Reggio Emilia e dintorni: souvenir di un breve viaggio

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ set 4th, 2011

A Gattatico (Reggio Emilia) c’è un museo straordinario, dedicato ai fratelli Cervi, e alla loro mamma e papa’.

Padre, madre e i 9 figli furono attivi nella resistenza   emiliana. I 7 figli maschi morirono nel 1943 fucilati dai fascisti. Tutti e sette, in una fredda mattina dell’inverno padano.

Il padre e i nipoti proprietati del fondo Campi Rossi a Praticello di Gattatico hanno adibito la casa a museo.

A Gattatico ho visto e ascoltato molte cose interessanti (e toccanti) su questa straordinaria famiglia di contadini ma se le raccontassi qui e ora priverei del piacere e dell’emozione di andare la’ di persona agli amici che leggono il mio piccolo blog.

Dunque aggiungo solo che i fratelli Cervi sono uno dei simboli più forti della Resistenza e dell’antifascismo.

Accanto al Museo Cervi sorge l’Istituto “Alcide Cervi” e la Biblioteca “Emilio Sereni”, dedicata al grande  politico e studioso di storia dell’agricoltura e del paesaggio agrario italiano.

Tra le cose imperdibili a mio parere  oltre alla stanza severa adibita a cucina, con arnesi e attrezzi in tema,  il mappamondo sul trattore, simbolo dell’afflato intellettuale e umano della famiglia Cervi, e alcuni certificati che testimoniano la loro tensione intellettuale verso l’ammodernamento delle campagne e dell’agricoltura emiliana, come il certificato rilasciato dalla Cattedra ambulante di Agricoltura di Reggio Emilia a uno dei fratelli, Zelindo.

I dintorni sono molto interessanti, tra porcilaie tradizionali e moderne e allevamento di vacche da latte per la produzione di Parmigiano reggiano; sono rimarchevoli le “piantate” emiliane che sopravvivono ai cambiamenti radicali in atto nell’agricoltura padana, vere e proprie selve di alberi  a cui si attorcigliano, con tenacità, le viti.

Di questi alberi vitati parlano numerose fonti storiche moderne, come Leandro Alberti, nella sua Descrittione di tutta Italia, nel Cinquecento: “Scendendo alla via Emilia, e camminando per mezzo dell’amena campagna” la campagna è piena di “di vaghi ordini di alberi dalle viti accompagnate”, e “si veggono artificiosi ordini di alberi, sopra i quali sono le viti, che da ogni lato pendono”.

Abituata come sono ai paesaggi del vino liguri e sardi, dove le viti sbucano da terrazze arse dal sole o pianure infuocate, o al limite verdeggiano su colline mediterranee questa simbiosi tra alberi ad alto fusto e viti mi ha incuriosito tanto e mi e’ piaciuta parecchio, come l’abitudine emiliana di vivere e lavorare nelle vecchie cascine, opportunamente rifunzionalizzate e modernizzate.

Sono luoghi intensamente abitati, nonostante l’abitato sia sparso, rado, e che riescono quasi familiari, forse perchè si intuisce un senso di  comunità che mi è parso, a naso, ancora concreto.

Sitografia consultata:

Museo Cervi: http://musei.provincia.re.it/page.asp?IDCategoria=1820&IDSezione=11482

Piantata padana: http://www.percorsigastronomici.it/percorsienogastronomici/Portale/tema_itinerario.aspx?reg=e&tema=1731&tappa=1737

La piantata emiliano romagnola: http://lacampagnappenaieri.blogspot.com/2010/07/la-piantata-emilianoromagnola.html



 Jocos de casu e altre sculture di formaggio

 Filed under: NUGAE — Alessandra Guigoni @ ott 8th, 2010

Arrivo all’Agriturismo Paules, non lontano da Dorgali. In lontananza montagne bianche, che all’alba e al tramonto assumono sfumature rosate, argentate, azzurrognole.

Sono le 7 di sera, sono stanca e ho fame, ma mi fermo qualche minuto a guardare le montagne e gli animali da cortile che mi si fanno intorno… galletti tanti, galline, oche, cani, gatti, mucche e asini nella stalla, le pecore sono ancora in campagna, ma sento gli scampanellii veloci, stanno correndo all’ovile.

Mi accoglie Grazia, figlia di Billia Bacchitta, l’artista dei jocos de casu e la sua mamma, artefice dell’ottima cena che m’aspetta.

Quella dei jocos de casu è una tradizione antica mi racconta Billia durante la cena, mentre le portate si susseguono e alla frue con i pomodori e gli altri antipasti casalinghi -tra cui le casadinas salate alla menta- seguono i ravioli ripieni di formaggio misto, ovino e vaccino, la pecora con le patate, il formaggio fatto in casa, il vino fatto in casa, il melone dolce dell’orto.

Parliamo un po’ di tutto a tavola, partecipano alla discussione anche tutti e tre i figli di Billia.

cantina

Visito anche la cantina, con un motto inciso in una delle botti che mi piace, e decido di fotografare.

saggezza

Dopo cena Billia mi mostra in cucina come si fanno i jocos de casu, sotto lo sguardo attento dei tre figli. Mi raccontano che si preparavano per pasqua, erano un regalo per i bambini, ma si donavano anche in altre occasioni: si preparavano miniature di animali, cavallini, maialini, colombine, mufloni, mucche.

jocos1

Per farli si usa il formaggio vaccino fresco, scaldandolo sino a farlo filare, poi si lavora velocemente con le mani, dopo aver composto la figura desiderata la si immerge velocemente nell’acqua fredda, poi si lascia tutta la notte in salamoia, e il mattino pronto i giochi di formaggio sono pronti per essere mangiati, subito o anche un paio di giorni dopo.

DSC04530

Conoscevo il “pane giocattolo”  ma non il “formaggio giocattolo”, è stata una bella scoperta.

trizzas e taeddas1

Nell’azienda agrituristica si producono anche le trizzas, trecce, che sono davvero belle a vedersi, almeno in due formati, uno più semplice e uno piu’ complesso, e le classiche taeddas, chiamate altrove nell’Isola casizolu o perette.

perette

Stamattina a colazione prima di partire ho bevuto latte appena munto, erano anni che non mi capitava; è proprio vero che dopo i quarant’anni si vive anche di ricordi: assaggiandolo ho immediatamente pensato a quando  d’estate in villeggiatura scendevo a comprare il latte dalla contadina e mia nonna lo scaldava. Sopra si formava uno strato di crema, di cui andavo matta.


 Scrivo dunque sono

 Filed under: ARTICOLI PUBBLICATI,NUGAE — Alessandra Guigoni @ lug 1st, 2009

Ricordo che anni fa un collega, Ugo Fabietti, scrisse: tutto ciò che è analogico verrà dimenticato, tutto ciò che è digitale verrà ricordato, mi pare di aver parafrasato fedelmente.

Allora sembrava un’esagerazione, la Rete era nata da poco e muoveva i suoi primi passi, non era un’adolescente piena di potenzialita’ (ma anche di complessi) come è adesso.

Anni dopo ho scritto una piccola cosa sulla memoria, colpita durante un volo aereo dal dialogo tra i due piloti, era prima dell’11 settembre, quando si poteva stare nelle cabine appolaiati dietro ai piloti, e bearsi della sensazione di volare, davvero.

mi pare che sia ancora in rete quella cosa, Memoria e conoscenza oggi. Un’ouverture.

Dicevo pressapoco:

Ritenzione e oblio sono i due poli della nostra memoria che l’invenzione della scrittura e via via degli altri dispositivi mediatici (stampa, fotografia, filmato) hanno modificato nelle loro dinamiche. Infatti la scrittura in quanto memoria esteriorizzata permette un’enorme espansione della facoltà di riprendere gli atti comunicativi e le informazioni memorizzate in precedenza; nello stesso tempo d’altro canto conduce ad un’atrofizzazione delle capacità mnemoniche naturali; come ci ricorda Assmann: “Con l’esteriorizzazione del senso, si schiude una dialettica del tutto diversa: alle forme nuove, positive della ritenzione e della ripresa anche a distanza di millenni, corrispondono in negativo le forme dell’oblio mediante l’archiviazione e quelle della rimozione mediante la manipolazioni, la censura, la distruzione, la riscrittura e la sostituzione” [Assmann 1997: XIX].

http://www.analisiqualitativa.com/magma/0000/articolo_01.htm

Parlavo di due ordini di problemi: del fatto che ormai siamo avviati nolenti o volenti ad un life long learning, e che le conoscenze di oggi saranno sicuramente insufficienti domani,  ma anche al fatto che ormai abbiamo affidato la nostra memoria a dispositivi esterni alla nostra mente: cellulari, palmari, macchina fotografica digitale, videocamera, personal computers, ecc. ecc. ecc. depositiamo le conoscenze lì… e ricordiamo a memoria sempre di meno e sempre meno volentieri.

siamo già cyborg, uomini_macchina, senza forse esserne completamente consapevoli.

dopo altri anni trovo questa frase, ad incipit del blog digg.it

Se non lo scrivo lo dimentico. Se lo scrivo qualcuno me lo ricorderà.

Giusto e sensato per un blogger del XXI secolo.

Il mio calembour viene naturale:

Scrivo dunque sono. Se non scrivo mi dimentico chi sono. Se scrivo qualcuno mi ricorderà.

In realtà dai poemi omerici ai canti Lakota, dall’epopea di Gilgamesh all’Infinito di Leopardi scrivere è sopravvivere a se stessi.

Solo che oggi invece di farlo su di una tavoletta d’argilla spalmata di cera o su di una pergamena…