anche i rami d’albero se i genitori andavano a lavorare fuori, e altre cinghie di sicurezza per evitare che i bambini più grandi con un brusco  movimento del corpo potessero cadere in caso di rotazione della culla o per oscillazioni involontarie (come i più moderni mezzi di sicurezza anche per il trasporto del bimbo in auto).</p>
<p>I materiali venivano scelti con cura non solo in base alla <strong>disponibilità del territorio</strong>, ma anche <strong>seguendo una simbologia</strong>. Giunco o legno quasi sempre. Il <strong>giunco</strong> cresce vicino alle acque e come il bambino nella pancia ha bisogno delle acque per crescere, i virgulti del giunco rappresentano la nuova vita che si forma, come gli <strong>intrecci </strong>simboleggiano gli intrecci della vita. A Meana paese del centro della Sardegna, su “brassolu” è costruito col legno di castagno, legno solido, ma anche fonte di sostentamento economico e alimentare con il suo frutto.</p>
<p>A Nord viene usato l’abete, in altre località il cedro. Legni aromatici anche per centinaia di anni, cui viene riconosciuto anche un potere di protezione accentuato dal fatto che venivano scolpite le croci o altri motivi apotropaici e che su tutte le culle si appendevano amuleti e talismani tipici della regione, e copertine e nastri di colore vivaci con valenza apotropaica.</p>
<p>Se la culla portava bene, cioè se i bambini crescevano sani, non esauriva la sua funzione con un solo bambino, né con una generazione, ma veniva <strong>tramandata</strong> di padre in figlio.  Ma sia pur se la culla esisteva già, era ed è considerato di cattivo auspicio approntare la culla prima della nascita del bambino (talvolta lo sento dire ancora nei CAN, ossia nel Corsi di Accompagnamento alla Nascita, le donne comprano tutto ma non la culla). Nell’immaginario comune e anche nella iconografia cattolica la culla vuota simboleggia le carestie la morte, la desolazione, il Diluvio.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-684" title="IMG_5987" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/03/IMG_59871.JPG" alt="IMG_5987" width="634" height="334" /></p>
<address style="text-align: center;">Esempio di neonato &#8220;fasciato&#8221;. Museo di Innsbruck, foto di M.G.Gregorio.<br />
</address>
<p>Cullare il bambino serviva a farlo addormentare, ma anche a distrarlo, le famiglie più abbienti avevano oltre che la balia, una<strong> cullatrice </strong>appositamente dedita a questa funzione. E siccome il neonato  non andava mai lasciato solo né di giorno né di notte, grazie alle culle mobili si poteva trasportare dappertutto. Alcune culle assomigliano a<strong> gerle </strong>per il trasporto della frutta, la madre le moveva usando una fune su cui si facevano speciali nodi, per scongiurare il malocchio e per differenziarla dal cordone ombelicale. Durante la notte se il bimbo non dormiva nel letto dei genitori andava messo nella culla nello spazio tra muro e letto, o sotto il letto come nel modello bretone, in questo caso il letto è alto e chiuso. Nel V-VI secolo la vicinanza fisica suscita la condanna della Chiesa Cattolica, per il rischio di infanticidio e soffocamento -forse SIDS- anche se allora questo termine era sconosciuto. La  Chiesa reitererà questo divieto, secolo dopo secolo, tante che poi sarà un dictat nella puericultura sino all’’800, e con alterne vicende sino ai giorni nostri (lettone si, lettone no).</p>
<p>Le culle,  come le gerle, le fasce e altri oggetti che stavano a stretto contatto con il  Neonato, non erano considerati alla stregua di oggetti comuni solo per la loro  utilità e funzionalità. Avendo essi il compito di stare a contatto e proteggere  il bimbo, dopo il ventre e le braccia della mamma, vi era una particolare  attenzione nella scelta dei materiali, colori e ornamenti, al fine di  salvaguardare la salute, ma anche per proteggere il bambino da quelle entità  misteriose o <strong>paure irrazionali</strong> che in mancanza di spiegazioni scientifiche  risultavano inspiegabili.</p>
<p>Quindi quasi un piccolo salcondotto per passare  attraverso i pericoli dell’infanzia anche in epoca in cui i tassi di mortalità  infantile erano così elevati che una mamma doveva fare molti figli per vederne  crescere qualcuno.</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<p>AA.VV: <em>Naitre e apres? Du bebè a l’enfant. </em>Gallimard1997 Paris.</p>
<p>Bonomi E.: <em>Il bambino nella montagna veneta tra ‘800 e ‘900</em> in Pueri puerorum pueris pag. 209-222. Ed Agorà Lecce 2003.</p>
<p>Centini M,:<em> Nascere vivere morire: Magia, medicina, superstizione e credenze nella tradizione popolare piemontese</em>- Priuli e Verlucca maggio 2001 Torino.</p>
<p>De Gubernatis:  <em>Storia comparata degli usi natalizi in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei</em>-Arnaldo Fondi ed, ristampa anastatica dell’edizione Milano 1878.</p>
<p>Cataldi L. Gregorio M.G.<em> Il bambino sardo riti e miti</em> in Pueri puerorum pueris-Agorà Lecce  2003 pag 223-232.</p>
<p>Pitrè G. <em>Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia</em> &#8211; Ed. Brenner ristampa anastatica del 1894.</p>
<p><strong>2. Il bambino contemporaneo, tra tappetoni, palestrine, fasce e passeggini high tech. </strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>di Alessandra Guigoni<br />
</strong></p>
<p>Il bambino occidentale non è più fasciato stretto, sta in braccio e sgambetta, comodamente avvolto in tenere colorate pastello copertine o in comode fasce, sempre appresso alla mamma, o viene trasportato con i marsupi, ce ne sono per ogni taglia ed esigenza, o nella borsa porta infant.</p>
<p>Si potrebbe coniare lo slogan: &#8220;<strong>Dimmi come trasporti il bambino e ti dirò chi sei</strong>&#8220;.</p>
<p>Le <strong>tradizionaliste</strong> usano la carrozzina, ma attenzione, ci sono le carrozzine per <em>mamme old style</em> come l&#8217;inglesina (e le sue epigoni) e carrozzine high tech come quelle a tre ruote, alte per le mamme che seguono la tradizione ma sfogliando i cataloghi di prodotti per bebe&#8217;; le <strong><em>mamme</em> <em>natural</em></strong>, che usano cibi biologici, pannolini ecologici e propugnano il ritorno alla tradizione, sia pure rivisitata in salsa XXI secolo, ossia osservando anche pratiche e saperi delle culture altre, usano prevalentemente la fascia, avvolgono se stesse e il neonato in un pezzo di stoffa, colorata possibilmente, e così vanno dappertutto.</p>
<p>Del resto di modi di usare la fascia ne esistono talmente tanti che e&#8217; stata coniata la parola babygami, che fa il verso all&#8217;arte di produrre oggetti da un semplice foglio di carta, l&#8217;origami appunto.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-677" title="babygami" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/03/babygami.jpg" alt="babygami" width="472" height="578" /></p>
<p>Il marsupio è per <strong>mamme moderne</strong>, pratiche, il bambino sta a contatto con la mamma ma e&#8217; anche saldamente protetto da un involucro pieno di cinghie, chiusure, aggeggini tecnologici che danno sicurezza alla neomamma. La borsa porta infant direi che e&#8217; retro&#8217;, ma per chi non ha la macchina e si muove nelle metropoli con i mezzi pubblici e&#8217;  sostitutiva della carrozzina.</p>
<p>E a casa? Una volta, come ci racconta egregiamente Maria Giuseppina Gregorio, i bambini stavano nella culla, fasciati, e venivano presi in braccio per essere nutriti e cambiati. Per il resto sino ad una certa età si cullavano e questo era il loro divertimento.</p>
<p>Ora i bambini ascoltano Mozart sin nell&#8217;utero (Barbara Duden docet) e già a sei mesi vengono portati in Biblioteca per socializzare e ascoltare fiabe. Verso l&#8217;anno inizia il loro cursus honorum a Scuola, nei Nidi pubblici e privati si parla di curriculum e programmazione scolastica per bambini ben sotto l&#8217;anno d&#8217;età; a 4 anni molti bambini sanno gia&#8217; leggere e scrivere, due anni in anticipo rispetto ai bambini di 40 anni fa; a tre anni i bambini sanno fare semplici giochini al computer, a cinque hanno la playstation&#8230;. La loro agenda è impegnativa: già a tre anni fanno una o più attività sportive, e prendono lezioni di inglese.</p>
<p>I nostri nonni a cinque anni andavano a comprare il pane e il latte da soli, se abitavano in campagna aiutavano il papà andando dietro alle vacche o alle pecore, le bambine sapevano aiutare la mamma in cucina e nell&#8217;orto; se cittadini aiutavano in casa con piccole commissioni. La scuola non era per tutti e soprattutto terminare le elementari era già un traguardo per molti.</p>
<p>Ora è tutto cambiato. La laurea anzi il master sono un <em>must have</em> per tutti e bisogna addestrare i bambini ad essere competitivi sin da piccoli. Dunque è ovvio che già a tre mesi vengano messi sdraiati supini su <strong>tappetini multitasking</strong> e giochino con le palestrine ossia con aggeggi elettronici pieni di luci, colori, manopole attaccati ad una barra plasticosa.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-678" title="lowresL5066_Palestrina_dell" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/03/lowresL5066_Palestrina_dell.jpg" alt="lowresL5066_Palestrina_dell" width="400" height="384" /><strong><br />
</strong></p>
<p>Un altro oggetto must oltre alla palestrina è la sdraietta elettrica, che ha sostituito la culla di giorno: la sdraietta, che costa dai 100 euro in su&#8217;, dispone di vari oggetti e musichette che attraggono l&#8217;attenzione del neonato ma soprattutto di comandi per ottenere sei diverse velocità di oscillazione. I bambini di oggi più che con legno e ferro hanno a che fare con cavi elettrici, silicio e plastica, in modo da abituarsi ai futuri notebook.</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-679" title="Melodia_bambu" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/03/Melodia_bambu-300x300.jpg" alt="Melodia_bambu" width="300" height="300" /></p>
<p>Il neonato multitasking inoltre fa lezioni di acquaticità sin dai sei mesi di età in piscina con la sua mamma o il suo papà, e riceve il primo cellulare entro i sei anni. Negli Stati Uniti i bambini della fascia d&#8217;età delle elementari li chiamano <strong>bambini con le chiavi di casa appese al collo</strong>&#8230; passano dalla scuola alla palestra, dalla tata all&#8217;insegnante di francese, mentre i genitori lavorano dall&#8217;altra parte della città, a volte dello Stato.</p>
<p>Il<strong> bambino è un consumatore</strong> innanzitutto, i pubblicitari considerano il mondo dell&#8217;infanzia un paese di Bengodi; dai baby food con spot televisivi che catturino la sua attenzione sino alla TV: ha fatto scalpore l&#8217;inaugurazione sul bouquet Sky della babytv, un canale studiato per bambini under tre anni.</p>
<p>In Italia è interessante sottolineare come nonostante tutta questa <strong>postmodernità di vedute</strong> nelle carrozzine continuino a campeggiare simboli apotropaici di protezione del nascituro, gioielli beneauguranti e antimalocchio al collo e al polso dei neonati, e soprattutto le donne gravide continuino a rimandare l&#8217;acquisto della culla sino a pochi giorni dalla nascita del bambino, o a incaricare qualcuno di comperarla solo quando vengono ricoverate per partorire, proprio come descritto da Giuseppina per le donne di 100 anni fa.</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>http://www.babytv.com/</p>
<p>Z.Bauman, <em>Vita liquida</em>.  Laterza, Bari, 2006.</p>
<p>B.Duden, <em>Il corpo della donna come luogo pubblico</em>.  Bollati Boringhieri, Torino, 1994.</p>
<p>Ringrazio Giusi per avermi fatto conoscere questo bellissimo, sconvolgente libro. Credo che l&#8217;emblema dei media non solo abbia sostanzialmente modificato la vita della donna ma anche quella del bambino, che da<em> desiderio</em> è diventato sovente una <em>commodity</em>.</p>
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		<title>Germania, una mamma di latte</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 06:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra Guigoni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[allattamento]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[mamma]]></category>
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Germania
di Maria Giuseppina Gregorio
Germania ha 16 anni, Nishoara un’età indefinibile, i due bambini, Raoul e Gita, una settimana di differenza.
Raoul è biondo, roseo, gli occhi azzurri, ancora i segni di una emorragia sottocongiuntivale (era grande sa, ho fatto molta fatica a tirarlo fuori, cerca di farmi capire…).
Gita è piccolo, pallido, itterico.
Germania nel suo stentato italiano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-full wp-image-622" title="famiglia_FI_0507_023" src="http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2010/01/famiglia_FI_0507_023.jpg" alt="famiglia_FI_0507_023" width="417" height="336" /></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><strong>Germania</strong></p>
<p style="text-align: right;">di Maria Giuseppina Gregorio</p>
<p>Germania ha 16 anni, Nishoara un’età indefinibile, i due bambini, Raoul e Gita, una settimana di differenza.</p>
<p>Raoul è biondo, roseo, gli occhi azzurri, ancora i segni di una emorragia sottocongiuntivale (era grande sa, ho fatto molta fatica a tirarlo fuori, cerca di farmi capire…).</p>
<p>Gita è piccolo, pallido, itterico.</p>
<p>Germania nel suo stentato italiano mi dice che sono madre e figlia, la madre ha 33 anni, lei 16. Entrambe sono orgogliose del proprio piccolo, e secondo la loro tradizione, per farli crescere bene devono mangiare molto cibo (per due) condito con abbondante aglio e cipolla, e devono bere molta birra per fare molto latte.</p>
<p>Ma Germania latte non ne ha, e il piccolo non cresce, anzi da quando è stato dimesso dal punto nascita continua a calare. Mentre Raoul ignaro di tutto e felice, dorme, Gita comincia a piangere in mia presenza, un pianto che è un lamento sino a quando Nishoara gli porge il suo seno che succhia voracemente. Dopo un attimo di stupore, cosa dire? Integrazione con latte artificiale, peraltro già prescritto in ospedale, igiene e norme…? Mi sento inadeguata nelle mie certezze e nelle mie regole.</p>
<p>Tornano dopo una settimana, anche il piccolo Gita è cresciuto, merito del latte della nonna. Ma anche di quello della mamma che finalmente ha cominciato ad arrivare, perché lei ha insistito nell’allattamento al seno, nella certezza e serenità che tanto se non bastava il suo c’era quello della sua mamma. Oggi Raoul, sempre bellissimo, ha un piccolo sfogo, la nonna dice che gli è venuto da quando l’allatta anche Germania…</p>
<p>Giusto, sbagliato?</p>
<p>Mia madre mi raccontava sempre che tra lei e sua zia piccola c’erano tre mesi di differenza, e nella Sardegna tradizionale la solidarietà femminile dava sempre una “mamma di latte” a chi per ragioni fisiche o biologiche ne era sprovvisto.</p>
<p>Ho visto diverse altre volte questo nucleo familiare, i bambini stanno crescendo, le mamme sono serene nei loro piccoli battibecchi, e io come operatrice sanitaria, ma anche come donna penso sempre di più che noi non dobbiamo giudicare, ma sostenere e comprendere.</p>
<p>°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°</p>
<p>BIO: Maria Giuseppina Gregorio è medico pediatra, socio fondatore del <em>Gruppo di Studio di Storia della Pediatria</em> della Società Italiana di Pediatria e dell&#8217;associazione Associazione C.Susini per la Storia della Medicina Cagliari.</p>
<p><em>La foto è dei fratelli Alinari. </em></p>
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